CRONACA
Nel mondo della criminalità informatica: come opera la polizia e i consigli per stare alla larga dalle truffe
Intervista a tutto campo con Enea Filippini del Gruppo Criminalità Informatica: "Le nostre modalità d’intervento sono uguali a quelli delle inchieste classiche: raccolta delle prove, delle tracce, eventuali perquisizioni …”.

LUGANO – L’ultimo caso segnalato dalla Cantonale riguardava un tentativo di truffa via web in cui alla potenziale vittima veniva comunicata l’apertura di un procedimento penale a suo carico da parte di una autorità federale con l’invito a voler consultare la documentazione allegata (vedi suggeriti). A occuparsi di questo genere di casi è il Gruppo Criminalità Informatica (GCI), ma in cosa consiste il loro lavoro? A spiegarcelo è il suo responsabile, Enea Filippini.

Partiamo quindi proprio da caso che ha dato il la a questa chiacchierata, come funziona questo truffa?
“Si è trattato di un caso di ransomware, un tipo di malware (in sostanza un programma maligno) che blocca, criptandolo, il dispositivo sul quale si installa. Potrebbe bloccare anche una determinata serie di documenti (ad esempio quelli di word o altri). Per ottenere il codice di sblocco viene chiesto un riscatto, altrimenti, decriptare il dispositivo preso di mira senza la password può essere impossibile e di sicuro oneroso in termini sia di tempo sia finanziari. Siamo quindi in presenza di un’estorsione per cui abbiamo ricevuto una trentina di segnalazioni e in due casi sembrerebbe che il PC sia stato effettivamente criptato”.

Quante segnalazioni di questi tentativi di truffa ci sono in Ticino?
“Non vi sono statistiche sulle segnalazioni che vengono fatte in quelle che, a volte impropriamente, vengono chiamate “truffe informatiche”. Come difficile è fornire dati esatti su quante vadano effettivamente a segno. Certamente, tra “truffe informatiche” e azioni di vera criminalità informatica, si può parlare di diverse decine all’anno”.

Quali sono le tipologie più comuni?
“Quantificare le diverse tipologie non è semplice, perché nel calderone delle “truffe informatiche” si tende a mettere di tutto. Per esempio, vi rientrano gli annunci di false vincite alla lotteria (eh sì, nel 2015 ci sono persone che ancora si convincono di aver vinto al lotto anche senza avervi giocato) e alle cosiddette truffe nigeriane. In questi casi, a ben guardare, d’informatico non vi è nulla se non l’utilizzo di una mail. Come non si tratta di criminalità informatica per quelle truffe, che sono delle vere truffe, riferite alla compra-vendita di appartamenti o di altri beni mobili, come ad esempio auto. Anche qui c’è di mezzo solo una mail ed eventualmente un sito”.

Ed entrando invece più propriamente nel campo dell’informatica?
“Vi è il phishing, un sistema certamente più elaborato dove sono necessarie conoscenze tecniche di un certo livello. Ancora diversi, per sofisticazione, sono i già citati ramsonware, gli abusi eseguiti nel contesto di operazioni di e-banking, oppure quelli che gergalmente vengono chiamati F.O.V.I. (faux ordres de virement internationaux) dove, almeno in una delle varianti esistenti, l’autore si introduce indebitamente nell’account mail della potenziale parte lesa e poi, spacciandosi per la stessa, ordina a un determinato istituto di credito dei trasferimenti abusivi di denaro. Oppure c’è anche il cosiddetto phreacking che consiste nel penetrare la sicurezza di un centralino telefonico (quindi, di solito, a essere prese di mira sono le società) per poi impartirgli ordini per eseguire delle telefonate in massa verso paesi esteri. Chiamate che normalmente vengono effettuate verso utenze a tariffa maggiorata con tutti i benefici che ne conseguono per i proprietari di queste utenze”.

