Il Ministero pubblico ha il dovere di fare tutto ciò che la legge gli consente per arrivare a una conclusione che sia non soltanto corretta, ma anche credibile e inattaccabile agli occhi dell'opinione pubblica

di Marco Bazzi
Non giriamoci intorno: molti ticinesi pensano, e alcuni ne sono addirittura convinti, che Claudio Zali abbia qualcosa a che fare con la morte della 52enne trovata senza vita nelle acque del Ceresio, a Melide. Magari non direttamente: forse come semplice istigatore, o come colui che avrebbe affidato ad altri il compito di “sistemare” una situazione diventata pericolosa.
È una tesi terribile. Umanamente e istituzionalmente terribile. Ma sarebbe ipocrita fingere che non esista. Si è diffusa a macchia d’olio, circola nelle conversazioni, sui social, nei bar, nelle chat. Ed è alimentata da una concatenazione di circostanze che, messe una in fila all’altra, appaiono indubbiamente singolari. Al limite dell’incredibile.
Il Teorema
Più che di una tesi, però, sarebbe corretto parlare di un teorema. Dal greco: ciò che si contempla, ciò che si guarda. Nel significato che ha assunto nella logica e nella matematica, un teorema parte da determinate premesse e, attraverso un ragionamento, arriva a una conclusione.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo nel caso Zali: si mette in fila una serie di fatti, si individuano dei collegamenti - veri o presunti - e da questi si ricava una conclusione, senza quasi concedere il beneficio del dubbio. E dimenticando che se i teoremi non possono essere, per definizione, sbagliati, possono essere falsi.
Partiamo comunque dai fatti, alcuni dei quali sono molto gravi per chi fino a poche settimane fa rivestiva la carica di presidente del Governo, dopo essere stato, per anni, giudice, e finanche presidente, del Tribunale penale.
Il 22 luglio esplode pubblicamente il caso dei files audio. Frammenti di registrazioni effettuate tra i tre e i quattro anni prima e diffuse sui social dalla donna che, meno di un mese dopo, verrà trovata morta nel lago. Chiamiamoli X-Files.
Il contenuto è devastante per un consigliere di Stato.
Parlando di un’altra donna, definita ‘stalker’, che perseguita la sua interlocutrice, Zali dice “Riempila di botte”, e aggiunge di averla lui stesso “pestata” in passato, perseguitato da lei a sua volta. In un altro passaggio evoca l’inquietante figura dell’“amico di Milano”, quello che non lo “tradirebbe nemmeno sotto tortura”.
Parole pesanti, delle quali non conosciamo il contesto, ma che Zali ha spiegato nella lettera in cui annunciava le dimissioni, negando di essere una persona violenta: “La donna che al telefono ho detto di avere ‘picchiato’ l'ho solo allontanata dalla mia proprietà quando, quasi 10 anni fa, si era presentata nottetempo a casa mia. Per farlo l'ho strattonata, ma non percossa. Mi ha querelato e pochi giorni dopo ha ritirato la denuncia”.
Ma le parole pronunciate in quelle due registrazioni pubblicate su Instagram restano, per chiunque, tanto più per un ministro ed ex giudice, molto gravi.
Il caso del 14enne detenuto alla Farera
Poi emerge un altro tassello. Nel luglio del 2020 Zali aveva scritto dal proprio indirizzo istituzionale all'allora presidente dell'Ente ospedaliero cantonale - il leghista Paolo Sanvido - mettendo in copia il consigliere di Stato Raffaele De Rosa, per sollecitare l'assunzione di una conoscente. Quella conoscente era la stessa donna con cui Zali parlava negli audio. La 52enne che sei anni dopo sarebbe stata trovata morta a Melide.
E sul ministro pesava già un'altra bufera. Quella del quattordicenne detenuto alla Farera, figlio di una donna che Zali “conosceva personalmente” da anni - l’aveva conosciuta in veste di giudice, nell’ambito di un processo nel quale, a quanto pare, lei era vittima -.
