CRONACA
Il Fatto Quotidiano riapre il caso del notaio trovato impiccato a Lugano: “Non fu suicidio”
Il quotidiano italiano riferisce di una denuncia della madre del legale che avanza dubbi e sospetti sulla morte dell’uomo e getta ombre sull’operato delle indagini svolte in Svizzera: troppo frettolose e lacunose

MILANO/LUGANO – Daniele Borelli venne trovato impiccato nella sua casa di Lugano in via Baroffio il 5 dicembre 2011. Il notaio era indagato per essere il titolare di una società americana che occultava i beni di alcuni clan della ‘ndrangheta di cui, secondo gli inquirenti, gestiva i capitali. La morte fu archiviata presto come suicidio.

Troppo presto secondo la madre di Borelli che, da una seconda autopsia sulla salma del figlio, avrebbe ottenuto nuovi elementi in grado di sostenere la tesi dell’omicidio, gettando ombre anche sull’operato delle indagini svolte in Svizzera. Elementi ripresi oggi da il Fatto Quotidiano, che torna sulla morte dell’uomo ricostruendo le fila dell'intera vicenda.

La riesumazione e la denuncia per omicidio

Il caso di Borelli si riapre, mediaticamente, un anno dopo la sua morte, quando la madre ne fece riesumare il corpo. La seconda autopsia, condotta a Zagabria, di cui Borelli era originario, rivela che dalla salma mancavano vari organi tra cui cervello, cuore e stomaco. L’avvocato Xenia Peran viene allora incaricata di denunciare i due medici dell’azienda ospedaliera di Varese che hanno eseguito l’autopsia con l’accusa di aver esportato gli organi senza alcun consenso, l’ipotesi di manomissione di cadavere e la violazione del regolamento mortuario. A cui si aggiunge il falso in atto pubblico per non aver segnalato nel referto finale l’asportazione degli organi.

Il documento, scrive il Fatto Quotidiano, venne inviato il 16 gennaio scorso al Ministero pubblico di Lugano, al Consiglio di Stato, alle procure di Varese, Milano, Reggio Calabria riscrivendo di fatto la storia della morte di Borelli e “riportando in primo piano l’ipotesi di un omicidio fatto passare per suicidio. Tanto che lo stesso legale mette nero su bianco una denuncia contro ignoti proprio per la morte di Borelli”.

Le indagini su Borelli e i suoi contatti con la 'ndrangheta

Torniamo però ai momenti precedenti la morte del notaio, ricostruiti dal Fatto Quotidiano. L’uomo era stato fermato poche settimane prima dai magistrati con l’accusa di gestire capitali dei clan della ‘ndrangheta attraverso società estere. Dal 2010 Borelli è infatti al centro delle indagini dei magistrati di Reggio Calabria e Milano. Insieme all’avvocato calabrese con residenza comasca Vincenzo Minasi, lavorerebbe costruendo trust societari blindatissimi a occultamento del denaro della cosca Gallico di Palmi e della famiglia Valle-Lampada (ritenuta dai magistrati la propaggine lombarda dei Condello).

Il 30 novembre 2011 scattano quindi gli arresti. Minasi verrà incarcerato con l’accusa di concorso esterno, mentre Borelli, perquisiti casa e ufficio, rientrerà nel suo appartamento di Lugano dove all’alba del 5 dicembre verrà trovato morto. “Il caso viene subito blindato dalla polizia federale. Nulla, se non il dato di cronaca, trapela sui giornali. Strano, visto che fin da subito la morte di Borelli viene catalogata come suicidio”, chiosa il Fatto Quotidiano.

Indagini frettolose e l'ipotesi di coperture istituzionali

Il giornale italiano comincia qui infatti a riportare i dubbi contenuti nella denuncia della madre di Borelli sul lavoro svolto nel corso delle indagini, giudicate troppo frettolose e poco imprecise. Oltre a incorrettezze nelle pratiche dell’autopsia (eseguita con largo anticipo rispetto a quanto impone la legge e senza segnalare la rimozione degli organi “giustificabile solamente con la necessità di mantenerli per ulteriori sviluppi investigativi. Che non ci sono mai stati”); troppo poco si è indagato sulla dinamica della morte.

Dinamica su cui invece, per la madre, sarebbero fin da subito dovuti nascere molti dubbi. In primis a causa di come fu trovato l’uomo, dettagli che si conoscono solo dopo gli ultimi sviluppi che, spiega il Fatto Quotidiano, hanno permesso alla madre di ottenere, nell’ottobre scorso, l’annotazione della polizia giudiziaria firmata dall’ispettore Daniele Schaffer: “Due pagine più un paio di verbali d’interrogatorio. Sfogliando il documento ci si accorge che non tutti i testimoni presenti in via Baroffio sono stati identificati e in pochissimi sono stati ascoltati. Il tutto datato il 15 febbraio 2012. Oggi l’ispettore ha lasciato la polizia per essere assunto al Credit Suisse. L’inerzia investigativa, ragiona l’avvocato Peran, è spiegabile solamente ipotizzando coperture istituzionali. Oltre a questo, l’autorità giudiziaria fornisce un cd con le fotografie scattate nell’appartamento di via Baroffio. Solo poche immagini riguardano il cadavere, il resto è un reportage della casa”.

Nonostante i pochi elementi, la madre fa ingrandire gli scatti della scena ‘del crimine’ facendo così emergere dettagli sul ritrovamento del corpo del figlio che avrebbero dovuto far sorgere, scrive il Fatto, almeno qualche dubbio sull’ipotesi del suicidio: “La corda nera fissata alla trave del soffitto. Indossa tuta, felpa e una paio di crocks arancioni. I capelli sono bagnati, i pugni serrati. Il volto mostra diversi ematomi. Dalla bocca semiaperta si vede che manca qualche dente. Davanti ha una scaletta bianca girata dalla parte opposta del corpo. Difficile pensare che l’abbia utilizzata per impiccarsi. Ma per le autorità svizzera è suicidio. Questo il ragionamento: i sospetti di collusioni mafiose lo avevano reso ansioso. Borelli faceva uso di ansiolitici. In realtà si tratta di un generico dello Xanax prescritto in dosi normali per dimagrire. Il particolare, però, aiuta. E’ suicidio. Sul caso cala il silenzio”.

Inspiegabile poi che si siano ignorate “le relazioni pericolose con i colletti bianchi dei boss. Un’ombra pesante che, ragiona il legale nella sua denuncia, avrebbe dovuto indurre la polizia federale ad avere più dubbi che certezze”. Ma il giornale, riportando le conclusioni e i dubbi contenuti nella denuncia, sottolinea poi come così non è stato e anzi evidenzia quanto gli interrogatori siano stati lacunosi: “Poi ci sono le testimonianze – scrivono –. Appena due. Perché non fu sentito il socio di studio di Borelli che ben conosceva le pratiche dell’ufficio e perché la polizia federale non convocò la segretaria del notaio che lo mise in contatto con Minasi procurandogli quei clienti calabresi?”

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