"Il Parlamento europeo ha approvato la riforma che ridefinisce le competenze in materia di disoccupazione. Alla Svizzera potrebbe costare tra 600 e 900 milioni"

di Norman Gobbi*
È arrivata come una doccia fredda, anche se era ampiamente annunciata: il Parlamento europeo ha approvato la riforma che ridefinisce le competenze in materia di disoccupati frontalieri. Sapevamo che sarebbe successo, la direzione era chiara da mesi. Ma vedere confermato nero su bianco un simile scenario non rende la notizia meno pesante. Oggi un frontaliere occupato in Svizzera che perde il lavoro percepisce l’indennità di disoccupazione nel proprio Paese di domicilio. La Confederazione partecipa rimborsando allo Stato di residenza una quota delle prestazioni erogate.
Se la modifica sarà accolta, in futuro toccherà alla cassa disoccupazione svizzera coprire integralmente queste prestazioni. Le nuove norme comporteranno costi aggiuntivi per diverse centinaia di milioni di franchi – tra 600 e 900, secondo le stime della SECO – per la Svizzera. L’Unione europea cambia le regole del gioco e noi siamo chiamati a passare alla cassa. Una musica già sentita, che non porta nulla di buono.
Inutile sottolineare che le conseguenze maggiori graveranno sui cantoni di frontiera, e il Ticino non sarà risparmiato.
Al di là delle cifre, che non mentono, il rischio concreto per il nostro Cantone è legato all’innescarsi di pericolose dinamiche che genererebbero ulteriori distorsioni nel mercato del lavoro. Non esito a definire questa modifica un clamoroso assist per chi vuole fregare il sistema. Il Ticino, per la sua posizione di confine, è particolarmente esposto al fenomeno delle società «bucalettere». Il rischio concreto è di incentivare contratti di breve durata o rapporti di lavoro costruiti ad arte, al solo scopo di maturare il diritto alle indennità svizzere
di disoccupazione. Le condizioni diventeranno ancora più attrattive per i residenti oltre confine, e questo potrebbe comportare un ulteriore incremento della quota di lavoratori frontalieri, con un paradosso clamoroso: dovremo rafforzare l’apparato amministrativo affinché gli Uffici regionali aiutino a ricollocare i lavoratori frontalieri disoccupati, facendo concorrenza ai ticinesi. Insomma, da qualsiasi parte la si veda, questa modifica creerebbe seri problemi alla nostra economia, già confrontata con non pochi grattacapi.
Ma la partita non è ancora finita e la posta in gioco, è evidente, è molto alta. La modifica non entrerà automaticamente in vigore e potrà essere adottata unicamente con il consenso di Berna in sede di Comitato misto Svizzera-UE. La SECO aveva indicato a suo tempo che un eventuale rifiuto da parte della Svizzera potrebbe comportare ritorsioni da parte dell’UE, «la cui natura è difficile da prevedere». Una posizione debole, che non lascia presagire nulla di buono. La palla passa ora al Consiglio federale, che dovrà muoversi nella giusta direzione per tutelare gli interessi del nostro Paese. È quello che auspichiamo, per evitare che a passare alla cassa, ancora una volta, per l’ennesima fattura salata staccata da Bruxelles, siano le ticinesi e i ticinesi.
* consigliere di Stato e direttore DI - articolo pubblicato sul Corriere del Ticino