SECONDO ME
Oliviero Pesenti: “Governare il cambiamento”
"La politica discute dei nomi. È tempo di discutere del modello di governo di cui il Ticino avrà bisogno domani"
TiPress / Benedetto Galli

di Oliviero Pesenti *

 

"Ogni generazione eredita uno Stato. La responsabilità della politica è consegnarlo migliore a quella successiva."

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui il vero cambiamento non consiste nell'alternanza delle persone, ma nella capacità di ripensare le istituzioni. È una regola che vale per le imprese, per le organizzazioni pubbliche e per ogni sistema complesso: quando cambia il contesto, deve cambiare anche il modo di governarlo.

Il Ticino è arrivato a questo punto.

Negli ultimi trent'anni la nostra società è stata trasformata dalla digitalizzazione, dall'intelligenza artificiale, dall'invecchiamento della popolazione, dalla pressione sul sistema sanitario, dalla competizione internazionale, dalla transizione energetica e da un mercato del lavoro in continua evoluzione. Sono cambiate le esigenze dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni. È cambiato il ruolo stesso dello Stato.

La struttura del Governo cantonale, invece, è rimasta sostanzialmente la stessa.

Non è una critica alle persone che siedono oggi in Consiglio di Stato, né a quelle che saranno chiamate a governare domani. È una riflessione sul funzionamento delle istituzioni. La qualità di un Governo dipende certamente dalla competenza di chi lo guida, ma anche dall'organizzazione che sostiene le sue decisioni.

Il premio Nobel Herbert Simon dimostrò che la qualità delle decisioni è strettamente legata alla qualità dell'organizzazione che le produce. Peter Drucker ricordava che la struttura deve sempre seguire la strategia. È lo stesso principio che ispira i più moderni modelli di amministrazione pubblica: meno compartimenti stagni, più integrazione tra le politiche, maggiore responsabilità dei decisori, processi più semplici e amministrazioni orientate ai risultati.

È da qui che dovrebbe partire una riflessione sul futuro dello Stato ticinese.

Negli anni si è consolidata una cultura del dipartimentalismo. Ogni Dipartimento sviluppa legittimamente le proprie priorità, difende il proprio budget e organizza le proprie strutture. È naturale. Ma le grandi sfide del nostro tempo non conoscono confini amministrativi.

La sostenibilità della sanità è inseparabile dalle finanze pubbliche. La formazione professionale determina la competitività economica. La scuola è sempre più intrecciata alle politiche sociali. Il territorio coinvolge mobilità, energia, ambiente, infrastrutture e sviluppo. Continuare ad affrontare questi temi come mondi separati significa rinunciare a una parte importante dell'efficacia dell'azione pubblica.

Il Consiglio di Stato dovrebbe essere percepito come una squadra che condivide una visione, non come la semplice somma di cinque Dipartimenti.

Da questa mia profonda convinzione nasce una proposta che guarda non alla prossima legislatura, ma al Ticino del futuro. Una possibile nuova architettura potrebbe articolarsi attorno a cinque grandi aree strategiche. L'unione tra Finanze e Sanità consentirebbe di affrontare con una visione unitaria la principale sfida dei prossimi decenni: garantire un sistema sanitario di qualità mantenendone la sostenibilità economica. Ogni decisione sanitaria produce effetti finanziari e ogni scelta finanziaria incide sulla qualità delle cure. È logico che queste responsabilità dialoghino all'interno dello stesso Dipartimento.

L'integrazione tra Economia e Formazione professionale permetterebbe di collegare stabilmente il mondo della scuola con quello delle imprese. Il capitale umano rappresenta oggi il principale fattore competitivo di un territorio. Preparare i giovani alle competenze richieste dal mercato, rafforzare il sistema duale e attrarre investimenti ad alto valore aggiunto significa costruire il benessere del Cantone. Il Territorio dovrebbe mantenere una piena autonomia. Pianificazione, mobilità, energia, ambiente e infrastrutture sono temi destinati a incidere profondamente sul futuro del Ticino e richiedono una guida esclusivamente dedicata. L'accorpamento tra Istituzioni e Giustizia consentirebbe di rafforzare il coordinamento tra sicurezza, legalità, organizzazione dello Stato e protezione della popolazione, rendendo più coerente l'azione delle istituzioni.

