L'ANALISI - La somma di due mosse spregiudicate quasi mai fanno una scelta giusta. Ricercare il giusto equilibrio tra fare e strafare, è uno dei compiti più difficili per chiunque nella vita ha la responsabilità di condurre un gruppo di persone. E in politica questo esercizio è ancora più complesso

La somma di due mosse spregiudicate quasi mai fanno una scelta giusta. Anzi, generalmente creano solo confusione. Una confusione peraltro che non stimola neppure pensieri o passioni politiche di quelle che valgono la pena, ma solo un duello incentrato su un'esasperazione tattica, dunque incartato. Partite politiche che magari appassionano gli addetti ai lavori più appassionati. Ma solo loro.
Per carità: ognuno fa il suo mestiere ed è tutto perfettamente legittimo. Non saremo certo noi a puntare la matitina rossa contro chicchessia e a strillare ipocritamente al teatrino della politica, a cui tutti, più o meno occasionalmente, partecipiamo.
Tuttavia, ci permettiamo di suggerire un perimetro della discussione che forse potrebbe essere più interessante e costruttivo. Fiorenzo Dadò, con il suo scatto sul tema del 9 febbraio, ha voluto fondamentalmente lanciare un messaggio di riposizionamento del suo partito sulla questione europea. È una mossa che ci sta tutta perché coerente con il suo pensiero e non da oggi: è stato scelto per la presidenza anche per questa importante sfumatura politica. A nostro avviso, però, il timoniere pipidino si è scelto un terreno di battaglia sbagliato per combattere una battaglia giusta. Capita a tutti, quando in buona fede si ha voglia di fare e di smuovere acque stagnanti, di imboccare forse in modo un po' troppo precipitoso sentieri allettanti ma che arrischiano di rivelarsi sconclusionati. Non è detto però che si rivelerà un errore: perché alla fine, quando il tempo passa, nella testa delle persone resta attaccato l'essenziale e i dettagli svaniscono. Nessuno se li ricorda più. Vedremo. In ogni caso, ricercare il giusto equilibrio tra fare e strafare, è uno dei compiti più difficili per chiunque nella vita ha la responsabilità di condurre un gruppo di persone. E in politica questo esercizio è ancora più complesso.
Se da una parte è perfettamente comprensibile e corretto che l'UDC voglia ritagliarsi un ruolo da protagonista in questa vicenda, il principio di saggezza appena esposto potrebbe ispirare e tornare utile anche a loro. All'interno di questa disputa, infatti, i democentristi prima hanno risposto a brutto muso alla proposta di Dadò (referendum dei cantoni contro la legge di applicazione del 9 febbraio), sigillando col silicone ogni spiraglio al dialogo. Salvo poi, con una giravolta carpiata e abbastanza sgraziata, rivedere questa posizione, proponendo sostanzialmente un'abiura al PPD per il comportamento tenuto dal gruppo parlamentare a Berna. La richiesta di una genuflessione per poter incassare in Gran Consiglio il sostegno dell'UDC al referendum. Non solo: si chiede pure che il capogruppo alle Camere Federali Filippo Lombardi impegni sin d'ora i deputati della sua frazione a un'applicazione letterale di quanto deciso dal popolo giusto giusto tre anni fa, qualora il referendum riuscisse e fosse accolto dal popolo. Va bene pensare al futuro, ma qui forse si sta davvero guardando un po' troppo lontano.
È evidente che siamo nel campo delle proposte, ma sarebbe più corretto chiamarla provocazioni, irrealizzabili. Si gioca a stanarsi ma con l'unico obbiettivo di farsi dire di "no". In politica non esiste l'atto di pubblico pentimento da parte dei partiti per gli errori, o presunti tali, fatti in passato. Il giudizio in questo ambito è affidato agli elettori. Anche perché se dovessimo aprire il libro dei singoli voti al Parlamento federale, rispetto ai sentimenti maggioritari in Ticino sui temi più disparati, leggeremmo un'antologia dove non si salva nessuno. Conviene quindi soprassedere sulla ricerca della purezza parlamentare in casa altrui.
Così come è irrealistico pretendere che Dadò influenzi un livello superiore all'interno del suo partito, su cui non ha, né può avere, alcun potere decisionale. Il presidente PPD avrebbe peraltro gioco facile nel chiedere ai suoi avversari di pagare con la stessa moneta: un sostegno dell'UDC nazionale - oggi fermamente contraria - a favore di una via referendaria contro la legge di applicazione al 9 febbraio. Siamo fuori dal campo del possibile.
Diverso sarebbe stato se l'UDC, come accennato nella prima presa di posizione (molto più convincente dal profilo politico), avesse chiesto al PPD ticinese e al suo presidente un sostegno di massima, sulla raccolta firme che presto dovrebbe essere lanciata per la disdetta dell'accordo di Libera circolazione delle persone.
Questa mossa, di gran lunga più ragionevole, avrebbe permesso ai democentristi di alzare la posta mettendo molto più in difficoltà i loro avversari, su un tema che capiscono tutti e che segnerà la prossima stagione politica. Sarà per la prossima volta.