POLITICA E POTERE
Scambio automatico di informazioni dal 2018, Merlini: "Ora trattare con l'Italia sarà ancora più difficile"
Intervista al Consigliere Nazionale PLR: "Dal Consiglio Federale ancora una volta l'approccio da primi della classe. Ora gli italiani sanno che al più tardi fra tre anni e mezzo quello che non hanno ottenuto dalla porta gli rientrerà dalla finestra"

di Anrea Leoni

Il Consiglio Federale ha informato oggi gli enti internazionali che a partire dal 2018 la Svizzera, e i suoi istituti finanziari, implementeranno lo scambio automatico di informazioni. Il che significa la fine del segreto bancario per i clienti esteri. Giovanni Merlini come commenta la notizia?  
"Il commento più spontaneo che mi viene da fare è che non si percepisce da parte del Governo la volontà chiara e netta che era stata ventilata fin dall'inizio nella trattazione di questo dossier. Ovvero  sia che lo scambio automatico avvenga a condizione che anche tutti gli altri Paesi che aderiscono all'OCSE applichino le stesse regole. Questo è un punto determinate: se le regole non valgono per tutti e quelli che hanno più potere economico e politico continuano a fare quello che vogliono non va assolutamente bene".

Ha quindi la sensazione che la Svizzera ancora una volta abbia voluto fare la prima della classe?
"C'è un po' questa sensazione. Anche perché è una sensazione che abbiamo provato ripetutamente negli ultimi 3 o 4 anni. Ci sono state delle fughe in avanti che hanno fatto un po' precipitare la situazione. Io avrei preferito da parte del Governo un atteggiamento più cauto e attendista. Anche se siamo tutti consapevoli del fatto che questo treno non lo si ferma più. E adagio, adagio, dobbiamo abituarci a questo cambio di paradigma".  

Per noi ticinesi, questa decisione del Governo di implementare entro il 2018 lo scambio automatico, ha un'altra ricaduta negativa importantissima. Mi riferisco alla trattativa fiscale con l'Italia.  
"Certo, questo ci complica moltissimo il compito con l'Italia. Infatti io avevo proposto che nella convenzione multilaterale con l'OCSE venisse inserita una riserva in cui si diceva che l'implementazione dello scambio automatico avrebbe subito un certo ritardo con quegli Stati con cui facciamo un po' fatica a negoziare. Pensavo evidentemente all'Italia. Ma i giuristi della Confederazione hanno detto che non è possibile farlo. A volte, dico io, bisogna anche essere un po' politici e un po’ scaltri nelle trattative…Ora il risultato è che agli italiani gli abbiamo dato un bel coltello con questo scambio automatico. È chiaro che noi ticinesi dobbiamo in ogni modo disinnescare la questione dei frontalieri. Ma per farlo non è sufficiente, purtroppo, disdire solo il trattato che si occupa dei lavoratori di oltre confine, bisogna far cadere l'intera convenzione. Dico purtroppo perché sappiamo le ricadute negative che questo avrebbe per le grandi aziende svizzere che operano in Italia che finirebbero per essere tassate due volte. Ma credo che se la situazione non si sblocca, a malincuore, la deputazione dovrà fare questo passo per tentare di togliere quell'incentivo fiscale fenomenale che rende così conveniente per i lavoratori italiani venire a lavorare in Ticino". 

Merlini ma se lei fosse un negoziatore italiano cosa farebbe dopo la notizia odierna?
"È chiaro che avrei un approccio molto ma molto attendista. Tra le molte difficoltà gli italiani non hanno neanche molta voglia di accelerare il discorso per via del contenzioso in atto tra il ministro dell'economia e quello della giustizia sulle nuove norme dell'antiriciclaggio nell'ambito della nuova legge sul rientro dei capitali. Finché non si sblocca questo nodo interno la trattativa neppure riparte. In più ora l'Italia sa che al più tardi fra tre anni e mezzo quello che non hanno ottenuto dalla porta gli rientrerà dalla finestra. Forse potrebbero un po' pensare a cosa succede nel frattempo: qualcuhe facoltoso contribuente potrebbe decidere di spostare i capitali a Miami, Abu Dhabi, Londra… però credo che non si preoccuperanno più di tanto perché cercheranno di far valere qualche norma retroattiva….".

