POLITICA E POTERE
Micocci: “Accordo sui frontalieri, ecco perché non mi soddisfa: troppo poco, troppo tardi”
La candidata accoglie l'invito dell’esperto fiscale e risponde alle sue osservazioni: “Senza dover rinunciare in tale misura all’imposizione fiscale dei frontalieri, quanti progetti potrebbero essere attuati per il bene del nostro Cantone?”

di Natalia Ferrara Micocci*

Sabato liberatv, che ringrazio per l’ospitalità, ha pubblicato la mia opinione sulla recente decisione BNS e sull’accordo fiscale italo – svizzero, suscitando e poi dando spazio alla reazione dell’esperto fiscale, signor Filippo Piffaretti, che, sostanzialmente, mi chiede di precisare perché questo accordo non mi soddisfi. (vedi allegati)

Il tema è certamente complesso per essere affrontato in un paio di migliaia di battute, credo sia importante concentrarsi sulla storia di questo accordo per capire le ragioni della mia insoddisfazione.

E’ evidente che l’accordo del 1974 fosse vetusto e assolutamente non vantaggioso per il Canton Ticino, oltre a violare palesemente il principio di reciprocità. Il Ticino (come anche Grigioni e Vallese), secondo questa intesa, ha l’obbligo di riversare all’Italia il 38,8% delle imposte dei lavoratori frontalieri, mentre, quando dei residenti nella fascia di confine di questi tre Cantoni elvetici svolgono un’attività dipendente in Italia, quest’ultima impone i relativi redditi ma non restituisce alcunché ai Cantoni svizzeri. Da più parti possiamo leggere che all’epoca, in sede di negoziazione, “i diritti dei Comuni svizzeri di frontiera non sono stati adeguatamente tutelati”, e che i famosi “ristorni” hanno rappresentato un’importante uscita del Canton Ticino (in 40 anni oltre 1 miliardo e 200 milioni di franchi versati all’Italia).

L’obiettivo (unanime quanto necessario) era dunque quello di un nuovo accordo tra Svizzera e Italia che tenesse in maggiore considerazione la situazione particolare del nostro Cantone e dei suoi Comuni di frontiera. La necessità di far capo alla manodopera frontaliera non giustifica quelle pesanti conseguenze, sia sul mercato del lavoro (in particolare dumping salariale), che sul territorio, che sono sotto gli occhi di tutti.

Un accordo obiettivamente e sin dall’inizio più vantaggioso per l’Italia che non per la Svizzera e, soprattutto, per il Ticino. È altrettanto chiaro che il potere di negoziazione elvetico sarebbe stato maggiore quando ancora la Svizzera si trovava nella posizione di forza che precedeva la firma del trattato di scambio automatico di informazioni in ambito fiscale. A rendere ulteriormente difficili le trattative, c’è poi stato il voto del 9 febbraio, che non ha certamente facilitato la posizione elvetica nei confronti degli altri Paesi europei. Nondimeno la Svizzera mai avrebbe dovuto accettare la clausola ghigliottina, secondo la quale se entrassero in vigore i contingenti votati il 9 febbraio, cadrebbe il nuovo accordo fiscale e si tornerebbe a quello del 1974.

Al tavolo delle trattative la Svizzera ha messo l’accento sulla rinegoziazione dell’accordo sui frontalieri, la regolarizzazione degli averi bancari da noi depositati, e, non meno importante, la cancellazione dalle liste nere. La politica ticinese si è divisa fra chi dava più importanza ad una soluzione ragionevole per la piazza finanziaria e prediligeva pressioni dietro le quinte, e chi invece, concentrandosi sul tema dei frontalieri, si è limitato per lo più limitato a gesticolare, invocando a gran voce il tema dei frontalieri ma inventandosi solo il blocco dei ristorni. Quest’ultimo, va pur detto, all’Italia fa a malapena il solletico, mentre a Berna fa venire un gran mal di pancia.

Non nego la complessità di questa trattativa, nemmeno che il nuovo accordo (così come presentato sino ad ora) sia meglio del precedente. Il punto è un altro: è abbastanza? Se paragonato ai sacrifici del nostro Canton Ticino negli ultimi 40 anni, alle difficoltà quotidiane generate dal frontalierato, al trattamento non paritario con altri Cantoni di frontiera, questo è davvero il migliore accordo che poteva concludere Berna con Roma?

