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Oliviero Pesenti: “Svizzera forte, leadership debole”
L’imprenditore sottolinea il paradosso di un Paese economicamente solido e credibile, ma frenato da un Consiglio federale che non riesce più a garantire visione strategica, autorevolezza e capacità di iniziativa
TiPress / Alessandro Crinari

di Oliviero Pesenti *

La Svizzera è una delle economie più solide e innovative al mondo. Leader in settori strategici, fortemente orientata all’export, capace di attrarre capitali, talenti e tecnologia. Un paese che, per storia e struttura, ha costruito la propria forza sulla stabilità, sull’equilibrio e su istituzioni affidabili.

Eppure, proprio oggi, nel momento in cui il contesto internazionale richiede lucidità, rapidità decisionale e visione strategica, emerge un paradosso sempre più evidente: a una Svizzera economicamente forte corrisponde una leadership politica troppo debole. Non si tratta di una critica superficiale o dettata da nostalgie del passato. Il sistema svizzero ha garantito per decenni prosperità e coesione. Ma le condizioni globali sono cambiate. Oggi le grandi potenze economiche – Stati Uniti, Cina, Unione Europea – non sono solo partner commerciali: sono attori capaci di esercitare pressione, influenzare mercati e condizionare scelte politiche. In questo scenario, un paese esportatore come la Svizzera non può permettersi ambiguità o lentezze. Eppure, il Consiglio federale continua a muoversi con una prudenza che, da virtù, rischia di diventare limite. I suoi membri sono spesso espressione di equilibri parlamentari più che di una selezione basata su visione strategica e capacità di leadership. Il risultato è un esecutivo collegiale che funziona bene nella gestione ordinaria, ma fatica a imporsi quando servono direzione, chiarezza e forza politica.

Il problema risiede nella difficoltà ad assumersi responsabilità politiche nette, a comunicare con efficacia, a interpretare il contesto internazionale non solo come vincolo, ma come spazio d’azione. Alcuni episodi recenti lo dimostrano con chiarezza. Il caso di Crans-Montana e, soprattutto, le tensioni diplomatiche con l’Italia hanno evidenziato una gestione formalmente corretta ma politicamente insufficiente e inadeguata. In situazioni che richiedevano sensibilità, presenza e capacità di dialogo, il Consiglio federale è apparso distante, frammentato, poco incisivo.

La politica non è solo amministrazione e rispetto delle procedure, che rimangono un punto di forza del sistema Svizzero ma è anche e soprattutto empatia, comunicazione, capacità di leggere i rapporti di forza e di agire di conseguenza. Quando questi elementi mancano, la credibilità internazionale ne risente. E la credibilità, per un paese come la Svizzera, è un asset strategico tanto quanto l’innovazione o la solidità finanziaria. Perdere autorevolezza significa esporsi a pressioni, fraintendimenti e, nel lungo periodo, a una riduzione del proprio peso negoziale. Il confronto con altri modelli di leadership è inevitabile, anche senza volerli imitare. Donald Trump e Xi Jinping rappresentano sistemi molto diversi dal nostro, ma dimostrano una cosa semplice: chi ha capacità decisionale e visione strategica incide sugli equilibri globali. La Svizzera non deve né può diventare una grande potenza, ma deve essere in grado di difendere i propri interessi con chiarezza e determinazione.

E proprio su questo punto emergono le criticità più evidenti. Le relazioni con l’Unione Europea e il dossier dei cosiddetti “Bilaterali III” sono stati gestiti con lentezza e ambiguità, senza una posizione chiara e coerente nel tempo. Il risultato è un negoziato che si trascina, lasciando incertezza per imprese e investitori. Ancora più significativa è stata la gestione dei rapporti con gli Stati Uniti in materia commerciale e di dazi. In un momento in cui altri Paesi hanno difeso con forza i propri interessi economici, la Svizzera è apparsa reattiva più che proattiva, incapace di imporre una linea chiara a tutela del proprio sistema produttivo. Questo ha dato l’impressione di una politica estera economica più adattiva che strategica, esponendo il Paese a decisioni altrui senza un’adeguata capacità di risposta.

Oggi, nel mondo politico svizzero prevale una logica di adattamento. Si cerca di non disturbare gli equilibri interni, si privilegia il consenso, si rimanda quando possibile. È una strategia che ha funzionato in un mondo più stabile. Ma in un contesto internazionale sempre più competitivo e imprevedibile, si trasforma in debolezza strutturale.

La questione, allora, non è se cambiare il sistema, ma se rafforzarne la capacità di esprimere leadership. Serve uno Stato più forte nella sua capacità di azione, non più invasivo ma più autorevole. Serve un Consiglio federale capace di andare oltre la gestione dell’esistente, assumendosi il rischio di decisioni chiare e, se necessario, impopolari. La Svizzera ha le risorse, le competenze e la credibilità per farlo. Ma senza una leadership all’altezza del tempo che stiamo vivendo, rischia di trovarsi sempre più in una posizione reattiva, anziché propositiva. La politica deve tornare ad essere guida. Il consenso, pur essendo un valore fondante della nostra democrazia, non basta più.

La domanda, a questo punto, non può più essere evitata: abbiamo oggi un Consiglio federale davvero all’altezza della storia che stiamo vivendo? E la risposta, per quanto scomoda, è sempre più difficile da eludere. Oggi, NO.

 
* imprenditore

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