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05.05.2015 - 17:080
Aggiornamento: 19.06.2018 - 15:41

Filippo Dollfus: ritratto del barone luganese "senza volto" finito in manette in Italia per riciclaggio

Con l’arresto di Dollfus gli inquirenti sentono di aver messo le mani su una rete di operazioni di riciclaggio attraverso il sistema delle fiduciarie che dura da un quarantennio e che potrebbe rivelare cifre miliardarie...

LUGANO – Si scoperchiano uno dietro l’altro, come le sue scatole cinesi, le attività di Filippo Dollfus. Dal giorno del suo arresto i media italiani stanno infatti rievocando i vari casi legati a operazioni sospette di riciclaggio in cui compariva anche il nome del barone svizzero. Nome che compare sulla stampa e nei dossier della magistratura italiana almeno dal 2010, con l’esplosione della grana giudiziaria legata al Porto di Imperia e al gruppo Acqua Marcia, con a capo Francesco Bellavista Caltagirone. Costruttore, immobiliarista e finanziere, quest’ultimo è un altro habitué dei grandi scandali finanziari ed è ritenuto dagli inquirenti “uno dei più grossi clienti dell’organizzazione di Dollfus”. David Mills, Carlo Bonomi, Massimo Pessina, Francesco Caltagirone Bellavista, Augusto Ruffo di Calabria, Giberto e Vitaliano Borromeo, Daniele Lorenzano, sono solo alcuni dei nomi ‘illustri’ che compaiono in un primo elenco, parziale, dei contatti e dei clienti italiani del fiduciario e che potrebbero scoperchiare il proverbiale vaso di Pandora per una parte della finanza milanese che conta. Ma chi è Filippo Dollfus? Uomo di alto lignaggio – Filippo Luigi Ruggero Carlo Edoardo Dollfus de Volckersberg, il nome completo – con una ricca rosa di amicizie influenti nella nobiltà e nell’imprenditoria italiana, è in realtà un personaggio molto riservato. Tanto che, secondo quanto riportato dal Fatto quotidiano, non esistono sue foto pubbliche. Dollfus era conosciuto, alla stampa e alla magistratura da anni, ma sembrava quasi essere un nome senza volto, un fantasma che reggeva le fila, secondo gli inquirenti, di una vasta organizzazione dedita al riciclaggio. Fra dati del registro di commercio e rimembranze storiche, LaRegione ne ricostruisce oggi anche parte della vita in Ticino. Il fiduciario appartiene ai Dollfus, una delle famiglie patrizie di Castagnola – dove a Ruggero, avo accolto nel patriziato nel 1925, è dedicata anche una via –, tenutari di castelli di antica dinastia, nonché, come famiglia Piotrkowski-Dollfus, azionisti di minoranza della Cornèr Banca. Istituto in cui Filippo era stato parte del CdA fino al marzo 2012. Dal registro di commercio, dove figura in diverse società, risulta domiciliato a La Punt Chamues, in Engadina. Commercialista finanziario, iscritto all’Albo dei fiduciari del Canton Ticino, molte delle sue attività avevano sede a Lugano: è stato membro del gruppo Rifax (liquidata come poi anche la Mineral-Chemie di Zurigo), alla guida, fino al giugno 2010, della Farmetal e presidente della Sfa, Servizi fiduciari e amministrativi. Questo fino al febbraio 2014, data del trasferimento a Grono della società, guidata ora da un altro Dollfus, Federico. Questo per il Ticino, dove non risultano per ora fascicoli penali aperti a suo carico. Diversa invece la situazione di Filippo Dollfus in Italia, dove si puntava al suo arresto da un paio d’anni. Le manette ai polsi del barone sono scattate, il 25 aprile, nell’ambito di una inchiesta della Guardia di Finanza di Busto Arsizio sulla sparizione dei soldi legati al lodo Imi-Sir, ossia dalla sentenza civile che, nel ’94, aveva riconosciuto agli eredi del petroliere Angelo Rovelli il pagamento