Il racconto di Samuele Poletti, dottorando in antropologia: "Sono tecnicamente nel mezzo di una catastrofe, eppure sono così isolato da non rendermene quasi conto"

di Samuele Poletti *
Ci è voluto del tempo per decidermi a scrivere questo articolo, non perché sia difficile, ma perché mi trovo in una strana situazione. Vivendo in Nepal sono tecnicamente nel mezzo di una catastrofe, eppure sono così isolato da non rendermene quasi conto, e non è facile trovare qualcosa di significativo da aggiungere ai fiumi di inchiostro che sono scorsi finora a riguardo.
Jumla, il distretto nella parte occidentale del Paese in cui risiedo, non è stato praticamente toccato dagli eventi delle scorse settimane. Certo, la scossa è stata avvertita anche qui, ma in maniera moderata e fortunatamente non ha causato alcun danno. Tuttavia, in seguito al sisma, le comunicazioni nel Paese sono state severamente disturbate per giorni, ed è probabilmente stata questa la parte più difficile per noi che abbiamo avuto la fortuna di non trovarci direttamente coinvolti nella tragedia.
Nel villaggio in cui vivo internet non c’è, così come la radio. Qualcuno possiede un piccolo televisore, ma molto spesso, a causa della scarsità di corrente – che quando va bene è disponibile solo per un paio d’ore la sera – e dell’assenza di segnale, funge più che altro da status symbol e tecnologico soprammobile. Il ripetitore che consente la copertura telefonica della valle di Sinja era stato danneggiato dalle abbondanti nevicate di febbraio e marzo, e da allora funziona a intermittenza. A causa di tutto questo, per giorni le uniche informazioni sull’accaduto ci giungevano dalle persone che avevano a fortuna, dopo innumerevoli tentativi, di mettersi in contatto con un parente nonostante le linee intasate. In questo modo, condividendo con gli alti quanto dettosi, pian piano cercavamo di riscostruire l’accaduto. Tuttavia, dato che per diverso tempo ogni telefonata era bloccata a due minuti, le persone più che discutere dell’accaduto si sinceravano unicamente che i propri cari stessero bene, e perciò farsi un’idea chiara su quanto fosse successo era molto difficile. Le poche informazioni che filtravano erano frammentarie, e spesso contraddittorie.
Sono stati giorni di ansia. Lokendra, il mio assistente di ricerca col quale vivo, ha un figlio diciassettenne e diversi altri parenti a Kathmandu, e il padre e una figlia adolescente in un altro distretto, fortunatamente poco colpito dall’accaduto. Il popolo nepalese, per loro fortuna in questi casi, è abituato a far fronte a molte avversità di vario genere, e la forza d’animo che hanno dimostrato in quei momenti difficili è stata francamente toccante. Inoltre, per quanto sia un grosso ostacolo al miglioramento di tutta una serie di cose in questo Paese, bisogna pur dire che l’attitudine fatalista con cui la maggior parte delle persone affronta la vita in questa parte del mondo si dimostra di aiuto in queste circostanze. Infatti, mentre io mi tormentavo assalito da un turbine emozionale fatto di irrequietezza, preoccupazione ed estremo senso di impotenza, Lokendra mi rispondeva “ormai è andata così, non c’è nulla che possiamo fare al momento. Speriamo che tutto vada bene, che gli dei veglino su di noi”. Ammetto che per quanto questa tendenza generalmente faccia a pugni con la visione del mondo che penso di condividere con buona parte dell’Occidente, improntata su una forte intenzionalità del soggetto, ho trovato non poco conforto in quelle parole, da cui ho appreso una lezione di vita significativa.
Per quanto mi riguarda, anch’io ho molte persone care qui. Nei giorni del terremoto sapevo che un’amica americana, anche lei dottoranda per l’Università di Edimburgo, era appena rientrata a Kathmandu dopo un periodo a Pokhara. Sono riuscito a sapere di lei solo l’altro ieri, quando per la prima volta in un paio di mesi finalmente ho raggiunto un collegamento internet nella capitale del distretto in cui mi trovo. Sta bene, molta paura e una piccola ferita alla nuca, ma per fortuna niente di grave. E poi i tanti amici nepalesi e stranieri sparsi un po’ su tutto il territorio nazionale, con cui un po’ per volta sono riuscito a mettermi in contatto telefonicamente, e appurare che stanno tutti bene – una sorte che purtroppo molti altri non hanno avuto. Infine, l’ansia si sapere di stare bene ma non riuscire a comunicarlo, né alle persone qui in Nepal né a casa, immaginando la loro preoccupazione nel sentire quelle notizie terribili (e riguardo alle quale, molto probabilmente, sarebbero stati ben più informati di me).
Questo mi ha fatto riflettere parecchio sulla nostra dipendenza dalla possibilità di ricevere e comunicare informazioni immediate; possibilità alla quale ci siamo orami abituati in un mondo globale e iper-cominciativo come quello nel quale, nella maggioranza dei casi, viviamo in condizioni normali. Eppure, situazioni come questa ci insegnano che una tale possibilità è tutt’altro che scontata, e la sensazione di isolamento che la sua assenza comporta ci può prendere alquanto alla sprovvista, scoprendoci privi di mezzi per fronteggiare l’assoluto senso di impotenza che ne consegue.
Voglio però concludere con un episodio che, per quanto slegato da questi eventi, trovo significativo. Qualche giorno dopo il terremoto del 25 aprile, nel villaggio in cui vivo, ho aiutato un anziano a piantare un albero – suo ultimo desiderio prima di morire. Ecco, credo che fintanto che qualcuno, in barba a tutto, trovi ancora la voglia e il desiderio di compiere un simile gesto sia in qualche modo sintomatico dell’attitudine di questo popolo, e un indicatore di speranza per l’avvenire. Spero che questo episodio possa essere un augurio per il periodo buio che questo Paese sta affrontando, e il segnale che la speranza è dura a morire. Che quella pianta possa crescere sana e forte.
* dottorando in antropologia sociale all'Università di Edimburgo (s.f.poletti@sms.ed.ac.uk)