SECONDO ME
Salvioni: "Dopo il 14 giugno: neutralità, Bilaterali III e la nuova geografia politica della Svizzera"
"Un voto che respinge la “Svizzera da 10 milioni”, ma tiene aperti i dossier più sensibili del rapporto con l’UE"

di Niccolò Salvioni*

L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» è stata respinta a livello federale, con il 54,79% di no e una partecipazione del 58%; il Ticino si è collocato in controtendenza, approvando l’iniziativa di stretta misura con il 50,66% di sì e una partecipazione sensibilmente più bassa della media nazionale; al tempo stesso, la prossima votazione del 27 settembre 2026 sull’iniziativa sulla neutralità è già calendarizzata; inoltre, i Bilaterali III restano in una fase parlamentare ancora aperta anche sulla questione del tipo di referendum.

Il voto del 14 giugno non equivale quindi a un via libera alla linea europea del Consiglio federale. Piuttosto, segnala che una parte ampia del Paese ha rifiutato di trasformare la demografia in un detonatore costituzionale dei rapporti con l’UE, ma non ha affatto chiuso il dossier della neutralità né quello della legittimazione politica dei Bilaterali III.

Cosa mostra la mappa del voto

La geografia del voto suggerisce che le regioni più integrate economicamente con l’Europa hanno percepito con maggiore chiarezza e sensibilità il costo potenziale di una rottura.
È particolarmente plausibile leggere in questo senso l’area ginevrina e quella basilese, due poli fortemente esposti ai flussi di commercio, servizi, lavoro qualificato e scambi transfrontalieri con il mercato europeo.

In queste aree, l’iniziativa è stata letta meno come semplice limite alla popolazione e più come possibile detonatore di un deterioramento strutturale dell’accesso al mercato UE.

La logica economica sottostante è nota: i documenti federali e l’analisi svolta sul pacchetto Svizzera– UE mostrano che la caduta dell’ALC avrebbe trascinato con sé i Bilaterali I, con effetti su commercio, certificazioni, trasporti, lavoro e prevedibilità regolatoria.

È quindi coerente interpretare il no di Ginevra, Basilea e di altri spazi fortemente connessi con l’Europa non come una carta bianca sui Bilaterali III alle istituzioni federali, bensì come un voto di autodifesa economica.

Dove l’intreccio con il mercato interno europeo è più forte, il prezzo di una rottura è apparso più immediato e più concreto.

La mappa comunale del voto evidenzia, dal canto suo, una tripla frattura.

Da un lato, le grandi aree urbane e gli agglomerati di Ginevra, Basilea, Zurigo e dell’Altopiano disegnano una cintura di no che coincide in larga misura con le regioni più integrate nel mercato europeo; dall’altro, ampie zone rurali e periferiche, soprattutto nella Svizzera tedesca ma anche in parte della Romandia, mostrano una prevalenza di sì, come risposta identitaria e di protesta.

In questo quadro il Ticino appare come un outlier fra i cantoni di confine: pur essendo fortemente legato all’UE, presenta una densità molto più alta di comuni favorevoli all’iniziativa rispetto alle aree ginevrina e basilese, segnalando un malessere specifico verso la libera circolazione e la pressione sul mercato del lavoro che non trova equivalenti in altri territori di frontiera. Una sorta di sindrome da “over-integration”: il cantone più integrato è anche il più insofferente, perché i costi dell’integrazione ricadono su di lui in misura sproporzionata rispetto ai benefici percepiti.

La mappa del voto mostra che dove l’integrazione economica con l’Europa è più profonda l’elettorato tende a respingere soluzioni di rottura, mentre nelle aree più periferiche prevalgono voti di segnale e di protesta; il caso ticinese segnala però che, senza correttivi credibili sulla libera circolazione e sulla neutralità, anche i cantoni di confine più esposti possono diventare epicentri di contestazione nei prossimi passaggi su neutralità e Bilaterali III.

Un dato merita attenzione specifica: la partecipazione nazionale al 58,9% — tra le più alte degli ultimi anni — si è accompagnata in Ticino a un’affluenza del 50,72%, sensibilmente inferiore alla media. Il cantone più esposto agli effetti della libera circolazione ha partecipato meno degli altri. Non è apatia: è la fotografia di un elettorato che non ha riconosciuto nella domanda posta il problema che vive quotidianamente. Quando la domanda cambierà — neutralità il 27 settembre, Bilaterali III in un orizzonte ancora aperto — quella riserva di partecipazione potrebbe riversarsi nelle urne con forza inedita, coinvolgendo fasce di elettorato normalmente distanti dalla politica federale.

