Ambrì tra presente e futuro. L'analisi di tre tifosi "eccellenti" che da sempre seguono le sorti della squadra: i risultati, i soldi, i debiti, l'alternativa tra A e B...

di Marco Bazzi
AMBRÌ – Tre tifosi storici dell’Hockey Club Ambrì Piotta. Con visioni, valori, idee e giudizi diversi l’uno dall’altro: Franco Cavalli, Jacques Ducry e Attilio Bignasca.
Parlano del presente e del futuro del Club leventinese. Delle difficoltà finanziarie, dei ritardi nel versamento di imposte e oneri sociali, dell’opportunità di restare nel massimo campionato o di ridimensionarsi sul piano sportivo. Di soldi e di sport, insomma.
Franco Cavalli: “Dobbiamo restare in A, ma anche evitare un Giulini 2”
“Spero ovviamente che l’Ambrì sopravviva e resti in A, anche se ogni tanto ho dei dubbi, perché a volte il comportamento del presidente Filippo Lombardi mi ricorda un po’ quello di Gabriele Giulini. Fa grandi sparate e non sempre seguono i fatti.
Prendiamo quello che doveva essere il grande intervento di Sawiris, per esempio: in confronto a quel che lo stesso Sawiris ha fatto per il Lucerna calcio mi sembrano un po’ delle briciole.
Mi impressiona poi che Lombardi, che è presidente degli Stati, non paghi con regolarità gli oneri sociali.
Comunque, se le cose andassero male, pur non avendo mai fatto i conti in tasca a nessuno, non ho l’impressione che il salvataggio dell’Ambrì per la famiglia Lombardi sia qualcosa di impossibile.
Il vivaio da quanto so è ancora buono, sono maturati alcuni bravi giocatori. Bisogna fare in modo di tenerli in Ticino, e non mi pare che quelli che se ne sono andati siano partiti tutti per motivi finanziari. Incaponirsi su un allenatore come Constantine, che non era un trascinatore di uomini, è stato a mio avviso un errore.
Ripeto: spero che l’Ambrì rimanga in A, ma se facciamo un ragionamento oggettivo avere oggi due squadre ticinesi ai massimi livelli non è così semplice. Bisogna comunque assolutamente evitare un Giulini due”.
Jacques Ducry: “Giocare in serie B sarebbe più onesto”
“Ho sempre sostenuto che ci sono cifre relative a trasferimenti di giocatori e quindi anche di salari, decisamente eccessive, soprattutto per le squadre di periferia come l’Ambrì.
Seguo l’Ambrì da mezzo secolo, da quando ero bambino, ma ritengo che dopo il mancato titolo del ’99, quando purtroppo a livello finanziario l’allora presidente Emilio Juri si è letteralmente rovinato - e porgo un omaggio alla sua persona -, la società non è più riuscita a raggiungere le vette dell’hockey svizzero. Anzi, negli ultimi anni ha dovuto affrontare i play out e in un paio di occasioni anche la finale per non retrocedere.
Ora, come le famiglie e gli Stati, nemmeno una squadra può vivere al di sopra dei propri mezzi. Deve modellarsi in base alle proprie risorse, anche a costo di un ridimensionamento sportivo. L’Ambrì è stato in B parecchi anni e ciò non ha impedito al pubblico fedele di seguirlo e di condividere i momenti di gioia e di dolore. Continuare con aumenti di capitale e con collette, mendicare presso tifosi che non vivono, per la stragrande maggioranza, in condizioni particolarmente agiate, non corrisponde alla mia visione. Soprattutto se poi i prezzi non solo delle tessere ma anche delle consumazioni aumentano ogni anno senza un corrispettivo incremento delle prestazioni sportive.
Non sarebbe forse più onesto rivedere la posizione dell’Ambrì nell’hockey svizzero come hanno fatto altre squadre? Mi si ribatte che se l’Ambrì dovesse tornare in B non risalirebbe più. Ma è un ragionamento ipocrita, perché se i dirigenti e i tifosi hanno a cuore la squadra devono accettare le mutate condizioni della realtà. Se l’Ambrì andasse in B tornerei con più gioia a difenderne i destini sportivi e sarei un tifoso giusto al posto giusto.
Esigo comunque che la società non si faccia prendere in giro da finanziatori stranieri poco affidabili e volatili. Sono poche le persone abbienti che danno senza chiedere nulla in cambio, ma non voglio addentrarmi qui in temi che riguardano più il piano giudiziario che sportivo… Se deve stare in piedi con capitali stranieri, per me l’Ambrì può anche sparire. Non dobbiamo svendere la nostra squadra. Vogliamo un Ambrì ticinese, dal profilo di dirigenti e finanziatori.
Ultima cosa: prima di fare acquisti tipo portieri d’oltralpe, quando abbiamo nostri ragazzi, come Lorenzo Croce, sarebbe il caso di pagare nei termini stabiliti – come tutti devono fare – oneri sociali e tributi”.
Attilio Bignasca: “Non mollare mai!”
“Lasciamoli lavorare. In B? Assolutamente no! Scherziamo? Se accadesse, tempo cinque anni non ci sarebbe più nemmeno il Lugano. Che tiene in piedi le due squadre è la rivalità.
Non so se finanziariamente l’Ambrì sta peggio che in passato, quando la squadra si è ripresa, a fine stagione, un bel po’ di pubblico c’era, e adesso ci saranno i soldi dei tesserati. Alla Valascia la gente ci va anche se se la squadra lotta contro la retrocessione. Ma se l’Ambrì va in B il pubblico si dimezzerà.
Se i dirigenti, Lombardi in testa, trovano i soldi per far fronte alle spese, per quanto mi riguarda si può anche andare avanti con collette e aumenti di capitale. Bisogna cercare di risolvere alla radice i problemi finanziari, certo, e ogni tifoso deve contribuire: io ho fatto la mia parte.
Certo, ci vuole prudenza: non dico che bisogna fare i passi secondo la gamba, se no si resta quasi fermi, ma bisogna essere prudenti. Per quanto riguarda le scelte tecniche, che si possono sempre discutere, non dico nulla perché non mi ritengo in grado. E sui ritardi sugli oneri sociali dico una cosa: tre quarti delle società ticinesi, non solo sportive, sono in ritardo con l’AVS. Ma l’Ambrì ha un problema in più: deve presentare conti in ordine per ottenere la licenza dalla Lega Hockey. E a proposito di Lega, concludo con il nostro motto, quello della Lega dei ticinesi: non mollare mai”.