A fronte di tutte queste osservazioni critiche, qual'è il suo giudizio politico sia sulla titolare del dossier Eveline Widmer Schlumpf, sia sull'intero Consiglio Federale?
"Il giudizio non può essere entusiasta: l'atteggiamento sia di Widmer Schlumpf che del Consiglio Federale è stato un po' troppo remissivo in questi anni. Il Governo si è un po' riscattato quando quest'estate ha fermato la signora Widmer Schlumpf che voleva mollare completamente gli ormeggi anche sul segreto bancario interno. Questo fatto ha creato un bel disorientamento. Sono tutti segnali contraddittori che creano un certo timore in che deve decidere se investire. E per quanto riguarda il segreto bancario interno io continuo a battere il chiodo: deve essere assolutamente mantenuto perché salvaguardia un principio fondamentale nel rapporto fra Stato e cittadino. Se negli altri Paesi devi dimostrare tu di essere un contribuente corretto e non un evasore, in Svizzera tu sei un contribuente corretto fino a prova del contrario e la prova la deve portare lo Stato. Questa secondo me è la giusta concezione di una democrazia liberale ispetto a uno Stato di polizia tributaria".     

Faceva riferimento poc'anzi a un atteggiamento un po' troppo remissivo del nostro Paese nelle trattative. Come se lo spiega?
"A mio parere c'è stata l'illusione che facendo delle concessioni avremmo potuto accedere a determinati mercati finanziari esteri. Penso anche all'Italia dove qualcuno ha creduto che ci facessero entrare nel settore bancario alle condizioni a cui pensavano le nostre banche. Con gli italiani bisognava avere ben altro approccio. Come fai a sederti al tavolo a trattare con un Paese che ti considera uno Stato-canaglia? Perché questo significa essere sulle famose black list. Per un po' si poteva anche sopportare ma a un certo punto bisognava porre con forza questa condizione alla controparte: prima di iniziare a discutere toglieteci dalle black list. Il Consiglio Federale su questo punto ha sbagliato ed è stato troppo debole. Anche considerando che l'Italia è un Paese storicamente amico e con cui abbiamo delle relazioni commerciali importantissime". 

La piazza finanziaria ticinese ha già subito dei durissimi colpi dal 2008 sia in termini economici che occupazionali. Ora arriva quest'altra tegola (e che tegola...): che tipo di ulteriore trasformazione si aspetta?
"È chiaro che la trasformazione ci sarà e sarà anche piuttosto importante. Avremo una riduzione degli istituti bancari e di conseguenza anche dei posti di lavoro, purtroppo. Dovremo essere bravi a ricalibrare la nostra attività su alcuni settori. Credo che sulla gestione patrimoniale abbiamo competenze tali che non prevedo un'enorme contrazione degli affari. Poi dobbiamo investire molto nella consulenza a 360 gradi, dall'assistenza aziendale alla successione. C'è tutto un mercato fiorente sulle materie prime che a Ginevra sta già fornendo ottimi risultati e che potrebbe essere interessante anche per il Ticino: Lugano potrebbe diventare un centro di competenza in questo settore. Ma è chiaro che siamo a una svolta storica: finisce un'epoca e ne comincia una nuova".

A suo avviso la gente ha percepito la portata di questa svolta i cui effetti li vediamo già concretamente sia sul piano occupazionale che su quello delle finanze pubbliche ma che in futuro si accentueranno?
"La gente non è sciocca e a livello di percezione secondo me ha capito quello che sta succedendo. La politica però non può limitarsi a questo e deve formulare delle soluzioni strategiche. Vanno individuati dei percorsi per affrontare questa transizione storica. Ad esempio sarebbe importante che nel prossimo piano direttore cantonale venisse dedicato un capitolo alla piazza dei servizi, che non sono solo finanziari, ma penso ad esempio alla ricerca su cui abbiamo già dei tasselli strategici come il master in medicina, l'IRB…bisogna riuscire a mettere in rete tutto. Dobbiamo riconvertirci e reinventarci. Lo abbiamo già fatto alla fine degli '90 con la chiusura delle ex regie federali. Ora dobbiamo raccogliere questa nuova sfida".

Abbiamo quattro anni che sono meglio che niente…
"Ma sono anche pochi! Il 2018 arriverà molto in fretta: dobbiamo spicciarci a trovare delle soluzioni". 

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