Cronaca
18.11.2020 - 11:240

I molinari prendono posizione e ne hanno per tutti: "Le sere di una volta non ci sono più. Ma qui siamo e qui rimaniamo"

Il CSOA il Molino prende posizione: "Borradori? Non parliamo la stessa lingua. E la sera del 30 ottobre..."

LUGANO – “Una premessa, otto capitoli e una postilla per una storia (non) esaustiva di quasi 25 anni d’autogestione, in tempi di pandemie”. Inizia così la lunga presa di posizione del CSOA il Molino in un comunicato intitolato “tornare alla piazza, senza scegliere tra smart city e paura del contagio”.

Di seguito vi proponiamo i punti chiave del comunicato:

"Premessa: mentre stavamo completando il testo che andrete a leggere, è giunta la decisione dello sgombero entro natale. Sgombero che poi sembrerebbe non più essere uno sgombero ma solo un’ipotesi da prendere in considerazione. Insomma, non è che ci si capisce troppo, se non un’ennesima figuraccia comunicativa mediatica dell’esecutivo cittadino. Tra fughe di notizie e frontiere chiuse, probabilmente gatta ci cova. O anche il perdurare di un attimo sfuggente che tutto sconvolge e rinsavisce. Sono ormai quasi passate due settimane dal presidio di Molino Nuovo. Gli echi stentano a dissolversi e la melma imperterrita sempre fuoriesce. A secchiate. Il nuovo ricatto in tempo di Covid19 e dei suoi dispositivi è solo l’ulteriore disperato tassello di un ritornello che gracchia irrisolto da ormai 24 anni (12 ottobre 1996, prima occupazione del Centro Sociale. Michele Bertini, aveva appena compiuto 11 anni). Consentiteci allora di prenderci un po’ di spazio per rifare un po’ di chiarezza su alcune delle tante questioni fuoriuscite.

1. (non)#andràtuttobene.

Gli dèi se ne vanno, gli arrabbiati restano. Ciò che resta delle grandi opere, degli Expo, dell’Alta Velocità, degli slogan sovranisti all’insegna della sicurezza o delle grandi esercitazioni militari sui confini, sono gli ospedali da campo, i sistemi socio-sanitari al collasso (per non parlare di quelli pensionistici), con i reparti di ricovero o di prima medicalizzazione rimediati all’interno dei padiglioni delle esposizioni (dal piccolo esempio del Conza di Lugano, al paradigmatico ospedale covid dell’area Expo a Milano), le piazze vuote e i coprifuoco più o meno topografici, più o meno mentali, che dilagano in un mondo ormai in putrefazione. Gli dèi non se ne sono ancora andati ma balbettano, inciampano e arrancano, mentre ciechi vorrebbero condurci all’abisso, verso la guerra che ritorna indietro. Il loro mantra infantilizzante – “#andràtuttobene” – svanisce afono nell’esplosione di una vetrina di Gucci, in una scritta su un muro, gesti a un tempo carichi di simbolismo e di trivialità, ma che rivelano ancora una volta la nudità del potere e l’inerzia della catastrofe che viene.

Cianciano oggi come allora i megafoni della retorica dominante. Andrà tutto bene fin tanto che andrà come deve andare: produci, consuma, crepa! Andrà tutto bene fin tanto che i cattivi si separeranno dai buoni, i maschi dalle femmine, gli uomini dalle donne, i cittadini dalla popolazione, i permessi C da quelli G, le persone economicamente attive da quelle improduttive, le persone adulte da quelle non adulte, le persone socialmente accettabili da quelle/i invisibili… … ma non i servi dai padroni!

Anche dopo il 1° maggio 2015, per non andare troppo indietro, dopo il determinato e pirotecnico corteo NoExpo ci fu chi volle separare, a colpi di spugnetta e di morali sul decoro urbano, i buoni dai cattivi all’insegna dell’infamia e dei processi per devastazione. Oggi gran parte di queste persone, ontologicamente corrotte, possono osservare da molto vicino l’eredità di Expo e del suo mondo: un ospedale da campo dove la gente muore “o peggio, dove la gente nasce”. Non è andato tutto bene, non andrà tutto bene.