Neutralità e crisi europea

Questo risultato non significa dunque fiducia cieca nel Consiglio federale, anzi.

Dal 2022 in poi, la guerra in Ucraina e l’evoluzione strategica dell’Europa hanno rafforzato nell’opinione pubblica la percezione di un continente avviato verso il riarmo, la cooperazione militare e un confronto sempre più duro con la Russia; in questo contesto, il voto del 27 settembre 2026 sull’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera» acquisterà un peso politico particolarmente elevato.

Una parte dell’elettorato potrà leggere la politica del Consiglio federale verso l’Ucraina e verso l’Europa come una solidarietà che, pur non equivalendo formalmente a cobelligeranza, si è allontanata dalla neutralità perpetua come tradizionalmente intesa.

Per questa fetta del Paese, il no ai «10 milioni» non è un sì alla linea governativa, ma l’idea che la questione della neutralità debba essere affrontata direttamente e frontalmente nella votazione di settembre. La finestra temporale di ricalibratura della politica estera federale, in questo contesto, è breve e si sta rapidamente esaurendo.

La votazione del 27 settembre rischia così di assumere una valenza politica ancora più pesante del previsto, e superiore a quella della votazione sui 10 milioni.

Se l’iniziativa sulla neutralità dovesse avanzare o addirittura imporsi, il segnale sarebbe doppio: ancorare costituzionalmente una neutralità più rigida e, allo stesso tempo, rimettere seriamente in discussione i Bilaterali III nella loro forma attuale, privi di qualsiasi clausola di salvaguardia nei settori e nelle convenzioni a valenza duale, civile e militare.

Bilaterali III senza salvaguardie

Su questo punto il nodo è strutturale. Il Consiglio federale intende sottoporre il pacchetto Svizzera– UE al referendum facoltativo, ma la scelta definitiva spetterà alle Camere; inoltre, il dibattito politico e dottrinale sul referendum obbligatorio non è affatto chiuso.

Al di là dell’aspetto procedurale, resta aperto il problema sostanziale: nei dossier a valenza duale — energia, ricerca, spazio, digitale — il pacchetto non contiene una clausola orizzontale di salvaguardia della neutralità.

Questa lacuna è già stata evidenziata nelle analisi critiche sul pacchetto e rende politicamente fragile l’intera architettura dei Bilaterali III proprio nel momento in cui l’Europa si muove dentro una cornice di sicurezza sempre più dura e imprevedibile.

Per questo motivo, il voto del 14 giugno può essere letto come una cartina di tornasole anche per i Bilaterali III.

Non garantisce affatto un sì popolare al pacchetto; al contrario, suggerisce che un testo percepito come economicamente necessario ma politicamente insensibile alla neutralità rischia seriamente di essere respinto, soprattutto se dovesse arrivare al popolo con referendum obbligatorio e doppia maggioranza.

È ipotizzabile che proprio le aree più popolose e produttive della Confederazione, nel tentativo di proteggere i «grappoli» di capacità economica su cui poggia la prosperità svizzera, siano particolarmente attente a evitare qualsiasi influsso di interferenze di tipo bellico e continuino quindi a preferire una postura di politica estera il più possibile neutrale.

L’anomalia Ticino

Il Ticino merita un ragionamento separato.

È il Cantone più esposto agli effetti quotidiani della libera circolazione delle persone, in particolare sul mercato del lavoro, sulla pressione salariale, sulla mobilità e sull’intreccio con la Lombardia e Piemonte; allo stesso tempo, è uno dei territori svizzeri più vulnerabili agli effetti di un’eventuale rottura della via bilaterale.

A differenza delle due grandi regioni di confine del lago Lemano e del bacino del Reno, il Ticino è anche l’unica area elvetica che non dispone di veri strumenti di cooperazione transfrontaliera con capacità decisionale condivisa: l’Italia, a differenza di Francia e Germania, non ha ratificato la Convenzione di Karlsruhe sulla cooperazione transfrontaliera tra collettività territoriali. Questo contribuisce a una percezione di distanza: molti cittadini ticinesi faticano a sentirsi rappresentati dalla politica estera, né da Berna né da organi frontalieri dotati di reali competenze decisionali.

