Analisi
12.03.2020 - 12:340
Aggiornamento : 19:18

Coronavirus in Ticino: ora basta divisioni, tutti uniti per combattere il mostro!

Ormai, sulle nostre vite, governa il virus. E tutto ciò che non decideremo in autonomia, ci sarà imposto da lui, giorno dopo giorno. Il tempo dei dibatti è finito. Sosteniamo le nostre autorità e aiutiamoci gli uni con gli altri

di Andrea Leoni

Ormai è inutile agitarsi, alzare i toni, spendere energie preziose in un dibattito che i fatti hanno già risolto e continueranno con coerenza a definire nei prossimi giorni. Non serve più polemizzare per scuotere le istituzioni a prendere i provvedimenti necessari. Ormai, sulle nostre vite, governa il virus. E tutto ciò che non decideremo in autonomia, ci sarà imposto da lui, giorno dopo giorno. Questo varrà per le scuole, i frontalieri, le altre attività, poche, rimaste aperte.

Purtroppo in Ticino abbiamo delapidato un vantaggio di tre settimane, sentendoci in Svizzera e non in Lombardia, scegliendo  misure reattive anziché preventive, depotenziando in questo modo la strategia di contrasto alla diffusione del contagio. Abbiamo cominciato con il piede sbagliato, non chiudendo subito il Rabadan. Solo poche ore dopo la fine del carnevale bellinzonese, però, si è dovuti intervenire blindando gli altri carnevali e sigillando le porte delle piste del ghiaccio.  Poi c’è stata la soglia dei mille spettatori per gli eventi, indicata da Berna, ma che in Ticino, affacciato sul più grande focolaio di Coronaviurs del mondo occidentale, non poteva reggere. E infatti non ha retto.  Rapidamente si è scesi, a tappe, fino ad arrivare al divieto imposto ieri. Uno stop esteso anche a cinema, spa, palestre, impianti di risalita, eccetera. E alle scuole del post obbligatorio. La diffusione tambureggiante dei contagi ci ha travolti. Non siamo mai stati padroni del nostro destino.

Sulle scuole dell’obbligo ha deciso Berna. Alain Berset ha spedito a Bellinzona il capo del BAG Daniel Koch, per convincere il nostro Governo, che voleva la serrata, a non chiudere elementari e medie. Il nostro Ufficio della sanità è convinto che questo approccio aiuterà a frenare il contagio e a proteggere le fasce della popolazione più a rischio, in particolare gli anziani. Una posizione opposta rispetto a quanto hanno messo in atto tutti i Paesi - se ne contano ormai una trentina, a salire, secondo i dati del Corsera -maggiormente  toccati dalla pademia. Affinché questa indicazione fosse applicata in Ticino sarebbe servito che le autorità federali, e cantonali, godessero di un’ampia e granitica fiducia nella popolazione. Purtroppo non sembra essere il caso.

Con Berna la mancata chiusura delle frontiere, a differenza di ciò che hanno fatto Austria e Solvenia, ha segnato uno strappo doloroso e che non sarà semplice ricucire. Le parole di Ignazio Cassis (“Siamo stati noi a chiedere all’Italia di consentire ai frontalieri di poter continuare a venire in Svizzera”) hanno gettato altra benzina sul fuoco. Il fatto che dal Ticino qualcuno abbia sollecitato tale decisione, gli appelli di una parte del corpo medico, i tentennamenti e i messaggi contraddittori del nostro Esecutivo, hanno fatto scricchiolare la fiducia anche con Bellinzona.

Non saremo mai abbastanza grati al Governo italiano per averci dato la svegliata che ci serviva, prima con il decreto che ha blindato la Lombardia, poi l’intero Paese. Ha fatto molto di più Giuseppe Conte  per sensibilizzare l’opinione pubblica ticinese che l’intera politica svizzera.

Ma ora la situazione è drammatica. Lo dicono le misure adottate ieri dal Governo. Lo dicono gli esperti che stanno analizzando i numeri del contagio e la curva epidemiologica: se i tassi di crescita non frenano, è questione di giorni e non più di settimane, prima di ritrovarci in zona Lombardia. Noi facciamo il tifo con tutto il cuore affinché questo non accada. Ci auguriamo che quanto messo in atto dal Consiglio di Stato, si riveli in qualche modo provvidenziale, anche con un po’ di fortuna, per evitare in corner una catastrofe sanitaria ed economica.

Dobbiamo stare uniti e combattere il mostro tutti insieme, senza più divisioni, senza più polemiche. Ci attendono giorni, forse settimane, dure come il pane raffermo. Lo ribadiamo: non ha più senso dibattere sulle misure da adottare, sarà il virus a imporcele.

Dobbiamo quindi sostenere il nostro Governo, anche se non tutte le decisioni assunte sono state condivise. Dobbiamo sostenere anche il medico cantonale, a cui chiediamo soltanto di evitare battute improvvide e infelici (“Al Rabadan è più facile ritrovarsi accanto Miss Mondo, piuttosto che una persona con il Coronavirus”; “Non avrei nessun problema ad andare a cena a Milano”; “I genitori che non mandano i figli a scuola, sono egoisti”).

E allora forza Giorgio. Forza Christian, Manuele, Norman, Raffaele e Claudio. Forza a tutti i componenti dello Stato maggiore. Forza a tutti i municipi dei comuni ticinesi e ai funzionari pubblici che continueranno a garantire i servizi primari negli enti locali e nell’amministrazione pubblica. Forza EOC. Forza Moncucco. Forza Sant’Anna. Forza Ars Medica. Forza Cardiocentro. Forza ai medici di famiglia. Forza a tutte le donne e gli uomini impegnati nel settore sanitario e nella cura degli anziani. Forza agli agenti di polizia, ai militi dell’esercito e della protezione civile. Forza a tutti i lavoratori dei servizi essenziali: magistratura, trasporti pubblici, negozi alimentari, poste, banche, farmacie, benzinai, media, eccetera.

Dobbiamo sostenerci gli uni con gli altri, ognuno secondo le proprie possibilità, con un occhio particolare rivolto ai più deboli. Ognuno deve fare il suo dovere, facendo il proprio lavoro e comportandosi correttamente: non esiste una misura governativa davvero efficace, se non è accompagnata da una responsabilità individuale di tutti i cittadini, scrupolosa e capillare. Dimentichiamo quindi ciò che è stato fatto e pensiamo a quel tanto, tantissimo, che c’è da fare.

Avremo tempo, passata l’emergenza, di ripassare la storia. Ma sarà così bello, quando arriverà quel giorno, che avremo solo voglia di tornare ad abbracciarci e di ritornare a una vita normale, dimenticandoci questa brutta storia.

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