2. A proposito di ondate: non si può surfare con l’acqua alla gola.

Con la cosiddetta seconda ondata pandemica si sta aprendo una nuova fase. In essa vanamente potremmo rintracciare misure e strumenti per contenere il virus e tutelare la salute pubblica delle persone in tutte le sue manifestazioni e sensibilità. Soprattutto dal momento che la parola d’ordine di ogni governo è: evitare un nuovo “lockdown” e salvare l’economia. Ci pare evidente che lo spillover del virus covid-sars-2 non sia avvenuto nell’utopistica città del Sole di Tommaso Campanella. 

Sia chiaro, il virus esiste e di per sé è già naturale, semmai è la sua capacità di trasmissione e di contagio a replicarsi attraverso le infrastrutture del mondo globale. E’ il suo abitare presso di noi in modo differenziale che deve essere naturalizzato. Forse, se questo virus non riuscirà ad hackerare definitivamente il sistema, come poteva sembrare a qualcuno soltanto 5 mesi fa, quando i delfini nuotavano nel Canal Grande e gli aeroplani stavano a terra, è solo perché il capitalismo sta già cogliendo la sua occasione. Approfittare di questo straordinario accumulo di sorveglianza rende anche possibile, per molti governi cittadini come quello di Lugano decretare sgomberi, militarizzare i quartieri, chiudere le piazze.

D’altronde il virus non nasce in modo spontaneo in un remoto mercato di un villaggio della Cina nell’incrocio tra un pangolino selvatico e un dinosauro. O meglio, non solo. Il virus è prodotto endemico e interno della struttura capitalista. È parte della deforestazione, dell’allevamento intensivo, dell’esubero inquinante, della colonizzazione e dello sfruttamento strutturato e tecnologico di corpi, di popoli e di territori. Si incaglia in una simbiosi perfetta con la struttura di produzione e consumo al di fuori della quale non possono esistere vite altre. E mentre i politici incespicano con le parole e i decreti, attivando misure degne delle peggiori dittature del Novecento, gli esperti litigano tra di loro sulle nuove frontiere del distanziamento sociale, il capitalismo finanziario accumula enormi profitti espropriando con rinnovata intensità le nostre vite. In questa nuova fase la ricetta è vecchia di un secolo: repressione, sgomberi, piazze chiuse e confinamento. Passerà? Forse. 

3. Lugano by night.

La provincial città Ticino non fa eccezione in tutto questo scenario. Il fatto che le misure qui siano più leggere che altrove non è da attribuire né alla sedicente anima liberale dello stato svizzero, né tanto meno alle qualità di obbedienza civile del cittadino rossocrociato (il delatore sentinella che piace tanto a Gobbi). Né tanto meno possiamo affidarci al fatto che saremo sempre in questa condizione di semi-libertà vigilata dal decoro e dalla morale borghese. Semplicemente questo è il posto dei ricchi o perlomeno ambisce ad esserlo con tutta la sua forza. La smart city di Lugano non ha bisogno dei coprifuochi pandemici perché li aveva già introdotti con le sue ambizioni securitarie e repressive. 

Piuttosto: avete mai provato ad attacchinare un manifesto nei pressi dell’Università o della Stazione dopo una certa ora? Avete mai provato a decorare l’arredamento urbano alla vostra maniera nelle ore notturne (ve lo chiediamo perché Lugano, oltre a far davvero ca***e, ha finalmente sdoganato la street art da quando ha capito che i suoi palazzi sono talmente brutti che anche uno scarabocchio potrebbe rappresentare un processo di valorizzazione in termini futuri)? Avete mai provato a prendervi una piazza, la riva di un lago, un parco? Avete mai provato a organizzare una festa, un concerto, un pranzo pubblico, una proiezione senza scopi di lucro e commerciali? O ad “assembrarvi” in più di cinque nello spazio pubblico per chiacchierare, fumarvi una canna, fare una lettura condivisa di un libro? È presto detto. Chi non si limita a dormire sogni d’oro in questa città sa bene come sia Lugano by night: police partout…

4. La gestione del disagio.

Eppure, la sera del 30 ottobre in Piazza Molino Nuovo la polizia, nella sua manifestazione fisica e autoritaria, non c’era. Questa “assenza” ha pure prodotto irritazione in certa stampa (praticamente tutta) e presso i soliti esponenti di partito. Non ci interessano troppo le delazioni e men che meno le dissociazioni, non fanno decisamente parte del nostro vocabolario o della nostra prassi. Semplicemente alcuni di noi c’erano, altri no. Ma non ci sembra particolarmente fondamentale. Anzi, il nostro punto di vista rimane – anche per questo – il meno parziale e il meno astratto di quelli sin ora proposti.

