SECONDO ME
Cereghetti: “Liberare i docenti dalla gabbia burocratica”
Critica all’attuale modello di formazione, eccessivamente teorico e soffocante, che svilisce una professione nobile e allontana i giovani dall’insegnamento
TiPress / Alessandro Crinari

di Bruno Cereghetti *

Quando manca una solida regia istituzionale – leggasi: Consigliere federale o di Stato – e tutto viene lasciato all’amministrazione, per esplicita delega totale (cambiale in bianco) o per disinteresse pratico, la deriva è inevitabilmente dietro l’angolo. E prima o poi arriva, in quanto l’amministrazione odierna, (quasi) del tutto priva di managerialità operativa che porta ad individuare l’essenzialità nel veramente utile, si lascia trascinare nel teoricismo e nell’accademismo.

L’esempio più eclatante lo abbiamo, oggi, nella scuola. E in particolare nella sovrastruttura che permea l’abilitazione dei docenti. Tutto è giustificato, oggi, sulla base di teorie astratte e mistificato dall’autoreferenzialità delle strutture di formazione, che pur di restare in piedi vendono con raffinata abilità
paradigmi altisonanti elevati a dogmi. Il che richiama la favola di Andersen, in cui qualcuno osa (finalmente!) dire … “Ma il re è nudo!”.

È quindi benvenuta l’interrogazione parlamentare di Giuseppe Cotti e Alessandro Corti, che chiede chiarimenti sull’abilitazione dei docenti per scuola media e licei. Gli interroganti ritengono infatti l’attuale modello non più sostenibile, in quanto poco attrattivo per i giovani per il fatto che richiede anni di formazione senza possibilità immediate di lavoro. E oltre
tutto è molto costoso per lo Stato.

Io aggiungerei, già che siamo in tema, di dare una bella occhiata in questo senso anche alla formazione dei docenti di scuola elementare. Occorre sempre tenere ben presente che ci si rivolge a persone che hanno terminato studi accademici, a cui manca un indirizzo specifico in pedagogia, psicopedagogia e didattica. Questa formazione, proprio perché diretta ad accademici, ma anche perchè deve avere finalità pratiche, dovrebbe essere concentrata all’essenziale, per una durata massimale di sei mesi.

Poi il docente deve essere considerato pronto ad affrontare la realtà della scuola. Il sistema deve mettere a disposizione strumenti a cui il neodocente può far capo in funzione delle proprie necessità. Che non deve essere un accompagnamento pedissequo e soffocante che svilisce la personalità dell’insegnante. A cui fin dall’inizio deve essere chiesto chiaramente di assumere anche le proprie responsabilità.

Poi, per carità, di docenti buoni e di quelli meno buoni ne sono sempre esistiti e sempre ne esisteranno. Una cosa, però, deve essere chiara: non è l’abilitazione che fa i buoni docenti. Dopo un’adeguata formazione accademica, che dire “di base” è inadeguato perché si tratta pur sempre di studi universitari, i buoni docenti devono già essere presenti come
predisposizione naturale e intrinseca.

Ed è a partire da questo presupposto che occorre creare le condizioni, essenziali e dinamiche, affinché i docenti possano consolidare la loro personalità e la loro professionalità a dipendenza dei bisogni sentiti soggettivamente.

Il tutto, agli antipodi da quelle esigenze teorico-burocratiche che oggi come oggi ingabbiano il sistema e sviliscono una nobile professione.

* già responsabile dell'Ufficio assicurazione malattia

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