Ma restiamo al presente, al giugno scorso, quando il ministro convoca una riunione con alti funzionari dello Stato, tra i quali la magistrata dei minorenni Fabiola Gnesa, per discutere della situazione del ragazzo e della possibilità di trovare una soluzione alternativa alla sua permanenza nel carcere giudiziario destinato ai detenuti adulti.
Una vicenda sulla quale si sono accesi i riflettori dell'Alta vigilanza parlamentare e per la quale il Ministero pubblico ha aperto un procedimento nei confronti di Zali per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione. Magari finirà in un abbandono, magari in un decreto d’accusa. Poco importa, perché al di là del piano penale, quel che è grave è l’aspetto istituzionale. Quel modo di fare politica fondato sulla prepotenza, sull’arroganza e sul senso di onnipotenza che purtroppo caratterizza troppi protagonisti della nostra epoca, politici e non solo.
Due donne e tre storie
Due donne diverse e tre storie diverse, dunque: gli audio, la mail a Sanvido del 2020 e, quella più recente, la prima a essere venuta pubblicamente alla luce a metà giugno: il ‘summit’ nel suo ufficio per discutere il caso del 14enne detenuto alla Farera, a proposito del quale Zali, allora responsabile della Giustizia, in virtù dell’ormai celebre ‘arrocchino’ con il collega Norman Gobbi, disse: “Nessun favore, nessuna ingerenza. Quel che ho fatto lo rifarei per qualsiasi adolescente in una situazione analoga”.
Così nel giro di poche settimane, tra giugno e luglio di questa torrida estate, il “caso Zali” diventa politicamente insostenibile, tanto che, dopo la pubblicazione degli audio - degli X-Files - anche il Mattino scarica il ministro leghista.
Ecco il passaggio saliente: “Finora Zali non ha smentito il contenuto dei file audio: se ne deve purtroppo dedurre che non si tratta di “fake”. Alle telefonate si è aggiunta l’escalation del caso del “14enne della Farera” (dal punto di vista penale finirà probabilmente in nulla) e la mail “perentoria” ai vertici EOC, per far assumere proprio l’“amica” che poi l’avrebbe messo nella melma. Vicende che sembrano, alla fine, diverse manifestazioni di un medesimo approccio. Della serie “e qui comando io…””.
Le dimissioni
Tre giorni dopo, il 29 luglio, Zali annuncia le dimissioni dal Consiglio di Stato. Non immediate: lascerà alla fine di settembre, spiegando di voler prima completare alcuni lavori e sbrigare le pendenze ancora aperte.
Il Ticino politico tira un sospiro di sollievo. Dopo la tempesta si apre qualche sprazzo di sereno. Zali se ne andrà. La sua carriera politica è finita. Si è messo nell’angolo da solo, con buona pace di molti avversari e detrattori, dentro e fuori casa Lega. Il caso, pur con tutte le questioni giudiziarie e istituzionali ancora aperte, sembra destinato lentamente a sgonfiarsi.
Una morte misteriosa
Poi arriva il 18 agosto.
Poco dopo le 17.30 una donna viene trovata priva di sensi nelle acque del lago a Melide, ad alcuni metri dalla riva. Viene portata a terra. Si tenta di rianimarla. Non c'è nulla da fare.
Ha 52 anni.
È la donna degli audio. Degli X-Files.
Ed è a quel punto che nasce il teorema. Il terribile Teorema. Anche perché c'è un'altra circostanza, un’altra singolare coincidenza. Una decina di giorni prima di morire, la donna aveva denunciato di essere stata aggredita, nottetempo, sempre a Melide. Una denuncia contro ignoti. Sul suo corpo, e in particolare sul volto, c'erano delle ferite. Per dovere di cronaca va ricordato che quella notte, durante il bagno nel lago, non sarebbe stata completamente lucida.