Certo la cosa ha fatto “strano” pure a noi. Strano non vedere guardie nella città con più guardie per numero di abitanti, durante una manifestazione non autorizzata e “non autorizzabile”. Tuttavia, ci pare di poter andare agevolmente oltre la stranezza dei primi momenti per trarre almeno un paio di aspetti particolarmente rilevanti e ovunque sottaciuti. Venerdì sera la smart city ha voluto dare prova di sé, soprattutto nella gestione impersonale dell’apparato repressivo. Decine e decine di videocamere hanno minuziosamente filmato e registrato ogni comportamento e ogni movimento, mentre i media (riproponendo addirittura parte di questi filmati) sanciscono la naturalità attraverso la quale qualsiasi persona intenta a manifestare pubblicamente possa essere registrata di nascosto (da chi? Polizia o giornalisti?) e quindi in parte ritrasmessa ad arte sui telegiornali. Si tratta di pratiche conosciute altrove ma che a Lugano rappresentano una novità e un balzo in avanti verso la città telesecurizzata al tempo dei lockdown e dei coprifuochi.

5. Flessibile, ubiqua, revocabile.

Un secondo aspetto riguarda Molino Nuovo e la sua piazza. Oggetto di una accresciuta politica di normalizzazione e repressione sin dall’era pre-covid, soprattutto nei confronti dei bar della piazza (o come dimenticare la retata al bar Tra), questo quartiere popolare alla grande Lugano evidentemente non sta bene. E lo notiamo con l’incessante martellio di questi giorni. Giornali – su tutti laRegione Ticino -, radio e tv incalzano con interviste e scoop improbabili con il solo obiettivo di creare “il problema piazza Molino Nuovo”.

6. Giornalismo zerbino del Potere, cacche di cani e San Carlino.

Allo stesso modo la banalizzazione avviene nel blaterare unificato del giornalismo codificato. Da destra a quasi “sinistra” le linee editoriali dei direttori dell’immondezzaio della domenica e del quotidiano del Ticino dalla formichina rossa sbiadita, coincidono nell’invocare la morale giustizialista con la punizione esemplare degli stolti. 

Ancora una volta, immancabilmente, il Centro Sociale diventa oggetto della discordia e di tutti gli orrori inaccettabili e inqualificabili. Il perché, da subito, si è provato a creare la simbiosi “presidio=molino” non ci pare così interessante. Ma, coscienti di vivere in un Cantone in cui non avviene mai niente al di fuori della normalità routinaria imposta, ci rendiamo conto che riprendersi in maniera autonoma e spontanea piazze e vie possa essere un grave “torto” riconducibile – purtroppo! – solo al Centro Sociale. Pratica alquanto inaccettabile per l’autorità, si trasforma e viene utilizzata come fonte di ricatto e di pressione per spegnere all’origine qualsiasi tentativo di sovversione e ribellione.

Non è d’altronde una novità: era già successo con la protesta contro il San Carlino del Botta tanti anni fa. È risuccesso con l’apertura del Casinò cittadino in periodo post-sgombero – “se manifestate non siete interlocutori/trici seri e affidabili…” – e si ripropone ora, con la questione covid e le sue imposizioni: uscire in strada e opporsi a questioni non inerenti l’autogestione (ben inteso quella conciliante e dialogante con le autorità) non è assolutamente tollerabile, pena lo sgombero immediato.

7. L’assemblea, il Marcolino e lo stato vergognoso delle cose.

Riproviamo a fare chiarezza sulle questioni che ci riguardano da vicino. Non che siano tematiche sulle quali non ci siamo mai espressi ma ci rendiamo conto che, nonostante la grande libertà di stampa, le cose si dimenticano in fretta. E allora occorre richiamarle.

