ANALISI
Il fattore C
Come la candidatura di Marco Chiesa al Consiglio di Stato potrebbe modificare la scacchiera del voto nelle file dell'UDC e non solo

di Andrea Leoni

Il fattore “C” aleggia sulla campagna elettorale e non stiamo parlando di fortuna. “C” come Chiesa, Marco, una pedina che potrebbe modificare la scacchiera del voto nelle fila dell’UDC e non solo.

La prima a ipotizzare la candidatura del senatore al Consiglio di Stato, per salvare l’alleanza di destra, fu qualche mese fa Antonella Bignasca: fuori Zali e Marchesi, dentro Chiesa e Gobbi. Ma la pazza idea del “governo ombra”leghista non è mai davvero lievitata

Premessa: se la lista unica Lega-UDC venisse defibrillata, Chiesa resterebbe sereno a Berna, lasciando a Piero Marchesi un'autostrada verso Palazzo delle Orsoline. In questi giorni, a proposito, si riuniranno i vertici leghisti, ministri compresi, per dirsi negli occhi tutto ciò che c’è da dire e prendere una decisione definitiva.

L’area Mattino, quella che spinge per il salvataggio dell’alleanza, potrebbe suggerire a Zali il passo indietro (tanti auguri…). Difficile per contro che si voglia consumare una conta in assemblea sulla testa del ministro. Un’opzione fatta circolare nelle scorse settimane ma che costituirebbe un suicidio giapponese alla partenza di una campagna cruciale per il futuro della Lega. Che Zali possa ritirarsi di sua sponte, dopo aver annunciato in pompa magna la ricandidatura, appare un’ipotesi lontana anni luce dall’iper attivismo del Consigliere di Stato.

Affidiamoci quindi al rasoio di Occam: due liste. La letteratura politica indica che la mancata ricandidatura di Christian Vitta allontani le ambizioni di raddoppio del PLR. Ma i liberali restano pur sempre gli avversari da battere per il quinto seggio. Sempre da manuale, per conquistare un seggio che non ha, l’UDC dovrebbe presentare la lista più forte possibile. Chiesa dentro, dunque, insieme agli altri big.

La candidatura del senatore porterebbe in dote una serie di peculiarità seducenti anche per chi è esterno all’universo democentrista: un ingresso in Governo più “borradoriano” rispetto all’ariete Marchesi (vedi Borradori-Maspoli del 1995), l’occasione per Lugano di tornare ad avere un Consigliere di Stato, una puntellatura alle ambizioni di guidare del DFE, considerata l’esperienza maturata alla guida delle finanze luganesi.

Per Marco Chiesa sono settimane di riflessione. Da quel che abbiamo potuto percepire il termometro sulla sua candidatura segna due gradazioni diverse. In casa la temperatura è tiepida, all’esterno c’è un caldo consenso.

La spiegazione è semplice. Nel perimetro dell’UDC l’ipotetico duello Marchesi-Chiesa non sarebbe una ricreazione. Il presidente democentrista non anteporrebbe mai le ambizioni personali al successo del partito, però….però umanamente e per le rispettive traiettorie politiche, la situazione potrebbe diventare antipatica. Inoltre nel partito c’è chi pensa che non possa essere sempre Chiesa la figurina acchiappa seggi. Detta in volgare: le terga per ogni poltrona. Non da ultimo l’elezione di Chiesa - favorito su Marchesi - provocherebbe un effetto domino su altri scranni, cioè su altri colleghi di partito: agli Stati, al Nazionale e a Lugano.

La situazione è delicata. In ogni caso, a sensazione, ci sentiamo di escludere una prova di forza da parte del senatore. Se nel partito non maturerà l’idea della lista di battaglia, e la conseguente richiesta di candidarsi, non sarà lui a proporsi e meno che mai ad imporsi. Se invece ci sarà condivisione ed entusiasmo, crediamo che si metterà a disposizione. 

Nota a margine: se Chiesa dovesse partecipare alle elezioni cantonali lascerebbe gli Stati, per non farsi rinfacciare i rimproveri che vennero fatti a Marina Carobbio quattro anni fa. Nel caso lo facesse in fretta, diciamo a gennaio, potrebbero aprirsi le porte per un’elezione suppletiva con diversi interessati (Vitta? Gobbi?). L’11 aprire 2027 potrebbe dunque diventare un grande election day. Ma questa è un’altra storia.

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