Il Federalista intervista da Caracas il professor Juan Salvador Perez: "Il 3 gennaio ha cambiato tutto e allo stesso tempo non ha cambiato nulla

A cura della redazione de ilfederalista.ch
Come vanno le cose in Venezuela dopo l’esfiltrazione di Maduro e l’intesa di Trump con la sua vice Delcy Rodriguez? Una risposta si poteva trovare il 9 marzo sulla (giustamente) quotata Neue Zürcher Zeitung: un quadro sostanzialmente positivo e rassicurante tracciato dal corrispondente a Caracas del quotidiano zurighese, Alexander Busch.
Incuriositi, abbiamo intrapreso una verifica, una sorta di fact checking, come si usa dire nel gergo giornalistico. Ci siamo dunque rivolti a uno studioso venezuelano che vive a Caracas, Juan Salvador Perez, laureato in diritto con master in scienze politiche, consulente in comunicazione strategica, editorialista di alcune pubblicazioni venezuelane, tra le quali “Dialogo Politico” e “SIC”. Di seguito, domande e risposte della nostra intervista.
Dottor Perez, il corrispondente di “NZZ” ha raccolto il materiale della sua inchiesta nella grande Caracas, senza riferimenti all’interno del Paese. Che differenze vi sono tra la capitale e le altre regioni del Venezuela?
"Come accade in altre grandi capitali del mondo (“Paris c'est la France”, per fare un esempio), anche gli abitanti di Caracas sono piuttosto autocentrici. C'è una frase un po’ sprezzante che suona “Caracas è Caracas e il resto è campagna...”. Per gran parte del XX secolo, specialmente dopo il boom petrolifero, il Venezuela ha vissuto un processo di modernizzazione accelerato che si è concentrato in modo sproporzionato nella capitale. Questa realtà ha determinato una differenza sensibile tra le condizioni di vita a Caracas e nel resto del Paese. E si tratta, chiaramente, di un'ingiustizia".
È davvero “finito un incubo” -come leggiamo nella “NZZ”? La vita per le strade è tornata alla normalità? Il corrispondente fa riferimento alle “code fuori dai ristoranti”, che sarebbero un segno di palese ripresa. Cosa ne pensa?
"In Venezuela il 3 gennaio ha cambiato tutto e allo stesso tempo non ha cambiato nulla. La situazione socio-economica alla fine del 2025 era molto dura, molto difficile per la grande maggioranza dei venezuelani. Il salario minimo in Venezuela oggi si aggira intorno ai 130 bolivares mensili, che equivalgono a ¼ di dollaro; di regola vi si aggiunge una serie di bonus, così che un dipendente pubblico può raggiungere una cifra (stipendio + bonus) di circa 190 dollari mensili. La vita a Caracas costa quasi quanto in una città europea, ma gli stipendi non hanno seguito la stessa crescita. Per una famiglia di 5 persone, ad esempio, il solo paniere alimentare di base costa tra i 500 e i 600 dollari al mese. Se aggiungiamo servizi e trasporti, la cifra sale a circa 900 dollari. Certamente, sono passati appena due mesi e c'è molto ottimismo nella popolazione, anche sulla scorta delle promesse fatte dalle autorità nazionali (come pure dei rappresentanti dell'amministrazione statunitense). Speriamo… In realtà c'è una grave contrazione dei consumi e del potere d'acquisto della popolazione.
Per quanto riguarda le “code” fuori dai ristoranti, onestamente si tratta di una valutazione -a dir poco- superficiale... Non può non ricordarmi il ricco Epulone del Vangelo di Luca...: il problema di quel ricco non erano i suoi banchetti e le sue feste, ma che lui ignorasse il povero Lazzaro affamato. Questo è davvero il problema".
Le risulta che i simboli – cartelloni, manifesti giganti, frasi rivoluzionarie di Chávez – siano davvero scomparsi dalle strade delle città?