La Svizzera negoziando non ha nemmeno utilizzato come avrebbe potuto la posizione di forza derivante dall’importanza economica che il frontalierato ha per l’Italia settentrionale. Facciamo un semplice raffronto, per dare un’idea: prendiamo la Fiat. C’è chi scrive che i finanziamenti statali elargiti fino ad ora all’azienda di Torino siano quantificabili in 100 miliardi di euro. Clamorosi gli interventi in effetti, dalla (s)vendita di Alfa Romeo, ai contributi per gli impianti al Sud, ai prepensionamenti e mobilità lunga, alla rottamazione dell’usato, e via di seguito. Insomma, quando in Italia si dice Fiat, il mondo politico corre e l’intervento statale non si fa attendere. Eppure, in Italia, mi risulta che la Fiat abbia oggi solo 62'500 dipendenti. Il Canton Ticino, con oltre 62'500 frontalieri, è quindi un importante datore di lavoro a livello nazionale italiano e probabilmente il principale datore di lavoro dell’intera Lombardia.

È pertanto inaccettabile venir considerati marginalmente, come è inaccettabile che il Canton Ticino paghi (quasi esclusivamente) il prezzo di questi accordi, mentre i benefici sia della Convenzione che dei negoziati sullo scambio di informazioni, vanno a favore della Confederazione, degli altri Cantoni e anche dei Comuni.

Secondo il nuovo accordo, il Ticino dovrà rinunciare al 30% di imposizione sul reddito dei frontalieri. Perché? Mi chiedo se non sia ora che Berna compensi questa crassa differenza di trattamento, tanto più che gli accordi con gli altri Paesi sono ben lontani da quello negoziato con l’Italia, di modo che conseguenze e benefici per gli altri Cantoni di frontiera sono pure ben diversi.

Riassumendo, il Ticino porta il peso di un vecchio accordo con l’Italia che prevede ristorni al 38,8% e nessuna reciprocità con la Svizzera. Il nostro Cantone si carica ora sulle spalle un nuovo accordo con ristorni al 30%, sempre senza avere pari diritti (nessuna reciprocità), mentre ad esempio con Austria (ristorni 12,5%), Germania (imposizione 4,5%) e Francia (imposizione 4,5%) non solo le aliquote sono ben diverse, ma è data anche la parità di trattamento, essendo prevista la reciprocità.

Da qui la mia insoddisfazione per il nuovo accordo, che non tiene sufficientemente conto degli interessi del Canton Ticino. Senza dover rinunciare in maniera così massiccia all’imposizione fiscale dei frontalieri, quanti progetti potrebbero essere attuati per il bene del nostro Cantone? Per una mobilità sostenibile, per un mercato del lavoro con maggiori controlli che possano arginare il dumping, per una fiscalità più attrattiva e un rilancio dell’economia, per una migliore qualità di vita. Tutto questo ha un costo che pagano soprattutto i ticinesi, ad esempio con le lunghe attese che vanno dal posto di lavoro alle code in autostrada, senza dimenticare il dumping salariale e il deleterio effetto di sostituzione della manodopera indigena.

Il secondo errore, questa volta del Canton Ticino e non di Berna, è stato quello di non avere atteggiamenti ed obiettivi univoci e condivisi. È più facile per il Governo federale non ascoltare le nostre rivendicazioni, quando da un lato ci sono proposte serie e dall’altro gli insulti “ai balivi bernesi” tutte le domeniche. È facile sbraitare, è anche comodo per i due Ministri leghisti limitarsi a dire “blocchiamo i ristorni”. Ma un’analisi dell’accaduto? Una proposta concreta? Una alternativa? Non si può governare con i proclami, ci vogliono i progetti, e ci terrei a conoscere quali siano quelli della Lega ormai partito di maggioranza relativa in Governo. E, sia chiaro, non decaloghi, progetti. Nei comizi del 2011 nel mio Mendrisiotto troppi candidati si sono riempiti la bocca, promettendo di portare i frontalieri a 35'000. E dopo le elezioni? E oggi? Che parlino i numeri, non i Ministri.

Il PLRT l’anno scorso ha fatto una proposta concreta e l’ha portata a Berna: disdire l’accordo sui frontalieri. Il PLRT ha anche lanciato un’iniziativa per rilanciare la politica fiscale.

Pertanto, quando l’attento lettore Piffaretti scrive che “nel Cantone Ticino non vi è una politica fiscale ben definita, né l’esecutivo, né il mondo economico hanno comunicato inequivocabilmente il loro punto di vista”, sbaglia. Il PLRT le idee in chiaro le ha. Io, che sono fiera di rappresentarlo, anche. E gli altri? Siamo a 3 mesi dalle votazioni cantonali e non ci sono ancora proposte concrete degli altri Partiti. Ho paura che, ancora una volta, si faccia tanto rumore per nulla. Nel 2011 la Lega ottiene il blocco dei ristorni, oggi che beneficio ne abbiamo avuto? Niente. Anzi no, scusate, un accordo che non soddisfa neanche loro ma che, ma forse mi sbaglio, non hanno fatto niente per migliorare.

* avvocato, candidata PLRT al Consiglio di Stato

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