SECONDO ME
"Disturbi ripetuti in pubblico, servono regole chiare. Né sfoghi né scomuniche"
L'analisi dell'ex municipale di Locarno Niccolò Salvioni sul caso che ha coinvolto il consigliere comunale Simone Merlini
TiPRESS/GOLAY
CRONACA

Merlini risponde alle accuse: "Ho usato parole volgari, ma non sono razzista"

04 NOVEMBRE 2026
CRONACA

Merlini risponde alle accuse: "Ho usato parole volgari, ma non sono razzista"

04 NOVEMBRE 2026

di Niccolò Salvioni *

A Locarno, a fine ottobre, uno scooter parcheggiato è stato danneggiato da un passante. Le telecamere hanno permesso di identificarlo e la polizia è intervenuta.

Il mezzo apparteneva al consigliere comunale Simone Merlini, che a caldo ha sfogato sui social la propria rabbia con parole dure, sopra le righe.

La reazione della sinistra cittadina è stata altrettanto dura. Anche il suo partito ha preso le distanze dai toni e lui stesso, qualche giorno dopo, ha riconosciuto di aver scritto di getto e con parole sbagliate.

In pochi giorni il danno a uno scooter è diventato uno scontro tra schieramenti. Poi è comparsa anche una canzone satirica, con ogni probabilità fatta con l'intelligenza artificiale.

Sono dinamiche che conosciamo. Il commento a caldo si capisce: chi subisce un danno, magari non per la prima volta, o chi conosce il problema da vicino e si impegna per risolverlo, si arrabbia, e la rabbia sceglie raramente le parole giuste.

Il commento a freddo avrebbe il tempo per guardare al merito. Troppo spesso però serve solo a dire da che parte si sta.

Né l'uno né l'altro risolvono il problema che sta sotto: una percezione di insicurezza negli spazi pubblici che le norme attuali non riescono né a inquadrare né a correggere.

La domanda di fondo resta legittima, e se la pone, in misura diversa, ogni Comune del Cantone: come proteggere la popolazione da chi disturba, molesta o danneggia, e continua a farlo?

Non è un'impressione. Negli ultimi mesi in Consiglio comunale sono arrivate interrogazioni sui Giardini Rusca, su Piazza Castello e sulla zona della stazione. Simili segnalazioni arrivano da Muralto, da Bellinzona, da Lugano e da Biasca.

Il caso tipico non è il grande criminale. È la persona, spesso sola, spesso con una dipendenza o un disagio psichico, che accumula decine di piccoli episodi. Ognuno, da solo, è troppo lieve per una risposta incisiva che resti proporzionata. Tutti insieme rendono difficile vivere un quartiere.

È l'effetto della «porta girevole»: la persona viene fermata, allontanata o denunciata, e dopo poche ore o pochi giorni torna nello stesso posto, con gli stessi comportamenti. La polizia interviene di nuovo, la procedura riparte da capo e nulla cambia davvero. Gli agenti si scoraggiano, i residenti perdono fiducia e chi ha bisogno di cure non le riceve.

Il diritto, cantonale e federale, ha già alcuni strumenti. Dal 2027 la nuova Legge sulla polizia permetterà di allontanare chi turba l'ordine per 24 ore e, se non lo rispetta, fino a 30 giorni. Il Codice penale consente al giudice di vietare l'accesso a vie e piazze, ma solo dopo un crimine o un delitto contro persone determinate e a loro protezione. Esistono il ricovero a scopo di assistenza e le misure terapeutiche.

Manca però il collegamento. Tra i 30 giorni di polizia e il divieto penale c'è un vuoto. Gli episodi non si sommano. Polizia e servizi sociosanitari lavorano ciascuno per conto proprio, e il segreto d'ufficio, senza regole chiare, impedisce di mettere insieme quello che ognuno sa. Allo stesso modo, la protezione dei dati frena il lavoro in rete.

C'è poi un problema meno visibile: molti piccoli reati, come il danneggiamento, sono perseguibili solo a querela. E se la vittima non la sporge, nessuno può farlo per lei. Così, quando accade qualcosa di grave, chi deve decidere spesso non conosce i precedenti.

Altrove il problema è stato affrontato con successo a una condizione: repressione e cura insieme, non in alternativa. Zurigo ha chiuso le scene aperte del Platzspitz e del Letten quando ha unito lo sgombero alla cura, agli alloggi e al lavoro. Coira ha aperto un locale di consumo riservato ai residenti e, in cambio, non tollera più il consumo nel parco.

L'Oregon, all'opposto, ha depenalizzato senza creare abbastanza servizi di cura, e dopo poco più di tre anni è dovuto tornare indietro.

Per il Ticino si possono indicare alcune proposte concrete.

Ai Comuni serve una base legale chiara per regole limitate nello spazio e nel tempo, per esempio sul consumo di alcol in certe zone e in certi orari, fondate su dati e verificate ogni anno. A Locarno un primo tentativo è stato annullato proprio perché mancava questa base.

Va ricordato che proprio Merlini, anche lui ex capodicastero sicurezza di Locarno, si era fatto promotore a giugno di un'interpellanza sulle zone degradate del centro. Chiedeva al Municipio strumenti giuridici più solidi contro il degrado persistente, con divieti circoscritti, limitati nel tempo e nello spazio e fondati su dati oggettivi. Li voleva accompagnati da più presenza sul territorio, mediazione sociale e cura degli spazi, in collaborazione con i Comuni vicini, per non spostare semplicemente il problema.

In ottobre PLR e Centro hanno tradotto l'idea in una mozione per un regolamento sulle aree sensibili. È su questo terreno istituzionale, più che sui social, che il confronto politico può essere utile.

Al Cantone spetta fermare la porta girevole, colmando il vuoto oltre i 30 giorni con un divieto di area fino a qualche mese per chi viene allontanato più volte. Il divieto dovrebbe sempre essere accompagnato da un'offerta di presa a carico e dal controllo di un giudice.

Serve poi un coordinamento stabile tra polizia, servizi sociali, servizi per le dipendenze, psichiatria e autorità di protezione, con una persona che segua da vicino i casi che richiedono più interventi. E serve una base legale che permetta a questi servizi di scambiarsi le informazioni necessarie, nel rispetto della protezione dei dati.

Un fondo cantonale potrebbe anticipare alle vittime i piccoli danni materiali causati da autori insolventi e poi rivalersi su di loro. Infine servono dati pubblici: senza numeri il dibattito resta fatto solo di impressioni.

Nessuna di queste misure deve colpire una persona per ciò che è, ma per ciò che fa. È una questione di principio liberale, ma anche di efficacia: norme vaghe o discriminatorie finiscono annullate dai tribunali, e intanto il problema resta.

Uno Stato di diritto deve essere fermo con chi disturba di continuo e, nello stesso tempo, capace di curare chi è malato. Le due cose non sono in contraddizione. È proprio dove le si è fatte insieme che hanno funzionato.

* Avvocato e notaio, ex capodicastero sicurezza di Locarno

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