Proprio qui sta il segnale politico più interessante.

Il voto ticinese, al di là dei voti di segnale, mostra un malessere reale verso l’attuale funzionamento della libera circolazione, ma non abbastanza forte da spingere una maggioranza ampia a mettere a rischio l’intero costrutto bilaterale senza un’alternativa credibile; in altre parole, i costi del presente restano elevati, ma l’incertezza del salto nel vuoto è stata giudicata ancora più pericolosa.

La geografia comunale raffina ulteriormente il quadro: Lugano ha detto no al 53,95%, Locarno al 53,95%, Bellinzona al 50,12% — quasi spaccata — e Chiasso, la città più frontaliera del cantone, al 50,33%. Il no ticinese è stato prudente, non convinto. È una distinzione che conta: un elettorato prudente è molto più mobilizzabile nei prossimi passaggi di uno ideologicamente convinto.

Questa tensione rende il Ticino potenzialmente decisivo nei prossimi passaggi. Insieme a Grigioni e Vallese, il Cantone funge da interfaccia con l’Italia, che resta un partner commerciale di prima grandezza per la Confederazione; ma, a differenza di altre regioni di confine, il Ticino vive il rapporto con la libera circolazione in modo più conflittuale e meno compensato — anche alla luce dei meccanismi di perequazione finanziaria federale — da un consenso diffuso sullo status quo.

Un confronto storico rafforza questa lettura. Il 6 dicembre 1992, quando la Svizzera votò sull’adesione allo Spazio economico europeo, la partecipazione nazionale raggiunse il 78,73% — il record assoluto dall’introduzione del suffragio universale.

In Ticino l’affluenza fu del 76,24%, sostanzialmente allineata alla media federale: il cantone sentiva la posta in gioco come propria.

Oggi lo scarto si è invertito e ampliato: 58,9% nazionale contro 50,72% ticinese, quasi otto punti di distanza.

Il cantone più esposto agli effetti della libera circolazione ha partecipato meno degli altri — non per disinteresse, ma per una percezione di irrilevanza: la domanda posta non era la sua domanda.

Vale la pena aggiungere che nel 1992 il Ticino disse no al SEE con quasi il 62% dei voti — molto più netto del 50,3% nazionale. Oggi dice sì ai 10 milioni con il 50,66%. La direzione dello scetticismo verso l’integrazione europea è la stessa, ma l’intensità si è dimezzata.

Non è conversione: è prudenza. E la prudenza, a differenza della convinzione, può essere mobilitata rapidamente quando la posta cambia.

Se la neutralità e i Bilaterali III riportassero la partecipazione ticinese verso i livelli del 1992 — coinvolgendo quell’elettorato oggi silenzioso che non si riconosce nelle domande federali ma si riconoscerebbe in una domanda sulla sovranità e sull’identità — il peso politico del Ticino nei prossimi passaggi potrebbe risultare ben superiore al suo peso demografico.

Se da qui a settembre, o fino all’eventuale voto sui Bilaterali III, non emergeranno da parte della Confederazione correttivi credibili sul lavoro frontaliero, sulla protezione salariale, sul ruolo dei Cantoni e sulla neutralità, è verosimile che proprio il Ticino diventi uno degli epicentri dell’opposizione al pacchetto. In caso di referendum facoltativo, il suo peso simbolico e politico potrebbe risultare superiore al suo semplice peso demografico; in caso di referendum obbligatorio con doppia maggioranza cantonale, il Ticino potrebbe persino rappresentare l’ago della bilancia.

Spetta ora ai rappresentanti del Cantone in seno alle Camere federali e alle forze politiche cantonali tramutare il potenziale del malcontento ticinese in proposte costruttive e credibili — sulla protezione salariale, sul lavoro frontaliero, sulla clausola di salvaguardia per la neutralità nei Bilaterali III — prima che quel potenziale, oggi ancora gestibile, assuma una carica destabilizzante difficile da contenere. Il voto del 14 giugno ha offerto una finestra. Non è detto che rimanga aperta a lungo.

