SECONDO ME
Oliviero Pesenti: "Nucleare, la fisica contro il dogma"
"La vera emergenza sanitaria globale non sono le scorie radioattive, ma l’inquinamento atmosferico causato dai combustibili fossili e dai rifiuti chimici"

di Oliviero Pesenti *

Nel 1972 gli scienziati che analizzavano l’uranio proveniente dalla miniera di Oklo, in Gabon, scoprirono qualcosa che avrebbe dovuto cambiare per sempre il modo in cui pensiamo all’energia nucleare. Circa due miliardi di anni fa la Terra aveva ospitato una serie di reattori nucleari naturali.

Gli studi identificarono 16–17 zone di fissione naturale. All’epoca l’uranio conteneva circa il 3% di uranio-235, sufficiente per sostenere una reazione nucleare autosufficiente. L’acqua sotterranea agiva da moderatore: quando la temperatura aumentava evaporava, interrompendo la reazione; quando il sistema si raffreddava tornava e la fissione riprendeva. La natura aveva costruito un reattore nucleare autoregolato che ha funzionato per centinaia di migliaia di anni.

Ma la lezione più importante riguarda ciò che è accaduto dopo.

Due miliardi di anni di confinamento naturale delle scorie

Uno degli argomenti più ripetuti contro il nucleare è l’idea che le scorie radioattive rappresentino un problema insolubile. Il sito di Oklo racconta una storia completamente diversa. Le analisi geochimiche mostrano che gran parte dei prodotti di fissione è rimasta quasi esattamente nel punto in cui si è formata, con spostamenti minimi nel corso dei millenni. Questo significa che la geologia terrestre può confinare scorie radioattive per tempi immensamente più lunghi di qualsiasi scala storica umana. Non è un’ipotesi teorica: è un esperimento naturale lungo due miliardi di anni.

La sicurezza reale delle fonti energetiche

Nel dibattito pubblico il nucleare viene spesso presentato come una tecnologia estremamente pericolosa. I dati raccontano l’opposto. Studi citati dalla World Health Organization e dall’International Energy Agency indicano il numero medio di morti per energia prodotta: carbone circa 24 morti per terawattora, petrolio circa 18, gas naturale circa 3, idroelettrico circa 1,3, nucleare circa 0,07.

Il risultato è chiaro: il nucleare è tra le fonti energetiche più sicure mai utilizzate dall’umanità. La vera emergenza sanitaria globale non sono le scorie radioattive, ma l’inquinamento atmosferico causato dai combustibili fossili e dai rifiuti chimici, che non decadono per tempi lunghissimi e devono essere stoccati in depositi sotterranei. Il problema è in larga parte politico e spesso esagerato.

Il confronto climatico

Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change, le emissioni medie di CO₂ lungo il ciclo di vita delle principali fonti energetiche sono: carbone circa 820 g CO₂/kWh, gas naturale circa 490, solare circa 40, eolico circa 12, nucleare circa 12. In termini climatici il nucleare è quindi una delle tecnologie più pulite disponibili su larga scala, comparabile all’eolico ma capace di produrre energia continua ventiquattro ore su ventiquattro.

La densità energetica che cambia tutto

Un reattore nucleare da 1 gigawatt produce elettricità costante occupando pochi chilometri quadrati. Per generare la stessa energia servono centinaia di turbine eoliche o vaste superfici di pannelli solari. La fisica impone quindi limiti strutturali alle rinnovabili nella loro capacità di sostenere da sole una civiltà industriale avanzata senza enormi sistemi di accumulo.

Il costo della transizione energetica

Le tecnologie rinnovabili richiedono grandi quantità di minerali strategici: rame, litio, nichel, cobalto e terre rare. Secondo analisi energetiche internazionali, produrre un’unità di energia da solare o eolico può richiedere fino a dieci volte più materiali rispetto al nucleare. Questo implica nuove miniere, nuove dipendenze geopolitiche e nuove pressioni ambientali. La transizione energetica non è immateriale: è una gigantesca trasformazione industriale.

Costruire una centrale nucleare di nuova generazione, modulare ed efficiente, richiede investimenti rilevanti. Tuttavia, questi costi vanno valutati nel contesto complessivo: vita operativa fino a 80 anni (contro circa 20 del solare), continuità di fornitura, stabilità dei prezzi e impatto ambientale ridotto.

