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Il mio primo derby e il ricordo di Peter
Venerdì 5 ottobre, 20,15 circa, stadio della Resega, tribuna centrale, profumo di birra e di luganighe alla griglia, i cameraman a bordo pista con il casco in testa, i cori delle curve, la famiglia Mantegazza al gran completo...

Venerdì 5 ottobre, 20,15 circa, stadio della Resega, tribuna centrale, profumo di birra e di luganighe alla griglia, i cameraman a bordo pista con il casco in testa, i cori delle curve, la famiglia Mantegazza al gran completo, Geo e i figli Vicky e Mario, un paio di gradinate più sotto due fedelissimi, l’ex comandante della polizia Ivan Weber e l’ex deputato Tullio Righinetti.

È il mio primo derby – vi sembrerà strano ma non ne avevo mai visto uno dal vero – e oggi cade il primo anniversario della morte di Jacks – mio Dio come passa il tempo!-. Non posso fare a meno di ricordare le tante partite a Trivial Pursuit giocate con lui in una baracca militare a Giornico. Mi dicono che il ricordo di Peter si farà alla Valascia in occasione del prossimo derby, speriamo senza troppe smancerie.

Lo speaker annuncia 7'800 spettatori e le squadre entrano in campo. Cerco tra i giocatori il fenomeno Pacioretty, di cui si dice un gran bene, e in effetti si vede che il ragazzo è un fuoriclasse ma da solo non può fare miracoli. Nella prima fase gioca solo il Lugano, l’Ambrì fa catenaccio in difesa e si capisce che il gol è nell’aria e infatti arriva puntuale quando Nummelin, al suo rientro stagionale, infila il portiere biancoblu. I bastoni suonano come nacchere e le lame dei pattini sollevano sbuffi di ghiaccio, i giocatori entrano ed escono dalla pista a ritmo serrato e con una logica che, sinceramente, mi sfugge.

La rabbiosa reazione dell’Ambrì sembra preludere al pareggio, invece il Lugano segna ancora e a quel punto si capisce che il derby è segnato: la croce di Constantine, si potrebbe dire vista l’aria che tira sull’allenatore biancoblu, rievocando l’apparizione celeste che segnò la conversione al cristianesimo dell’imperatore Costantino.

Mentre cerco di capire le regole del gioco e di seguire le concitate azioni – ma non sono il solo ad avere difficoltà: anche il direttore del Laboratorio cantonale Marco Jermini mi confessa di seguire a fatica quel piccolo disco nero che schizza da tutte le parti –, mi guardo in giro e decifro i cori della curva bianconera. Alcuni simpatici, altri al limite del fair play: tipo “chi non salta contadino è” o “leventinesi mungete le vacche”. Per non dire delle diverse variazioni sul “vaffa”… Ma vabbè, anche questo fa parte del derby.

Noto che i supporter dell’Ambrì usano due simboli forti: Geronimo e Che Guevara, mentre quelli del Lugano si accontentano di scritte con caratteri di ispirazione gotica che già in sé esprimono una vaga collocazione ideologica. Insomma, semplificando, sinistra da una parte e destra dall’altra, anche se tutto sembra un gioco delle parti che ha poco a che fare con la politica.

Alla fine il Lugano vince meritatamente tre a zero e si aggiudica l’ottavo derby consecutivo. E io rifletto sulle regole dell'hockey.

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