La prospettiva lombardo-piemontese ed europea

Il voto del 14 giugno non è stato seguito con attenzione solo a Berna e Bruxelles. A Milano, Torino e nelle prefetture delle province di confine, il risultato è stato accolto con sollievo — ma senza che questo sollievo si traducesse in una riflessione strutturale.

Lombardia e Piemonte dipendono dal sistema bilaterale svizzero in misura che la politica italiana raramente riconosce apertamente: circa 80.000 frontalieri che ogni giorno attraversano il confine, un indotto commerciale e logistico che fa del corridoio Ticino-Lombardia uno dei più intensi d’Europa, e una rete di investimenti incrociati che lega il sistema produttivo del Nord Italia al mercato finanziario e manifatturiero svizzero.

Una rottura dei Bilaterali I non avrebbe danneggiato solo la Svizzera: avrebbe colpito direttamente le province di Como, Varese e Verbano-Cusio-Ossola, con effetti occupazionali immediati e una perdita di gettito fiscale sui ristorni che i Comuni di confine ricevono in base all’accordo fiscale del 2023. La tassa sulla salute introdotta unilateralmente dall’Italia sui frontalieri anziani è già un segnale di quanto fragile sia questo equilibrio quando la politica interna italiana prevale sulla logica della cooperazione strutturata.

Sul piano europeo, Bruxelles ha registrato il risultato con soddisfazione tecnica — la ratifica dei Bilaterali III può proseguire senza l’ombra di una denuncia imminente dell’ALC — ma senza nascondersi che il 45,2% di sì a livello federale, e il 50,66% in Ticino, rappresenta una base di consenso fragile su cui costruire un’integrazione duratura.

La Commissione europea sa che un accordo percepito come imposto o squilibrato può essere rovesciato: lo ha imparato con la Brexit, lo ha visto con il primo referendum svizzero-UE del 2014, e lo vede oggi nella mappa del voto ticinese.

La vera sfida per l’UE non è ottenere la ratifica dei Bilaterali III — quella appare oggi meno impossibile — ma costruire un’integrazione che il Ticino, Grigioni e Vallese possano sentire come vantaggiosa, non solo tollerabile. Senza questo, ogni accordo resterà politicamente precario, esposto al prossimo ciclo referendario.

Lettura politica complessiva

Il no ai «10 milioni» non è dunque un’approvazione della linea attuale del Consiglio federale, ma un avvertimento razionale e doppio.

Lo stesso presidente cantonale UDC Marchesi, come riportato da LaRegione di oggi, ha riconosciuto a scrutinio ultimato che “i problemi restano aperti” — sul mercato del lavoro, sui frontalieri, sugli alloggi. È un’ammissione che vale più di molti commenti: la pressione politica non si è dissolta con il no, si è semplicemente spostata verso i prossimi appuntamenti.

Le regioni più europeizzate non vogliono articoli costituzionali che trasformano la demografia in un detonatore dei Bilaterali; una parte ampia della Svizzera, e in forma peculiare il Ticino, non accetterà però facilmente nemmeno un nuovo stadio di integrazione con l’UE se questo apparirà cieco rispetto alla neutralità e sordo rispetto ai costi territoriali della libera circolazione.

Questa lettura vale anche oltre i confini svizzeri. Lombardia e Piemonte hanno interessi diretti nella stabilità del regime bilaterale — frontalieri, commercio, logistica, ristorni fiscali — e Roma tende a sottovalutare strutturalmente questo dossier. Bruxelles, dal canto suo, sa che un accordo ratificato su basi fragili è esposto al prossimo ciclo referendario: la vera sfida non è ottenere la firma dei Bilaterali III, ma costruire un’integrazione che il Ticino possa sentire vantaggiosa, non solo tollerabile.

Se il Parlamento federale non terrà conto di questo equilibrio – introducendo salvaguardie credibili sulla neutralità nei dossier a valenza duale e affrontando in modo visibile le fratture territoriali emerse dalla mappa del voto – il rischio è di presentare al popolo un pacchetto economicamente difendibile ma politicamente troppo fragile.

In quel caso, il voto del 14 giugno potrebbe essere ricordato non come la chiusura di una parentesi, bensì come il primo segnale di una collisione annunciata tra neutralità costituzionale, integrazione europea e geografia reale degli interessi cantonali svizzeri.

*analista politico-istituzionale

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