Lettura del voto, responsabilità politiche e prospettive future sono fra i temi trattati nel colloquio a tutto campo sull’iniziativa UDC con l’economista e professore della Supsi Christian Marazzi

LUGANO – “Il voto è il frutto del vuoto di rappresentanza che colpisce tanto i partiti storici quanto il Consiglio federale, che non sono più in grado di cogliere le preoccupazioni della politica”. È questa la lettura principale che dà il professore ed economista della Supsi Christian Marazzi al voto sull’iniziativa UDC.
Una chiacchierata a 360 gradi sulla votazione, sulle prospettive politiche ed economiche che seguiranno e sugli errori commessi dalla politica che non può che cominciare dall'esito delle urne.
Professor Marazzi, innanzitutto si aspettava questo risultato?
“No, sinceramente non a questo livello. Pensavo che ci sarebbe stata una grande adesione, ma non in queste proporzioni, neppure in Ticino. Credevo sarebbe stato lanciato un segnale, un sassolino, ma visto il risultato direi che si possa tranquillamente parlare di macigno. Devo riconoscere che non prevedevo un esito così dirompente.”
Che lettura dà al voto?
“Si può rispondere a più livelli. Il primo è sicuramente la crisi di rappresentanza politica, che anche nel nostro paese perdura ormai da tempo. Sono convinto che il Consiglio federale, nella sua totalità, così come le rappresentanze dell’economia, non abbiano assolutamente il polso della situazione e siano totalmente indifferenti, proprio perché non vogliono vederli, ai problemi sociali ed economici della popolazione, che hanno fortemente contribuito alla reazione espressa con il voto. La politica non ha la volontà di guardare in faccia quella che è una situazione che ormai da tempo viene denunciata, fatta di effettiva povertà e di condizioni di reddito e occupazionali degradate. È un problema reale e trasversale che va affrontato e il non farlo è stato un errore politico madornale, facendo venir meno la rappresentanza politica e partitica. Si è lasciato un profondo vuoto”.
Parlava di più livelli di lettura, un secondo qual è?
“Questo è un vuoto che viene sovente riempito, e qui passiamo al secondo livello, da forze politiche maggiormente “di movimento” e di opposizione, che sono più spregiudicate e capaci di cavalcare questo disagio. Una forma di populismo che ormai è una categoria politica a tutti gli effetti, che prima di essere denunciata andrebbe meglio studiata e approfondita, perché è la conseguenza del vuoto politico lasciato dai partiti tradizionali. La stessa tendenza è in atto e ben consolidata un po’ ovunque nel continente ed è quindi normale che iniziative come questa raccolgano il favore dei cittadini, nonostante la poca chiarezza dei contenuti e i tanti punti lasciati in sospeso, come il fatto di mischiare tutti i segmenti dell’immigrazione e il non definire i livelli delle quote”.
Siamo dunque di fronte a una crisi di credibilità e di preparazione della politica tradizionale?
“Decisamente sì! Si può pensare ad esempio alla povertà nel nostro paese, è un fatto reale tanto la sua presenza quanto il suo aumento, eppure il discorso viene rimosso ed esorcizzato dal dibattito politico, come se non lo si volesse neanche lontanamente vedere. Siamo di fronte a un impoverimento della funzione storica dei partiti e della loro capacità non solo di interpretare, ma anche e soprattutto di incidere su questi fenomeni di diseguaglianza, che in Svizzera sono aumentati in maniera pericolosa. Non voglio con questo giustificare il risultato, ma soltanto spiegarlo, anche perché l’esito della votazione porta comunque con sé una dimensione xenofoba che personalmente mi inquieta non poco.”
Cosa succederà concretamente in Svizzera e in Ticino dopo questo voto?
“Siamo nel campo delle ipotesi, ma di sicuro con i contingenti l’indebolimento della forza lavoro immigrata e frontaliera sarà evidente, il potere negoziale e contrattuale per questi lavoratori sarà pressoché nullo. Di riflesso questa situazione aggraverà le pratiche di dumping e peggiorerà le condizioni di lavoro anche per i residenti, proprio ciò che l’iniziativa nelle intenzioni vorrebbe arginare. Questo accadrà, in presenza di contingenti, indipendentemente da come verranno declinati i contenuti dell’iniziativa nei prossimi tre anni. È molto probabile che ci sarà un riduzione delle entrate fiscale alla fonte. Insomma si rischia un’eterogenesi dei fini: per risolvere un problema si otterrà l’esatto contrario”.
