In carcere anche un brasiliano che lavorava con la donna. Gli altri due ticinesi arrestati avrebbero giocato il ruolo di "spalloni" portando i soldi dall'Italia al Ticino

LUGANO – Dal fitto velo di riserbo che circonda l’inchiesta - particolarmente delicata per il coinvolgimento di un sergente delle Guardie di confine - filtrano alcuni particolari.
L’agente, 45 anni, è stato arrestato la notte scorsa insieme alla moglie (leggi l’articolo correlato). Quest’ultima gestiva a Lugano, insieme a un brasiliano (che è stato arrestato insieme alla coppia), un piccolo ufficio di trasferimento di denaro all’estero.
Probabilmente proprio quell’ufficio è stato utilizzato per riciclare il denaro. Si parla, per intanto, di una somma pari ad almeno tre milioni di franchi provento di evasione fiscale o di altre attività illecite. I soldi venivano raccolti in Italia e, stando a quanto ha accertato l’inchiesta, importati illegalmente in Ticino grazie alla complicità del sergente delle Guardie di confine, in servizio nei valichi del Mendrisiotto.
Le altre due persone finite in carcere, un uomo e una donna ticinesi – in totale sono cinque gli arresti scattati tra la ieri sera e oggi -, svolgevano probabilmente il ruolo degli “spalloni”, trasportando fisicamente i soldi dall’Italia alla Svizzera. Potendo contare sulla complicità della guardia di confine, passare la frontiera eludendo i controlli era abbastanza semplice.
Non è ancora chiaro se il riciclaggio di denaro sia avvenuto con la complicità di qualche operatore finanziario o se il centro del “lavaggio” fosse unicamente l’ufficio di “money transfer” di Lugano. L’inchiesta, coordinata dal procuratore generale John Noseda e dal suo collega Nicola Respini, è soltanto agli inizi. Oltre al riciclaggio, i magistrati ipotizzano anche altri reati di natura finanziaria.
Intanto, il sergente è stato immediatamente sospeso dal Comando delle Guardie di confine. “Da parte nostra – dice il portavoce, Davide Bassi – abbiamo fornito e forniremo piena disponibilità e collaborazione al Ministero pubblico, in modo che l’inchiesta si possa svolgere in tempi rapidi, anche a tutela dei nostri agenti”.
emmebi