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Il Federalista
27.11.2023 - 11:530
Aggiornamento: 15.01.2024 - 17:40

Javier Milei, quel "loco" che vuole dollarizzare l'Argentina

Secondo alcuni economisti un paio di idee messe in campo dal neo presidente per frenare l'inflazione, potrebbero invertire la disastrosa rotta impressa all'economia argentina da decenni di statalismo peronista

di Claudio Mésoniat - contributo de ilFederalista.ch

Al di là delle sue mattane, racchiuse nelle “10 frasi” che il Federalista ha pubblicato nell’edizione del 20 novembre, di certo Milei non è però del tutto “loco”, ovvero matto, quanto a proposte economiche.

Alcune alzate d’ingegno del nuovo presidente eletto dell’Argentina sono bensì vere e proprie follie, come la proposta di privatizzare i fiumi o di liberalizzare tutto, persino il mercato degli organi umani (e pure dei bambini). C’è chi ascrive tali follie a un intento divulgativo, esemplificando al limite i principi di un’impostazione rigorosamente liberista, o chi le vorrebbe sdoganare come paradossi buttati nell’arena del dibattito allo scopo di attirare l’attenzione e segnalare una totale eterogeneità del politico Milei rispetto all’impresentabile classe politica argentina. C’è da sperarlo.

Fatto sta che l’altro ieri sulla Neue Zürcher Zeitung, Peter Fischer, capo della redazione economica della NZZ, ha così titolato il suo commento all’elezione di Milei: “Abolire la Banca Centrale è una buona idea”. Fisher sottolinea che la dollarizzazione è probabilmente l'unica possibilità per l'Argentina di gestire rapidamente l’inflazione e aggiunge che non possiamo misurare il nuovo presidente del Paese del tango con gli stessi parametri applicabili in Svizzera.

Il perché è presto detto: dal 10 dicembre prossimo, quando si insedierà alla Casa Rosada, Milei dovrà governare un Paese disastrato. A Buenos Aires l’inflazione è infatti al 143% e potrebbe arrivare al 200% entro fine anno, a detta degli analisti.

Uscire dalle follie del peronismo

Cerchiamo di capire. Alla base dell’incremento senza freni dell’inflazione, che esploderà nei prossimi giorni e settimane, la necessità di riallineare le distorsioni dei prezzi create da quasi un ventennio di folli politiche economiche kirchneriste (dal nome di Cristina Fernández de Kirchner, già presidente e vicepresidente dell’Argentina), la versione "chavista" del peronismo.

Riaggiustare i prezzi sarà in realtà la priorità numero uno di Milei in un Paese dove il kirchnerismo ha imposto come ricetta per combattere l'inflazione il controllo dei prezzi, a cominciare da quello del cambio tra peso argentino e dollaro. Una follia già sperimentata in Venezuela che, invece di sconfiggere gli aumenti, ha causato - al pari di tutti gli altri esempi nella storia a cominciare dall’ex Unione Sovietica - un prevedibile effetto contrario.

Oltre ovviamente a causare un boom del mercato nero (del dollaro ma non solo), la fuga di molte aziende straniere, una contrazione senza precedenti del settore privato rispetto a quello pubblico e la scarsità di tutti i prodotti "a prezzi controllati".

Non bastasse l'inflazione, quando il kirchnerismo tornò al potere nel 2019 dopo la parentesi del quadriennio di Macri, con 1000 pesos argentini si ottenevano quasi 15 dollari mentre oggi al cambio nero non si arriva neanche a un solo biglietto verde. Un’erosione di valore superiore persino a quella del Venezuela, negli ultimi mesi. Inoltre le riserve della Banca Centrale, che Milei vuole abolire, sono in deficit di 9 miliardi di franchi. 

Dollarizzare? È una parola

Per riallineare le distorsioni dei prezzi, frenare l’inflazione e accondiscendere agli argentini, che già oggi risparmiano in dollari e operano le compravendite immobiliari basandosi sulla valuta statunitense, Milei propone due cose «folli» solo in apparenza, ovvero la dollarizzazione e l’abolizione della Banca Centrale.

Chiedere l'abolizione della Banca Centrale argentina -creata all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, quando il Paese del tango era tra i 5 più ricchi al mondo-, che non è mai stata autonoma dai Governi di turno, non ha fatto altro che stampare moneta e si è contraddistinta per la sua cattiva gestione, è in realtà una «buona idea» per usare le parole di Fisher.

Dal 1946, quando iniziò la fase peronista con la prima presidenza del «General Peron», il tasso medio annuo di inflazione nel Paese è stato del 60%. La dollarizzazione potrebbe in effetti essere una possibilità per l'Argentina di eliminare rapidamente l'inflazione.

Vi sono precedenti che lo confermano. Basti pensare all’Ecuador, che ha dollarizzato nel 2001 quando aveva una inflazione del 100% e da allora ha l’inflazione più bassa dell’America latina insieme a El Salvador e Panama, altri due paesi della regione che hanno rinunciato alla moneta nazionale, sostituendola con quella statunitense.

Tuttavia non mancano gli scettici, come riferito dall’Economist. Per dollarizzare la sua economia e dunque acquistare i pesos in circolazione al cambio attuale l’Argentina dovrebbe avere in cassaforte molti più dollari di quanti oggi non ne detenga, soldi dunque che dovrebbero arrivare attraverso il rimpatrio dei risparmi in dollari detenuti all’estero (o sotto i materassi), oppure tramite un indebitamento di altri 30/40 miliardi di dollari, da aggiungere al maxi prestito da 44 miliardi di dollari erogato nel 2018 dal FMI.

"Via quella Banca Centrale!"

C’è comunque chi, come Steve Hanke, professore di economia applicata alla Johns Hopkins University di Baltimora, sostiene convinto che “l’Argentina deve dollarizzare per risolvere i suoi problemi. Storicamente i paesi che lo hanno fatto hanno ottenuto tassi di inflazione più bassi, deficit fiscali più piccoli, livelli di debito minori rispetto al prodotto interno lordo, meno crisi bancarie e tassi di crescita reale più alti rispetto a paesi comparabili che hanno invece lasciato mano libera alle banche centrali”.

Va detto che Hanke, tra il 1989 ed il 1991, su incarico del presidente peronista Menem, lavorò con il Parlamento argentino per sviluppare un progetto per un currency board che poi non andò in porto. Menem optò alla fine per un sistema di convertibilità 1=1 tra peso e dollaro. Già sul finire del 1991, Hanke espresse le sue preoccupazioni sui difetti della parità ma nessuno a Buenos Aires gli fece caso. Il risultato fu che il 6 gennaio 2002 il Paese del tango abbandonò il sistema della convertibilità e il peso argentino fu svalutato pesantemente rispetto al dollaro.

Proprio per evitare il ripetersi del tentativo fallimentare del 1991-2001 Milei vuole dollarizzare e nel contempo abolire la Banca Centrale, che non essendo autonoma dal Governo di turno potrebbe tornare al peso una volta finito il mandato del neo presidente anarco-capitalista. Difficile dire se riuscirà nel suo intento ma, almeno su questo fronte, il nuovo presidente parrebbe meno «loco» dei peronisti.

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