Per la Svizzera, piccolo Paese ad alta tecnologia e con un’economia aperta, si tratta di un’opportunità concreta: difendere competitività, autonomia e futuro industriale. Ignorarlo significa aumentare la dipendenza dall’estero, con energia più cara e maggiore fragilità nella fornitura.

Il paradosso europeo

La politica energetica della Germania rappresenta un caso emblematico. Dopo l’uscita dal nucleare e investimenti massicci nella transizione energetica, il Paese ha dovuto continuare a utilizzare carbone e gas per sostenere lo sviluppo economico e compensare l’intermittenza delle rinnovabili. Nel frattempo, la Francia, con una rete basata in gran parte sul nucleare, produce da decenni una delle elettricità a più basso costo e con minori emissioni di carbonio al mondo.

Il mito dei tempi di costruzione

Per anni si è sostenuto che costruire una centrale nucleare richiedesse 15 o 20 anni. Questo riflette soprattutto progetti del passato. Le nuove tecnologie SMR (Small Modular Reactors) sono progettate per essere costruite in modo modulare e assemblate sul sito, con tempi spesso compresi tra 3 e 7 anni grazie alla standardizzazione industriale.

Il ruolo dello Stato

In qualsiasi Paese, le infrastrutture energetiche strategiche non sono mai state realizzate senza intervento pubblico. In Svizzera, programmi gestiti dall’Ufficio federale dell’energia finanziano fino al 60% degli investimenti nelle rinnovabili. Questo dimostra che tutte le transizioni energetiche sono sostenute dallo Stato, chiamato a garantire sicurezza strategica, stabilità e accessibilità dell’energia.

La realtà nucleare nel mondo

Contrariamente a quanto spesso si sostiene, il mondo non sta abbandonando il nucleare. Oggi esistono circa 440 reattori in funzione in 31 Paesi e oltre 70 sono in costruzione, mentre più di 100 sono pianificati. Cina, Russia, Corea del Sud, India, Francia, Polonia, Svezia e Finlandia stanno investendo con pragmatismo nel loro futuro energetico.

Le nuove tecnologie nucleari

Il nucleare del futuro non sarà identico a quello del passato. I programmi di ricerca stanno sviluppando reattori di quarta generazione: reattori a sali fusi con sicurezza intrinseca, reattori veloci autofertilizzanti e reattori ad alta temperatura in grado di produrre anche idrogeno industriale. Molti di questi sistemi potrebbero entrare in funzione tra il 2030 e il 2040.

La frontiera della fusione nucleare

La vera rivoluzione energetica potrebbe arrivare con la fusione nucleare, il processo che alimenta le stelle. Il progetto ITER, in costruzione in Francia, punta a dimostrarne la fattibilità. I primi reattori dimostrativi potrebbero produrre elettricità intorno alla metà del secolo.

Il punto decisivo

Il XXI secolo avrà bisogno di quantità enormi di energia per sostenere digitalizzazione, mobilità elettrica, industria avanzata, intelligenza artificiale e produzione di idrogeno. Rifiutare il nucleare non è una scelta scientifica, ma ideologica.

La scelta svizzera

La Svizzera è un Paese industriale avanzato che dipende da un sistema energetico affidabile. Il divieto costituzionale di costruire nuove centrali nucleari, introdotto dopo il referendum del 2017, rischia di limitare la capacità di adattarsi a un mondo energetico in rapido cambiamento.

Nei prossimi decenni la domanda di elettricità crescerà sensibilmente. Entro il 2050 serviranno circa 50 terawattora aggiuntivi. Oggi solare ed eolico producono poco più di 6 TWh, mentre l’idroelettrico ha margini limitati. Questo implica uno sviluppo delle rinnovabili difficilmente sostenibile da solo.

Come sottolineato da Annalisa Manera, professoressa del Politecnico di Zurigo, "non abbiamo il lusso della scelta".

Conclusione: la fisica contro il dogma

Il reattore naturale di Oklo ricorda una verità fondamentale: il nucleare non è un’anomalia tecnologica, ma una proprietà della materia. La Terra stessa l’ha utilizzato miliardi di anni prima dell’uomo.

Il dibattito energetico dovrebbe quindi essere guidato da dati scientifici, fisica e responsabilità storica, non da ideologia. Continuare a trattare il nucleare come un tabù non è prudenza, né ambientalismo, né scienza.

È semplicemente dogma.

* imprenditore

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