di 678 miliardi di lire (980 miliardi di lire con interessi e al netto delle tasse). Inchiesta che già nel 2013 aveva condotto all’arresto di Gabriele Bravi, commercialista di Francesco Bellavista Caltagirone, pure lui legato a Lugano, e della ex moglie Rita Rovelli, figlia di Angelo, che era uscita dalla vicenda con un patteggiamento di due anni e due mesi per il reato di riciclaggio. Storia di riciclaggio legata all’acquisto e alla restaurazione di una villa ad Anacapri con denaro proveniente, secondo la procura, in parte dal caso Imi-Sir e in parte frutto di corruzione. A mettere sull’avviso gli inquirenti sono stati alcuni movimenti sospetti di denaro tra Italia e Svizzera (che nasconderebbero il bottino Imi-Sir) in cui, secondo gli inquirenti ha giocato un ruolo anche Dollfus. Più fitto, secondo il consulente tecnico della Procura milanese, il rapporto tra Dollfus e l’imprenditore Caltagirone, ex marito della Rovelli. Per gli inquirenti, il gruppo del fiduciario svizzero avrebbe aiutato Caltagirone a ripulire i soldi derivati dai reati di appropriazione indebita e frode nelle pubbliche forniture per il porto turistico di Civitavecchia. Uno scandalo che aveva toccato anche l’ex ministro Claudio Scajola, che risultò indagato, e che coinvolgeva la società d’appalto Porto d’Imperia, per un terzo controllata dal gruppo Acqua Marcia, facente capo, districata la matassa di holding e scatole cinesi, alla famiglia Caltagirone. E interessante, alla luce dei fatti di oggi, è quanto scriveva allora – era il 2010 – il Corriere della Sera sul caso. “Al di là delle chiacchiere (ndr. il riferimento è al presunto coinvolgimento di Scajola) viene da chiedersi, piuttosto, chi sia quell'avvocato svizzero che da anni ha un ruolo centrale e decisivo in tutta la catena proprietaria del gruppo Bellavista Caltagirone, comprese le più defilate holding off shore . È di Lugano era entrato anni fa, si disse, come investitore. Per conto proprio o conto terzi non si è mai capito. Si chiama Filippo Dollfus de Volckersberg. È un professionista dei paradisi fiscali, uno degli uomini forti della luganese Corner Banca, in passato fu amministratore di Helios Holding e Cibiemme, società quotate del discusso finanziere Carlo Corba Colombo”. L’articolo ricostruiva quindi il dedalo di proprietari della società dell’Acqua Marcia, ed emergeva l’intervento di Dolfuss fin dalla prima operazione al suo interno di Caltagirone, ossia fin dal ’94, quando quest’ultimo la rilevò diventandone presidente. E qui compariva anche il nome di Giovanni Bravi. Questo il passato. Con l’arresto di Dollfus gli inquirenti sentono di aver messo le mani su una rete di operazioni di riciclaggio attraverso il sistema delle fiduciarie che dura da un quarantennio e che potrebbe rivelare cifre miliardarie, ben maggiori agli 850 milioni di euro finora accertati. Secondo il gip di Milano, il gruppo di Dollfus aveva infatti “una clientela diffusa su tutto il territorio nazionale e ramificata in svariati settori commerciali, interessata a trasferire all’estero ed occultare denaro o utilità nella gran parte dei casi proveniente da delitti di appropriazione indebita, evasione fiscale, corruzione o riciclaggio”. Le carte sequestrate negli uffici di Dollfus e Bravi presentano almeno 450 nomi di persone fisiche e società, molti dei quali, come quelli citati a inizio articolo, appartenenti a personaggi illustri. La lista nelle mani degli inquirenti sembra quindi avere tutte le premesse per far crollare il castello di ‘fiduciarie’ di Dollfus causando un terremoto di portata incalcolabile. IB
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