"I Dipartimenti vanno riformati. Tra le priorità che ritengo più urgenti vi è la necessità di separare le competenze dell'economia da quelle delle finanze"

di Oliviero Pesenti*
A oltre trentacinque anni dal cosiddetto accordo del Lago d'Orta, che portò alla definizione dell'attuale ripartizione dei Dipartimenti in seno al Consiglio di Stato, credo sia giunto il momento di aprire una riflessione seria, pragmatica e senza pregiudizi sulla loro redistribuzione.
Non si tratta di una questione partitica né di un esercizio teorico riservato agli addetti ai lavori. Si tratta, al contrario, di una scelta strategica che riguarda la capacità del Ticino di affrontare le sfide dei prossimi decenni.
Il mondo è profondamente cambiato rispetto ai primi anni Novanta. Sono cambiate l'economia, la società, il mercato del lavoro, la formazione, la tecnologia e persino il contesto geopolitico nel quale operano le nostre imprese. Eppure la struttura dei Dipartimenti è rimasta sostanzialmente immutata, come se nulla fosse accaduto.
Le istituzioni non possono vivere di rendita. Devono evolvere insieme al contesto che sono chiamate a governare.
Tra le priorità che ritengo più urgenti vi è la necessità di separare le competenze dell'economia da quelle delle finanze. L'esperienza degli ultimi anni ha dimostrato quanto sia sempre più difficile conciliare efficacemente, sotto una stessa direzione politica, due missioni che richiedono approcci profondamente diversi.
Da una parte vi è la necessità di sostenere lo sviluppo economico, attrarre investimenti, favorire l'innovazione, accompagnare la trasformazione industriale e creare nuove opportunità di crescita. Dall'altra vi è il compito fondamentale di garantire il rigore nella gestione delle finanze pubbliche, il controllo della spesa e la sostenibilità dei conti dello Stato.
Entrambe le funzioni sono essenziali. Ma affidarle alla stessa persona significa spesso costringerla a svolgere due ruoli in naturale tensione tra loro. È come guidare un'automobile con un piede sull'acceleratore e l'altro sul freno. Alla lunga il rischio è quello di rallentare l'intero sistema, proprio nel momento in cui il Ticino avrebbe bisogno di velocità decisionale, capacità di investimento e visione strategica.
Parallelamente, ritengo fondamentale rafforzare il legame tra formazione ed economia. Considero questa una delle questioni più importanti per il futuro del nostro Cantone.
Lo sostenevo già nel 2021, in occasione della mia prima intervista dopo la nomina alla presidenza di AITI, e oggi ne sono ancora più convinto. Le competenze richieste dal mercato del lavoro evolvono con una rapidità senza precedenti. La digitalizzazione, l'intelligenza artificiale, la sostenibilità e le nuove tecnologie stanno trasformando interi settori economici e produttivi.
In questo contesto, scuola, formazione professionale, università, ricerca e imprese devono dialogare in modo sempre più stretto. Non possiamo permetterci che il mondo della formazione e quello dell'economia procedano su binari paralleli. Devono diventare parte di una medesima visione strategica.
Il capitale umano rappresenta infatti la principale risorsa di cui dispone il Ticino. Saranno le competenze delle nuove generazioni a determinare la nostra capacità di competere, innovare e prosperare.
Da imprenditore, auspico che i Dipartimenti chiamati a guidare economia e formazione possano essere affidati a forze politiche che abbiano dimostrato sensibilità verso l'impresa, la creazione di valore, l'innovazione, il merito, il lavoro qualificato e la competitività del territorio. Non per una questione ideologica o di appartenenza partitica, ma perché oggi più che mai il Ticino ha bisogno di una cultura della crescita, della responsabilità e dello sviluppo.
Ma la riflessione deve andare ancora oltre.
La redistribuzione dei Dipartimenti non può continuare a dipendere quasi esclusivamente dall'anzianità di carica dei Consiglieri di Stato. È un criterio che poteva forse avere un senso in passato, ma che oggi mostra tutti i suoi limiti.
Nella scelta delle responsabilità dipartimentali dovrebbero prevalere innanzitutto le competenze specifiche, le esperienze professionali e le capacità concrete degli eletti. Ne va della credibilità stessa delle istituzioni.
Non è realistico sostenere, come troppo spesso fanno i partiti, che qualsiasi eletto sia automaticamente in grado di dirigere con la stessa efficacia qualunque Dipartimento. Governare settori strategici e sempre più complessi richiede conoscenze, sensibilità e competenze adeguate. La politica deve avere il coraggio di riconoscerlo.
Allo stesso modo, ritengo sia arrivato il momento di aprire seriamente il dibattito anche sul sistema elettorale ticinese. Il modello proporzionale ha svolto per decenni la propria funzione storica, ma oggi mostra evidenti limiti in termini di governabilità, chiarezza politica e rapporto di fiducia tra cittadini ed eletti.
Per questa ragione credo che si debba valutare con serietà l'introduzione di un sistema maggioritario puro per il Consiglio di Stato, rivedendo contemporaneamente anche le modalità di elezione del Gran Consiglio, come avviene nella grande maggioranza degli altri Cantoni svizzeri.
Il sistema maggioritario responsabilizza maggiormente chi si candida e soprattutto chi viene eletto. Rafforza il legame diretto tra chi governa e gli elettori, rende più chiari i mandati politici e aumenta la trasparenza nei confronti dei cittadini.
Meno frammentazione, meno ambiguità, meno logiche di equilibrio permanente. Più responsabilità, più chiarezza e maggiore capacità decisionale.
La redistribuzione dei Dipartimenti non deve quindi essere vista come una rivendicazione di parte, ma come un'occasione per modernizzare la governance cantonale e renderla finalmente coerente con le sfide del nostro tempo.
La politica è chiamata a scegliere se continuare a difendere assetti concepiti in un'altra epoca oppure se avere il coraggio di adattarli alle necessità del presente e del futuro.
La politica sarà giudicata non per la capacità di conservare gli equilibri del passato, ma per il coraggio di costruire quelli del futuro.
Il Ticino ha bisogno di una governance all'altezza delle sue ambizioni. Perché i Cantoni che hanno il coraggio di riformarsi guidano il futuro. Quelli che restano immobili finiscono inevitabilmente per subirlo.
*imprenditore