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Simona Genini: "Di Polizia e di minacce... tra libertà e sicurezza"
"È sbagliato far credere che il Parlamento, nel decidere sulla nuova legge, non abbia considerato a sufficienza questi argomenti"
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Di Simona Genini *

E così, dopo quasi quarant’anni e oltre quattro ore di dibattito, martedì il Gran Consiglio ha adottato la nuova Legge cantonale sulla polizia. Un risultato tutt’altro che scontato da parte di un Parlamento che, al di là della sua frammentazione partitica, ha portato a compimento un’altra riforma di grande significato per la cittadinanza.

Meritano attenzione i dubbi emersi sulla compatibilità fra questa normativa, in particolare una sua parte, e la garanzia a lungo termine delle libertà personali di cui gode la popolazione ticinese. Nel mio intervento ho d’altronde sottolineato la necessità di valutare la nuova legge sulla polizia proprio alla luce della compatibilità con la garanzia individuale.

La messa in equilibrio di libertà e sicurezza contraddistingue storicamente ogni legislazione sulla polizia. È un terreno di tradizionale confronto politico tra destra, tendenzialmente sensibile soprattutto alla seconda, e sinistra, solitamente più preoccupata per la prima. Ma anche tra governo e opposizione, per citare un altro ambito abituale della dialettica tra le polarità di cui stiamo parlando.

In Gran Consiglio si è rivisto questo schema a proposito, ad esempio, della questione della “gestione minacce”, con la variante inedita di un membro dell’esecutivo e responsabile politico della Polizia (Claudio Zali, ndr) che ha assunto, in extremis, il ruolo di preoccupato difensore della libertà dei cittadini, nota bene, nei confronti della Polizia stessa. La cosa, però, non deve distrarre dal fondo politico e culturale della questione.

La gestione di minacce future, e le relative possibilità di sorveglianza precoce, contiene certo anche un rischio di abuso, come peraltro tutte le norme che, in tanti ambiti, autorizzano attività di tipo preventivo. Il termine stesso di “minaccia” è ampio e, come se non bastasse, si devono valutare scenari ipotetici e perciò incerti. A ciò si aggiungono le potentissime tecnologie attuali di raccolta, gestione, analisi e trasmissione dei dati.

È ben chiaro a tutti che le nuove tecnologie — controllo sui flussi di dati informatici, videosorveglianza, identità digitale e, ovviamente, intelligenza artificiale — richiedono la massima attenzione da parte del legislatore. Un’attenzione che, in Ticino, esiste. Ed è quindi sbagliato far credere che il Parlamento, nel decidere sulla nuova legge, non abbia considerato a sufficienza questi argomenti.

La risposta giusta a questa legittima preoccupazione non sono però né le grida di allarme né la fiducia cieca ma, in uno Stato di diritto, regole, procedure, vigilanza, formazione degli addetti, regole di condotta, segnalazione e sanzione di eventuali abusi, rendiconti e trasparenza della Polizia verso l’autorità politica.

È quanto ha cercato di fare il Parlamento, adottando un testo equilibrato, e prima ancora la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio. Abbiamo lavorato su questa legge per mesi, nella assoluta consapevolezza che occuparsi di polizia significa intervenire in uno dei punti più sensibili del rapporto tra Stato e cittadini.

Come per altri cantieri — uno su tutti quello della protezione dei dati personali — siamo ben consapevoli che la tecnologia cambia a un ritmo frenetico e che la legge, essendo strutturalmente in ritardo rispetto alla realtà, dovrà essere costantemente tenuta sotto osservazione e aggiornata secondo i nuovi bisogni.

E, naturalmente, si dovrà garantire — ed è un compito anzitutto dell’esecutivo — che, se alla Polizia ticinese venisse mai in mente di giocare allo “Stato ficcanaso” per ragioni non strettamente giustificate dalla nitida necessità di tutelare la sicurezza di persone e cose, non mancheranno inchieste, sanzioni e denunce tempestive. Questo serve: fiducia e controllo al contempo.

* vicecapogruppo PLR, membro della Commissione giustizia e diritti

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