"Il punto non è questo. Chavez e il chavismo hanno rappresentato a suo tempo una speranza per moltissimi venezuelani. Non è una questione di slogan o di striscioni, ma di comprensione delle condizioni di vita della grande maggioranza. In Venezuela la lezione è stata chiara: deve andare bene a tutti, perché altrimenti alla fine non andrà bene a nessuno. In questo consiste il bene comune".
Leggiamo sulla NZZ che gli statunitensi, i quali hanno fatto sparire Maduro, sono visti come liberatori dalla popolazione, o almeno da una parte di essa. E ancora, che nessuno, tranne chi beneficiava del regime, avrebbe vissuto l'operazione del 3 gennaio come una violazione della sovranità venezuelana. L'antiamericanismo era ed è tuttora solo una postura ideologica del regime chavista o ha qualche radicamento nella mentalità della gente?
"Si tratta di una domanda difficile, perché non ci sono dati scientifici né sondaggi di opinione a sostenere le osservazioni citate. Ma stiamo ai fatti, che sono sempre molto eloquenti: perché non ci sono state celebrazioni per le strade il 3 o il 4 gennaio? Le spiegazioni sono forse molte e varie, ma oserei pensare che più che rimuovere o insediare governanti, ciò che la gente vuole – in realtà – è che il Paese funzioni. Le “ideologie”, intese come grandi battaglie, sono passate in secondo piano. Oggi ci sono bisogni da soddisfare, realtà da cambiare".
“Medicinali e generi alimentari vengono forniti dagli Stati Uniti”, scrive il collega Busch: questo vale per tutti, comprese le città e le province al di fuori della capitale?
"Questa non è la soluzione definitiva. Le iniziative di aiuto umanitario sono benvenute, ma in realtà ciò che serve è creare le condizioni affinché il Venezuela sia un paese di opportunità per tutti".
Si dice che “i collettivi, le milizie motorizzate armate del regime, sono scomparsi”: è vero? La capitale è più sicura di quanto lo sia stata negli ultimi anni? Il traffico di droga non è più motivo di preoccupazione? E d’altra parte che persiste la paura dell'apparato repressivo. Corretto?
"Siamo nella cosiddetta “fase 1” del piano di “transizione” in Venezuela, definita come la fase di “stabilizzazione”. Posso dire che si vedono alcuni primi risultati positivi. Quanto alla paura, dobbiamo comprendere con rispetto che non è il momento delle repressioni né delle ritorsioni, né tantomeno della vendetta. È tempo di lavorare insieme".
Il piano di Rubio, prevede infatti dapprima la stabilizzazione; poi, la ripresa economica; e infine, la transizione politica. Questo permette di immaginare la tenuta di elezioni (libere) già quest'anno?
"I tempi di questi processi non sono così immediati, per questo io punto piuttosto su elezioni nel 2027. Ma ci saranno, sono indispensabili. I Paesi hanno il diritto e il dovere di eleggere responsabilmente i propri governanti".
Come si muove l'opposizione politica? Machado continua a godere di ampio consenso (il 78%, secondo quanto riportato nell'articolo di “NZZ”, citando un sondaggio nazionale dell'Istituto Meganalisis di inizio febbraio)?
"L'opposizione si trova di fronte a una sfida enorme e di cruciale importanza: il ruolo della leadership politica. Quando nell'enciclica Fratelli Tutti si parla della “migliore politica” come di quella che è al servizio del vero bene comune e che è in grado di riformare le istituzioni affinché funzionino con giustizia, si parla al tempo stesso di una leadership politica che non si limiti alla gestione tecnica del potere o a un personalismo esacerbato, ma di uomini e donne che si distinguono per un'elevata forma di carità e una vocazione al servizio. Oggi in Venezuela abbiamo bisogno della “migliore politica”, e per questo è urgente che assumano l’incarico i “politici migliori”, quelli che comprendono di avere una responsabilità enorme nei confronti di tutti i venezuelani".