Come, e quando, interviene il Gruppo Criminalità informatica?
“Il Gruppo Criminalità informatica si occupa in genere di quei casi dove la componente tecnico/informatica è predominante. E’ ovvio che si dà anche la dovuta assistenza ai colleghi che sono confrontati a quelle che appunto sono chiamate “truffe informatiche” ma che, di fatto, sono a tutti gli effetti delle classiche truffe messe in atto attraverso uno strumento informatico, invece magari del solo telefono o di una lettera. Senza dimenticare che il GCI si occupa anche di casi di pedopornografia in Internet. Le modalità d’intervento sono uguali a quelli delle inchieste classiche: raccolta delle prove, delle tracce, eventuali perquisizioni, …”.

Si tratta nella maggior parte dei casi di truffe ordite dall’estero: elemento su cui giocano i truffatori e che complica il lavoro delle autorità. Ma chi c’è dietro?
“E’ stabilito che quasi tutti i casi vengono commessi all’estero. Non è sempre facile risalire al luogo e non c’è un paese più “indiziato” di un altro. La tipologia degli autori è diversa: nel caso delle manipolazioni riferite a conti e-banking, ma anche ai casi FOVI, a operare ci sono a volte grosse organizzazioni criminali”.

C’è la possibilità di fermare gli autori?
“Le possibilità sono date, ma è evidente che la Polizia è confrontata con problemi di competenza territoriale che i criminali non hanno. Con un clic in Russia si può ottenere, in un secondo, un effetto negli Stati Uniti. Ne consegue che i tempi per eventualmente risolvere dai casi di criminalità informatica sono davvero lunghi”.

Quali possibilità hanno le vittime del raggiro?
“Certamente c’è la possibilità di formalizzare una denuncia, come avviene, né più né meno, per i reati che non hanno nulla a che vedere con l’informatica. Ma le possibilità di recuperare il denaro inviato o perso sono di un niente superiori allo zero. E altrettanto poche sono quelle, nei casi di ramsonware, di ricevere un codice di sblocco di un dispositivo dopo aver pagato il riscatto, anzi, a volte gli autori chiedono ulteriori soldi e non forniscono alcuna password”.

Come si può evitare di essere truffati?
“Premesso che la totale sicurezza non esiste se non rinunciando a computer o smart-phone, sono convinto che se da parte degli utenti ci fosse un po’ meno ingenuità, si potrebbe abbassare il numero delle vittime. Ci sono alcuni accorgimenti minimi che tutti possono prendere, ad esempio: dotarsi di antivirus e tenerlo aggiornato, mai fornire le proprie coordinate personali a sconosciuti, mai cliccare sui link presenti nelle mail se non si è più che sicuri di quanto si sta facendo, essere estremamente cauti nell’aprire documenti (anche se provengono da un indirizzo mail conosciuto), mai inviare le scansioni dei propri documenti di legittimazione e mai comunicare la propria password. Questa è personale e non va mai data a nessuno, andrebbe inoltre cambiata con regolarità dedicandone una diversa a ogni servizio usato. Nei casi di phishing, gli autori, spacciandosi per una società seria, chiedono, con scuse varie, la password dell’utente, ma va ricordato che nessuna società domanda mai queste informazioni ai suoi clienti”.

Chi capisce di essere di fronte a un tentativo di truffa tende spesso a cancellare semplicemente la mail, le caselle di posta sono infatti spesso inondate di spam e messaggi ‘dubbi’. Ma in quali casi conviene invece segnalare il caso alla Polizia?
“In quelli che esulano dalla massa. Le vincite al lotto o le truffe nigeriane, per quanto ci siano persone che ancora cascano nell’inganno, sono tipologie note per cui queste segnalazioni, che comunque vengono valutate, non portano nessun valore aggiunto. Hanno fatto bene tutti quegli utenti che nelle scorse settimane ci hanno annunciato il caso di ransomware. Queste segnalazioni ci hanno permesso di allertare lo SCOCI di Berna (il Servizio nazionale di coordinazione per la lotta contro la criminalità su internet) e di analizzare il codice del programma maligno”.

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