SECONDO ME
Faido-Leontica, Sergio Savoia: “Le domande sono doverose. I processi sommari molto meno”
Dopo il femminicidio e la trappola costata il ferimento di tre agenti, il giornalista invita a evitare sentenze affrettate sulla Polizia cantonale e a restituire centralità all’accertamento dei fatti

di Sergio Savoia *

dalla sua pagina Facebook 

Il femminicidio di Faido e la conclusione della vicenda con l'esplosione di Leontica, lasciano attoniti. E in momenti come questi credo sia giusto soprattutto rivolgere il nostro cuore alla vittima e a tutti coloro le cui vite sono state sconvolte in modo tanto doloroso. 

Da qualche ora, però, c'è anche un pensiero che mi gira in testa. Riguarda il modo in cui è stata raccontata questa vicenda e, soprattutto, il trattamento riservato alla Polizia cantonale.

Ho avuto l'impressione che, ancora prima di ricostruire con precisione i fatti, sia iniziata una sorta di processo. Perché non era stato trovato subito il responsabile? Perché non si era previsto il femminicidio? Perché il paese non era stato completamente messo in sicurezza? Perché tre agenti delle squadre speciali sono rimasti coinvolti in quella che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sembra essere stata una trappola preparata appositamente per colpirli?

Sia chiaro: in una società libera è giusto porre domande. È giusto verificare se tutto ciò che poteva essere fatto sia stato fatto. È giusto che, concluse le indagini, si analizzino con rigore anche eventuali errori o aspetti da migliorare. Lo chiede la stessa Federazione svizzera dei funzionari di polizia, che ha parlato della necessità di un debriefing tecnico e di maggiori risorse per affrontare situazioni sempre più complesse.

Quello che mi lascia perplesso è altro. È la velocità con cui, spesso, il dubbio diventa certezza e l'interrogativo si trasforma in sentenza. È una tendenza che vediamo sempre più spesso nel dibattito pubblico e che, francamente, speravo non diventasse anche un nostro modo, qui nel nostro paese, di affrontare tragedie come questa.

Cercare un uomo armato, disperato e deciso a morire, in un territorio vasto e difficile, non è un esercizio teorico. È un'operazione in cui ogni decisione può avere conseguenze gravissime. E quando gli agenti sono entrati in quella casa, lo hanno fatto sapendo che avrebbero potuto non uscirne. Tre di loro sono rimasti feriti perché qualcuno aveva trasformato un'abitazione in una trappola.

Vale la pena ricordarlo. Mentre noi seguivamo gli aggiornamenti, commentavamo le notizie o scrivevamo editoriali, c'era chi entrava in quell'edificio al posto nostro.

Per questo penso che, prima di distribuire colpe, sia giusto concedere il tempo dell'accertamento dei fatti. Le domande sono doverose. I processi sommari molto meno.

E forse, ogni tanto, anche chi indossa una divisa merita qualcosa che nel dibattito pubblico sembra diventare sempre più raro: il beneficio del dubbio, insieme a un po' di rispetto e di riconoscenza per un lavoro che quasi tutti siamo felici di lasciare a loro.

 
* giornalista

 

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