IL FEDERALISTA
Iran: dalla padella alla brace. Il "nuovo" regime peggiore di quello di prima
A guidare oggi il Paese ci sono figure più radicalizzate dei leader che sono stati eliminati. È questo, per il momento, il risultato tangibile della guerra di Trump e Netanyahu

A cura della redazione de ilfederalista.ch

“Abbiamo compiuto il cambio di regime” – ha sbandierato raggiante Donald Trump. Ok, diamo per vero il cambiamento. Resta però una domanda: in meglio o in peggio?

Alcuni informati e diligenti analisti sostengono che a guidare oggi l’Iran siano figure più radicalizzate dei leader che sono stati eliminati. Non si tratterebbe infatti solo di una dittatura feroce divenuta in qualche modo ereditaria, bensì della sua esasperazione in un’ottica jihadista e apocalittica, come suggerì una frase fulminea del generale americano David Petraeus, circa un mese fa: "Speravamo in una Delcy Rodriguez [la nuova leader venezuelana, Ndr.] in Iran, invece ci siamo ritrovati un giovane Kim Jong Un." Infatti, è l’ideologia settaria della Repubblica Islamica che sembra essersi ulteriormente consolidata.

Il vuoto creato dalla guerra riempito dai radicali

Obiettivo dichiarato di Stati Uniti e Israele era di sfruttare l’eliminazione dei vertici iraniani per aprire uno spazio al cambiamento politico. Ma alcune analisi apparse negli ultimi giorni, a cominciare da quella di Margherita Stancati, Benoit Faucon e Henna Moussavi, esperti di Medioriente al Wall Street Journal, descrive come il vuoto venga in realtà riempito da nuovi leader più radicali.

Lo riconoscono alcuni analisti israeliani, come Danny Citrinowicz, ex capo del “dipartimento iraniano” dei servizi segreti militari dello Stato Ebraico, che ha dichiarato: “La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo. Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani dovevano affrontare prima della guerra”. 

Per questa consapevolezza, forse, si moltiplicano in Israele gli appelli a “finire il lavoro”, sia in Libano che in Iran. Come quello odierno del ministro della Difesa Israel Katz, che ha manifestato il desiderio che Trump lasci mano libera a Tel Aviv “per portare l’Iran all’Età della Pietra” e “farla finita con i Khamenei”.

L’abbaglio di Donald

Mentre il presidente americano non si stanca di ripetere che l’Iran sarebbe “disperato” e che “le persone giuste ci stanno chiamando” da Teheran, sul terreno, si sono in realtà affermati i fautori della linea oltranzista. “Hanno mostrato i muscoli in patria”, scrivono sul WSJ, “intensificando la repressione contro l’opposizione interna attraverso arresti, esecuzioni” (almeno 5 questa settimana) e minacce. “Hanno schierato nelle strade i sostenitori del regime”.

“Anziché cercare una rapida conclusione del conflitto, hanno lanciato ripetuti attacchi non provocati contro i loro vicini arabi”. Tra questi, gli Emirati Arabi Uniti che rimangono il principale partner economico di Teheran nella regione, nonché il principale canale di transito dei flussi ombra dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio.

Un governo collettivo

A rafforzare il quadro ha contribuito un’inchiesta realizzata per il New York Times da Farnaz Fassihi, che ha interloquito con 23 alti funzionari iraniani, tra i quali alcuni membri dei Pasdaran -i Guardiani della Rivoluzione (o IRGC)- e persone vicine alla famiglia Khamenei.

Sebbene Mojtaba Khamenei, l’attuale Guida Suprema, sia gravemente ferito -operato più volte e seguito personalmente dal presidente del Governo iraniano, il cardiochirurgo Masoud Pezeshkian- egli resta lucido e, nell’attuale contesto emergenziale, funge da figura di coordinamento più che di comando: “Gestisce il Paese come il presidente di un consiglio d’amministrazione”, ha dichiarato alla giornalista del NYT un ex consigliere di Mahmoud Ahmadinejad.

“Quando l’Ayatollah Ali Khamenei era al potere”, scrive Fassihi, “deteneva un controllo assoluto su guerra, pace e negoziati”. Il suo successore invece opera in armonia con un gruppo di comandanti temprati dalle battaglie nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Se in passato il sistema iraniano era attraversato da divisioni e centri di potere paralleli, oggi la situazione appare mutata.

