"PLR e Centro devono decidere se vogliono essere spettatori o protagonisti. Non lasciamo il futuro politico solo agli estremi"

di Paolo Morel*
Se il centro politico ticinese non comincia a parlarsi, il bipolarismo che negli ultimi anni ha preso piede nel Cantone è destinato a rafforzarsi. Non è più una dinamica emergente, ma una realtà strutturale che si alimenta ogni volta che le forze moderate rinunciano a costruire una visione comune. Nel frattempo a destra si intravedono crepe. Chi ha costruito il proprio consenso sulla battaglia contro i «culi di pietra» siede da anni sulle stesse poltrone, riproponendo quelle dinamiche che un tempo denunciava. L’alleanza tra Lega dei ticinesi e Unione democratica di centro sembra attraversare una fase di incertezza: vera frattura politica o semplice strategia elettorale? Il dubbio che prevalga il calcolo sulla coerenza è legittimo.
Sul fronte opposto, la sinistra appare consapevole della posta in gioco. I segnali di apertura verso «progetti comuni» non sono casuali: lo ha dichiarato il co-presidente Fabrizio Sirica e lo ha ribadito la consigliera di Stato Marina Carobbio. L’obiettivo è chiaro: costruire convergenze per rafforzare un campo che da solo fatica a essere competitivo.
E l’area di centro? Ogni volta che si evoca un avvicinamento tra Partito liberale radicale e Il Centro, si riapre la finestra della storia: non solo quella lontana, ma anche quella recente, ancora segnata da diffidenze e rivalità. Il passato pesa, forse troppo. Intanto il contesto, internazionale e locale, cambia rapidamente e la politica ticinese fatica ad adattarsi. Continuiamo a guardare al futuro con le stesse lenti di 20, 10 o 5 anni fa. Il risultato è evidente: o abbiamo perso terreno, oppure siamo rimasti fermi, in entrambi i casi, non abbiamo fatto il bene del Paese.
Se il «big deal» non è ancora possibile, perché non valutare accordi dal minor impatto elettorale ma di indirizzo, accordi tematici che riducano l’effetto nefasto dell’eccessiva frammentazione? Non è una soluzione definitiva al bipolarismo, ma può essere un passo per resistere e per evitare che il futuro politico sia lasciato solo agli estremi, con i conseguenti rischi che la recente politica internazionale ci mostra.
Resta una domanda centrale: sono gli interessi particolari a guidare l’agenda o è la paura del cambiamento a bloccare ogni evoluzione? Difendere lo status quo può sembrare rassicurante, ma è una strategia fragile e non sostenibile. Gli elettori chiedono visione, coraggio e risposte concrete.
Per rispondere alle richieste degli elettori le forze moderate devono decidere se vogliono essere spettatrici o protagoniste e rispettivamente se sono ancora in grado di proporre persone capaci di rispondere alle nuove esigenze. Perché il futuro non aspetta, e rimandare le scelte significa subirle.
*presidente PLR Lugano