SECONDO ME
Presunte pressioni di Stefani, l'MPS a Dadò: "Non siamo caduti dal seggiolone"
"I deputati dell’MPS hanno semplicemente chiesto chiarimenti su pratiche che sanno bene essere tutt’altro che rare nell’ambito delle attuali procedure per l’elezione dei magistrati"

di Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini

Il Movimento per il Socialismo (MPS) prende atto della presa di posizione della commissione Giustizia e diritti e delle dichiarazioni del suo presidente, Fiorenzo Dadò, in merito all’interpellanza presentata dai deputati MPS che chiede lumi al governo su un presunto intervento del presidente del Consiglio della magistratura, Damiano Stefani, volto a sponsorizzare una candidata — Serena Bellotti — alla carica di giudice della Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello.

La presa di posizione è scaturita da una riunione convocata dallo stesso Dadò, durante la quale è stato chiesto a tutti i membri della commissione di pronunciarsi e dichiarare se fossero stati oggetto di pressioni (ci è mancato solo che Dadò sottoponesse i membri della commissione alla prova del poligrafo!).

L’MPS prende atto di questo pronunciamento con una nota di buonumore; per usare una espressione diventata celebre negli annali della politica cantonale, «bisogna essere caduti dal seggiolone da piccoli» per credere, come sembra fare il presidente Dadò, che qualche membro della commissione avrebbe ammesso di essere stato oggetto di pressioni.

I deputati dell’MPS si sono limitati a chiedere spiegazioni al governo sulla base di segnalazioni ricevute, ritenendo inopportuno il supposto intervento a sostegno di una delle candidate. La commissione parlamentare Giustizia e diritti, per bocca del suo presidente e tramite un comunicato, ha voluto chiarire che «nessuno ha ricevuto una telefonata da parte del presidente del Consiglio della magistratura, Damiano Stefani. Tantomeno per sponsorizzare una candidata alla carica di giudice della Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello».

I deputati dell’MPS hanno semplicemente chiesto chiarimenti su pratiche che — non essendo caduti dal seggiolone da piccoli — sanno bene essere tutt’altro che rare nell’ambito delle attuali procedure per l’elezione dei magistrati. Pratiche che tutti conoscono, molti esercitano, ma che nessuno ammette.

Quello che emerge è dunque uno scenario consueto, che non fa che mettere ulteriormente in evidenza l’ipocrisia dei partiti maggiori: da un lato proclamano l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati, dall’altro continuano ad attenersi a rigide logiche di spartizione partitica. È anche per questo che l’MPS, da tempo, chiede di modificare il sistema di elezione dei magistrati, sottraendolo alle competenze spartitorie del Gran Consiglio.

I deputati dell’MPS si sono mantenuti su un piano strettamente istituzionale, chiedendo di prendere posizione su quanto è stato loro riferito, evitando di evocare questioni personali o legami privati riguardanti il presunto autore delle pressioni o la persona che ne avrebbe beneficiato. Le vicende personali, i rapporti tra le persone coinvolte e i comportamenti privati, nella misura in cui non violano leggi o regolamenti, non devono rientrare nella valutazione politica e istituzionale. È la stessa posizione che abbiamo sostenuto anche in occasione di altre recenti vicende che hanno coinvolto alcuni magistrati.

D’altronde, ancora una volta, su questa nomina emergono i soliti problemi.
Il primo riguarda la mancanza di una graduatoria tra i candidati che possa davvero fungere da guida nella scelta. In questo caso, ad esempio, il fatto che il magistrato da eleggere debba possedere — per la natura del posto — una profonda e consolidata esperienza nel campo del diritto delle esecuzioni e dei fallimenti è un elemento fondamentale. Non si può fare a meno di notare, però, come la candidata sulla quale sembra convergere la scelta della commissione sia proprio quella con la minore esperienza specifica in questo ambito.

Il secondo aspetto è quello, classico e tipico, di una lotta di potere tra i maggiori partiti, che si cerca di mascherare dietro un’apparente convergenza. Così, mentre in commissione si profila alla fine un accordo spartitorio — anche in vista delle numerose cariche che verranno rinnovate a breve e che sono già oggetto di trattative, come dimostrato dalle recenti nomine dei procuratori straordinari — si tenta di far ricadere la colpa su presunti difetti del sistema di selezione.

Proprio durante la riunione della commissione di ieri — come riporta laRegione — il capogruppo PLR Matteo Quadranti ha illustrato le ragioni delle sue riserve su questa scelta (riserve, va detto, esplicitate ben prima dell’interpellanza dei deputati MPS): «ho avuto modo, tra l’altro, di spiegare il motivo per cui ho firmato con riserva. E il motivo è che è ora e tempo di cambiare il sistema di nomina di procuratori e giudici. Finché ci sarà il manuale Cencelli, finché ci saranno candidati eleggibili solo perché vestono una casacca partitica, questa procedura di designazione continuerà a essere esposta a contestazioni sulle competenze, a interferenze di varia natura, a conflitti di interesse e a fughe di notizie. Per i candidati diventa purtroppo un gioco al massacro».

Parole chiare, che non possiamo che condividere. Peccato però che — alla prova dei fatti — il suo partito, come gli altri, continui a non proporre un vero sistema di nomina che rompa con queste logiche spartitorie.

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