Tutti i tagliagole dell’Ayatollah

Per gli esperti del Wall Street Journal attorno a Mojtaba si è consolidata un’oligarchia fanatica. Ne fa parte, in particolare, Mohsen Rezaei (72 anni), nuovo consigliere militare personale dell’Ayatollah Supremo. Rezaei fu tra gli organizzatori dell’attentato di Buenos Aires del 1994 contro un centro ebraico che fece 85 morti. Famoso anche per essere lo stratega della guerra contro l’Iraq (1980-1988), prolungata allo scopo di rovesciare il leader iraqeno ma rivelatasi soltanto un’agonia economica e un’ecatombe di vite umane.

Rezaei è considerato un possibile stratega del blocco ad oltranza dello Stretto di Hormuz, incurante del fatto che esso punisca anzitutto gli iraniani. “Lo scontro continuerà fino a quando non saranno soddisfatte le nostre condizioni”, ha dichiarato. “La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà una testa per un occhio, una mano e un piede per un occhio”.

Altri due uomini assurti al potere avendo alle spalle curricula di estrema violenza sono Mohammad Bagher Zolghadr e Ahmad Vahidi. Il primo (72 anni) è l’attuale capo della Sicurezza nazionale: ex comandante IRGC, una scia di omicidi alle spalle, ha contribuito a fondare la Forza Quds, organizzazione che inquadra e addestra le milizie filo iraniane all’estero. “Le sue posizioni erano a tal punto estreme che Qassem Soleimani – il leader della Forza Quds ucciso dagli Stati Uniti nel 2020– si dimise temporaneamente per protesta”, scrive il WSJ.

Ahmad Vahidi (nato nel 1958) è il nuovo comandante in capo dei Guardiani della Rivoluzione. Lui pure ricercato per l’attentato di Buenos Aires, è da tempo il capo dell’indottrinamento dei funzionari pubblici in Iran e ha contribuito a supervisionare la repressione delle proteste per i diritti delle donne nel 2022.

Secondo Iran International, sito di diffusione dell’opposizione all’estero (sostenuto dall’Arabia Saudita), il Paese sarebbe ormai di fatto commissariato dall’IRGC. Una lettura, forse, estrema, ma non del tutto infondata.

Il Circolo Habib, tessuto connettivo del regime

Da una posizione informale nell’Ufficio della Guida Suprema, il figlio di Ali Khamenei, aveva lavorato a stretto contatto sia con i Pasdaran che con i Basij, i paramilitari, esecutori della repressione nelle strade. Le sue connessioni più importanti hanno un nome: gli analisti lo chiamano il “Circolo Habib”. Ne fanno parte veterani della guerra con l’Iraq che hanno prestato servizio nel Battaglione Habib della Guardia Rivoluzionaria, un’unità intitolata a una figura dell’Islam sciita del VII secolo venerata per aver sacrificato la propria vita in battaglia.

Era il gruppo combattente più esaltato durante il conflitto iracheno, cui Mojtaba aveva aderito, seppur quando la guerra volgeva al termine. Queste connessioni hanno permesso al regime khomeinista, dopo l’annullamento dei vertici precedenti, di uscire da cinque settimane di guerra mantenendo il controllo del potere. 

L’ideologia apocalittica: il mahdismo

Uno degli elementi più inquietanti riguarda la matrice ideologica di questa leadership. Ad essere saliti al potere sono infatti gli esponenti più convinti del mahdismo. Per questa corrente politico-religiosa, la costruzione di una rigida società islamica e la distruzione dei suoi nemici concorrono ad accelerare il ritorno dell’Imam Mahdi, il “messia celato”, figura che nella dottrina abbracciata da un vasta corrente dello sciismo porterà pace e giustizia nel mondo.

Un alto comandante IRGC, Hossein Yekta, stretto collaboratore di Mojtaba Khamenei, ha recentemente esortato le madri iraniane a mandare i propri figli in guerra nel nome del Mahdi. Yekta ha dichiarato in televisione: “L’Imam infallibile ha detto che gli iraniani sarebbero entrati a Gerusalemme e avrebbero compiuto un massacro. Gli iraniani dicono: ‘Uccidete! Uccidete!’ L’Imam infallibile ha detto: ‘Uccidete! Uccidete’”.


 

 


 

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