La sua avvocata, Micaela Antonini Luvini, ha raccontato di avere sottoposto le fotografie di quelle lesioni a un medico, senza rivelargli né l'identità della donna né le circostanze nelle quali sosteneva di essersele procurate. Secondo quanto riferito dalla legale, il dottore ha giudicato quelle ferite compatibili con un'aggressione. Simile la diagnosi del medico legale: ferite compatibili sia con un incidente sia con un’aggressione. Sul caso indaga la procuratrice Chiara Borelli.
E allora la sequenza, vista tutta insieme, fotogramma dopo fotogramma, dà origine e fiato al terribile Teorema.
Gli audio. Le parole sulla violenza. L'“amico di Milano”. Lo scandalo politico. Le dimissioni. La denuncia dell’aggressione. E, pochi giorni dopo, la morte nel lago della donna che aveva fatto esplodere il caso.
È certamente abbastanza per pretendere che ogni circostanza venga chiarita fino in fondo dagli inquirenti. Ma non è abbastanza per trasformare Claudio Zali nel presunto mandante di un delitto. Perché è proprio qui che il teorema rischia di diventare una trappola: gli accertamenti autoptici preliminari sulla salma della donna indicano l’annegamento come ipotesi principale della morte e non sono emersi elementi traumatici tali da indicare, allo stato delle informazioni pubbliche, che si è trattato di una morte violenta. Mancano ancora i risultati degli esami istologici e tossicologici. Attendiamoli. Non siamo in un reality show, siamo nella realtà. Atteniamoci ai fatti. Che già da soli restituiscono un quadro inquietante.
Zali ha pronunciato quelle frasi? Sì. Zali è coinvolto in vicende istituzionalmente gravi? Sì, e in una di esse è anche indagato. Esiste, ad oggi, un solo elemento pubblico che lo colleghi materialmente alla morte della 52enne? No. Però, per evitare che nell’opinione pubblica il Teorema si trasformi in una sentenza di sfiducia nella Giustizia, che già non gode nel suo insieme, di grande credito, in questo caso non si può lasciare nulla di intentato.
E veniamo alla domanda che in molti ci poniamo: che cosa deve, dovrebbe o avrebbe dovuto fare la Magistratura di fronte a un sospetto popolare così schiacciante da rischiare di trasformarsi, pur in assenza di prove, in una sentenza collettiva di condanna? Sfociando poi in deliri ideologici, come nel caso della scritta apparsa su una parete di Palazzo delle Orsoline…
Non basta un semplice sospetto per consentire sequestri, perquisizioni o intercettazioni telefoniche o ambientali; servono presupposti investigativi concreti, gravi indizi di reato. Ma proprio per la straordinarietà del caso, e in virtù delle singolari circostante, pur senza sposare alcun teorema, il Ministero pubblico ha il dovere di fare tutto ciò che la legge gli consente - e confidiamo che lo stia facendo - per arrivare a una conclusione che sia non soltanto corretta, ma anche credibile e inattaccabile agli occhi dell'opinione pubblica. Quindi, al limite, anche forzare i limiti del codice di procedura penale, facendo semmai decidere un’istanza superiore.
Quindi, per essere concreti, la domanda è: Zali è stato sentito come persona informata dei fatti dopo la morte della 52enne? Immaginiamo di sì, pur senza averne conferma. E in caso positivo sono stati compiuti nei suoi confronti altri atti istruttori?
Certo, noi giornalisti non dobbiamo indurre il pubblico a ritenere verosimile il Teorema, solo perché molti lo ritengono tale, se non addirittura vero. Dobbiamo informare in modo chiaro e trasparente, ma pretendere altrettanta chiarezza e trasparenza dalle istituzioni, pur nel rispetto del segreto istruttorio. Però, al di là della morte sospetta, c’è tutto un passato e un sottobosco da verificare. E qui sorge spontanea l’ultima domanda: ci sono altre eventuali inchieste penali delle quali fino ad oggi non si ha notizia? E se sì, perché non se ne ha notizia, o quando se ne avrà notizia?