E quali saranno le implicazioni politiche con l’UE?
“Nei rapporti con l’UE il primo scoglio sarà rappresentato dalla votazione sull’allargamento alla Croazia, perché in qualsiasi delle due direzioni andremo ci saranno conseguenze evidenti. Dopodiché sento spesso parlare “i vincitori” delle grandi capacità negoziali della Svizzera, ma sinceramente credo che negli ultimi anni sia stata notevolmente ridimensionata, basti pensare alle trattative sul segreto bancario, nelle quali partivamo da un punto di forza, e dove la Svizzera ha concretamente perso su quasi tutta la linea. Ci sono sicuramente degli interessi economici che fanno sì che Bruxelles non voglia entrare in rotta di collisione, ma esiste un problema politico tutto interno all’Ue che non va sottovalutato: visto l’avanzare di movimenti e partiti euroscettici in tutto il continente, l’Europa non può permettersi di mostrarsi “debole” facendo concessioni alla Svizzera, altrimenti il rischio di una reazione a catena nei paesi membri e quindi di uno sgretolamento interno diventerà altissimo”.
E a livello economico? Crede ci sarà una crisi svizzera? Le esportazioni reggeranno?
“Purtroppo non ho la sfera di cristallo e confermo che non è necessario alimentare pessimismo inutilmente. Detto questo però vedo molto difficile conciliare la sospensione della libera circolazione delle persone con il mantenimento di quella dei capitali e delle merci. Per quanto riguarda le esportazioni potrebbero esserci delle ritorsioni tariffarie che metterebbero in difficoltà l’export nostrano. Bisogna ricordarsi che la Svizzera è fortemente integrata a livello economico con la Germania e con l’Europa tutta. Un ulteriore problema potrebbe riguardare i grandi gruppi multinazionali, che non per forza lasceranno la Svizzera, ma difficilmente investiranno nel nostro paese finché regnerà questo clima d’incertezza”.
Questo per quanto riguarda i rapporti con l’esterno, internamente invece?
“A livello interno credo sia possibile prospettare un rischio di “sperequazione” tra i cantoni. Ci sono dei cantoni forti che fanno leva su un’immigrazione di forza lavoro altamente qualificata, come ad esempio Basilea e Zurigo, mentre altri, come il Ticino, puntano su una manodopera che offre prevalentemente vantaggi di costo, a tutti i livelli di qualifica. Ci potrebbero dunque essere divergenze d’interesse tra i cantoni forti e quelli più deboli e periferici come il nostro, conflitto che aumenterebbe le disparità intercantonali.”
Si parla tanto dei programmi di ricerca, il direttore di Agefi ha recentemente affermato che non salteranno in quanto l’Europa non può rinunciare al ‘know how’ elvetico. Cosa ne pensa lei che lavora nel settore?
“Mi fa piacere che si dica questo ed è vero, bisogna stare attenti a non essere catastrofisti anche in questo ambito. Ma personalmente temo che un inasprimento delle condizioni di accesso ai finanziamenti avverrà, come minimo.”
Infine, torniamo a prima del voto, che errori crede abbia commesso la sinistra nella campagna sull’iniziativa?
“La sinistra ha puntato da tempo su altre soluzioni, come il salario minimo e il rafforzamento delle misure accompagnatorie, che però non sono mai state degnate di attenzione da parte del Consiglio federale e delle camere a Berna. Ad ogni modo penso che anche queste soluzioni siano state tardive e non è mai stata fatta una campagna di lungo corso a sostegno di questi temi, che anzi hanno creato alcune divergenze interne. Ho l’impressione che anche a sinistra non si sia capita la serietà e la gravità del problema, penso in particolare al Ticino. E qui torniamo di nuovo al vuoto rappresentativo e l’incapacità di incidere da parte della politica, da cui la sinistra non è affatto immune. C’è poi un problema identitario che attanaglia la sinistra”.
Spieghi meglio.
“Se fino a pochi anni fa venivano promossi “gloriosamente” l’internazionalismo e l’universalismo, ora ci si rende sempre più conto che il mondo “universale” e globale odierno è fatto più di liberismo, povertà e competizione che mettono i poveri gli uni contro gli altri o addirittura le regioni una contro l’altra. Tra universalismo e localismo la sinistra di oggi non sa più bene dove andare e ha sicuramente perso la bussola. Basti pensare al sostegno programmatico all’entrata nell’UE, che oggi nessun socialista in Svizzera si sognerebbe di promuovere e che anche ufficialmente è stato rivisto.”
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