CRONACA
Sepp Blatter si racconta a Bellinzona: "Che paura quella mattina del 27 maggio 2015. Un mio ritorno nel calcio? Se nasci cavallo non puoi morire asino..."
L'ex massimo dirigente del calcio mondiale ha incontrato la stampa all'Auditorium di Banca Stato: "Mi sento tradito dalla Svizzera. Sono stato tenuto all'oscuro di tutto"
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi

BELLINZONA – Del personaggio Joseph Blatter, detto 'Sepp’, si può stare a discutere per ore e ore. Ma a prescindere dai pregiudizi e dai casi di cronaca in cui è stato coinvolto, un aspetto è innegabile: è stato lui, da presidente della FIFA per 17 anni, a introdurre il gioco del calcio nell’era moderna.

È stato lui il primo a credere nel calcio femminile, a portare i primi grossi sponsor nel panorama calcistico, ad aggiungere la regola dei tre punti per le squadre vincitrici, a togliere la possibilità al portiere di prendere il pallone con le mani su retropassaggio, a ‘esportare’ il calcio in Africa, eccetera. Insomma, anche l’elenco delle sue iniziative a favore della crescita del calcio potrebbe continuare per ore.

83 candeline da spegnere il prossimo 10 marzo, Blatter è tornato in Ticino con la voglia di fare un tuffo nel passato, tra ricordi positivi e altri meno, una panoramica del presente e qualche parola sul futuro. Un futuro che, a detta dell’ex massimo dirigente del calcio mondiale, “vedrà ancora il pallone quale protagonista”. Già, perché nonostante la squalifica per sei anni inflittagli dal Comitato Etico della Fifa per per sospetta corruzione, il deus ex machina del calcio non riesce a fare a meno di quella che per “una vita lavorativa è stato il mio mondo”.

All’Auditorium di Banca Stato di Bellinzona, Blatter ha incontrato la stampa in una serata organizzata dal Team Ticino. Il dirigente svizzero ha ovviamente parlato dello scandalo corruzione che ha messo in ginocchio la FIFA nel 2015. ‘Sepp’, lo ricordiamo, finì nel mirino della giustizia per un versamento di 2 milioni di franchi nei conti di Michel Platini per una serie di consulenze.

“Quella vicenda – spiega – era una questione interna alla FIFA e non era di competenza del Procuratore generale. Nel 2011 i conti sono stati approvati e quei due milioni figuravano. Perché nessuno si è opposto? Nessuno ha voluto sentirmi. Mi sono sentito tradito dal mio Paese, dalla mia Svizzera a cui ho sempre dato tanto...”.

Blatter ha raccontato i terribili attimi vissuti la mattina del 27 maggio 2015, quando una retata della polizia svizzera all’hotel Baur Au Lac di Zurigo ha fatto scattare le manette ai polsi di sette massimi dirigenti della FIFA.

“Ricordo che erano le sei del mattino quando alla radio hanno dato la notizia dell’intervento della polizia federale all’hotel che ospitava i dirigenti della FIFA . Scoprii che le autorità svizzere erano al corrente da tempo di quello che stava accadendo e mai nessuno mi ha avvertito. Sono stato tenuto all'oscuro di tutto. La ministra della giustizia Simonetta Sommaruga e il capo dell’FBI accusarono la FIFA di essere un’organizzazione mafiosa. Lì sì che ebbi paura. Per me stesso, ma soprattutto per la nostra organizzazione che era fortemente minacciata di essere distrutta. Così decisi di farmi da parte per calmare le acque, malgrado fossi stato confermato come presidente solo pochi giorni prima”.

Da quel giorno, Blatter ha dovuto guardare avanti e provare a ricostruirsi una vita. Come? Scrivendo due libri, di cui uno intitolato “Ma verité”, e dedicandosi alla famiglia. Ma è il calcio la passione che più gli fa battere il cuore. “Un mio ritorno? Non è possibile, almeno in maniera diretta. Però, “se nasci cavallo non puoi morire asino””.

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