Infine, l'unione tra Scuola e Socialità rispecchierebbe la realtà di oggi. La scuola non è soltanto il luogo dell'apprendimento. È il primo presidio educativo e sociale del Cantone, dove emergono le nuove fragilità, il disagio giovanile, le difficoltà delle famiglie e le sfide dell'inclusione. Governare insieme questi ambiti significa investire maggiormente nella prevenzione e nella coesione sociale.

Ma la redistribuzione dei Dipartimenti rappresenta soltanto il primo passo. La seconda riforma, forse la più innovativa, riguarda il funzionamento dell'Amministrazione cantonale. Oggi ogni Dipartimento gestisce autonomamente le proprie Risorse Umane e numerosi servizi trasversali. Questa frammentazione genera inevitabili duplicazioni, procedure differenti, costi amministrativi più elevati, tempi decisionali più lunghi e modalità operative non sempre uniformi. È un modello che appartiene al passato. Le persone costituiscono il patrimonio più prezioso dello Stato e meritano una gestione moderna, unitaria e strategica.

Per questo il Ticino dovrebbe dotarsi di una Direzione generale dei Servizi condivisi dello Stato, al cui interno istituire una Direzione cantonale unica delle Risorse Umane. La gestione del personale cesserebbe di essere una funzione amministrativa distribuita nei singoli Dipartimenti per diventare una leva strategica dell'intera Amministrazione. Ciò consentirebbe di uniformare le procedure di assunzione, valutazione e crescita professionale, favorire la mobilità interna, valorizzare i talenti, investire maggiormente nella formazione continua e garantire a tutti i collaboratori criteri identici di trattamento.

Attorno a questa struttura potrebbero essere progressivamente riuniti anche la trasformazione digitale, l'organizzazione amministrativa, la formazione del personale, gli acquisti centralizzati, il controllo di gestione e i processi di innovazione. I vantaggi sarebbero evidenti: meno duplicazioni, minori costi amministrativi, procedure più snelle, maggiore trasparenza, uniformità decisionale, migliore qualità dei servizi e una valorizzazione concreta del capitale umano. Ridurre i costi, tuttavia, non è il vero obiettivo della riforma. È una conseguenza.

L'obiettivo è costruire uno Stato che decida meglio, più rapidamente e con una visione unitaria. L'efficienza non è un esercizio contabile: è lo strumento attraverso cui creare maggiore valore pubblico e offrire servizi migliori ai cittadini. Una trasformazione di questa portata non può essere improvvisata né condizionata dalle scadenze elettorali. Per questo motivo non dovrebbe essere realizzata nella prossima legislatura, ma preparata durante la prossima e attuata in quella successiva. Sarebbe auspicabile che i presidenti dei partiti rappresentati in Gran Consiglio, il Consiglio di Stato, la Cancelleria, i vertici dell'Amministrazione, le organizzazioni economiche, le rappresentanze del personale ed esperti indipendenti costituissero una commissione di studio incaricata di elaborare una proposta condivisa, confrontandosi con le migliori esperienze sviluppate in Svizzera e in Europa. Le riforme istituzionali non appartengono a una maggioranza o a un partito. Appartengono al futuro.

Il Ticino dovrà affrontare nei prossimi anni sfide decisive: il riequilibrio delle finanze pubbliche, la sostenibilità del sistema sanitario, la trasformazione digitale, la competitività economica, la formazione delle nuove competenze e l'invecchiamento della popolazione. Per affrontarle non basteranno buone idee. Servirà anche uno Stato organizzato meglio. La storia del nostro Cantone dimostra che i periodi di maggiore progresso sono sempre stati accompagnati da riforme lungimiranti. Le istituzioni più solide non sono quelle che difendono il passato, ma quelle che sanno preparare il futuro.

La politica continuerà, giustamente, a discutere di nomi e di equilibri. Ma la domanda decisiva è un'altra. Il modello di governo del Cantone è ancora quello più adatto alle sfide del XXI secolo? Se la risposta è no, il dovere della politica non è conservare l'esistente, ma costruire le istituzioni di cui avranno bisogno le prossime generazioni. La migliore eredità che una generazione politica possa lasciare non è una legislatura in più.

È uno Stato migliore.

 

* Imprenditore

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