– La gente pensa, si autodetermina, si trova, si confronta, parla, decide, lotta, crea al di là e non per forza al Molino (e per fortuna!) e il centro sociale, sin dalla sua prima occupazione, si è posto come elemento di rottura con la docilità, l’omologazione e lo stato di cose imposte attraverso la politica del fatto compiuto.

– Non sappiamo da chi prenda le informazioni il sindaco Borradori, ne chi sia l’autorevole voce citata dal capo del municipio che gli sussurra all’orecchio di “non agitarsi, tanto quelli del centro sociale si stanno spegnendo da soli”. Quello che invece sappiamo e ci è dato di sapere e su cui rassicuriamo è che la pratica dell’autogestione continua, vive e si confronta con le contraddizioni di questi tempi, si rinnova, fomenta abbondanti scambi, solidarietà e confronti. 

– Altra cosa che ci sfugge è a quale esperienze autogestite e autonome si riferisca il sindaco, quando farfuglia che con esse si riesce a dialogare e a trovare forme e compromessi per il quieto vivere. E, a parte che il quieto vivere non ci è mai interessato, a noi risulta invece che quelle con cui troviamo affinità e complicità continuano a praticare un certo tipo di rottura e di conflittualità. 

– No, sembra che davvero non parliamo la stessa lingua. E sentire, dopo quasi 19 anni, il sindaco di Lugano vaneggiare sulla sua condivisione dell’autogestione è un puro regalo orgasmico. Ma purtroppo dubitiamo che a lorsignori interessi veramente capire che l’assemblea ha il proprio percorso, la propria autonomia e la propria autodeterminazione e non ha nessun bisogno di compiacere a chicchessia.

– Allo stesso modo ci sembra di capire che ancora non è chiaro che l’assemblea non ha nessun rappresentante, decide se conviene o meno averli (estemporanei e revocabili). L’assemblea non ha bisogno di spostarsi ma semplicemente decide quello che l’eventuale rappresentante andrà a discutere. E su una cosa è sempre stata precisa, al di là della sua “rappresentanza”: la parola data è sempre stata mantenuta e quando un impegno è preso, nel limite del possibile e se le condizioni non mutano, lo mantiene.

Possiamo dire la stessa cosa del Municipio di Lugano, i cui emissari cambiano negli anni ma le cui posizioni e l’incapacità di comprensione non si discostano di un centimetro? Possiamo dire la stessa cosa di un Municipio che partecipava alle varie e innumerevoli commissioni, incontri e gruppi di lavoro – nei quali si decideva che il contenuto restava al suo interno – e che immancabilmente veniva rilasciato tutto alla stampa? D’altronde, Marco, tu che c’eri al primo incontro post sgombero del maglio (2001!) – quello firmato da te e dalla socialista Patrizia Pesenti – e che con Bertini hai partecipato all’ultimo incontro con alcuni nostri rappresentanti (2015, Canvetto Luganese), dovresti esserti fatto un’idea di come inaffidabilità e incoerenza siano ben presenti al vostro interno. Nel frattempo noi aspettiamo sempre la lista degli spazi disponibili che dicevate aver individuato durante quest’ultimo incontro e mai pervenutaci.

– Ritenere lo stato dell’ex macello “vergognoso” è assai disonesto da parte di chi lo aveva dismesso e lo avrebbe anche già demolito se non fosse stato per il CSOA. A tal proposito, notiamo che Lugano è davvero fucina politica per i “giovani” rampanti liberali, che per far carriera imitano e sorpassano il leghismo a destra: dopo il Bertini ecco Karin Valenzano Rossi a destreggiarsi abilmente con le armi della repressione e della menzogna. 

– A questo proposito forse occorre ricordare qualche fatto “vergognoso”: i due incendi (uno dei quali ha parzialmente distrutto il tetto della sala concerti!) partiti dai magazzini comunali che versavano in stato pietoso. I rifiuti accatastati alla rinfusa nella parte gestita dal municipio. I pedalò lasciati a marcire e a deperire. I posteggi esterni all’ex macello subappaltati alla Cassa Pensioni di Lugano, altrove definiti illegali (Valenzano Rossi, a proposito: il Molino è entrato nello stabile dell’ex macello nel dicembre 2002. O la tua memoria fa cilecca o non sei troppo in buona fede, che le date non tornano rispetto ai tuoi ricordi di giovane praticante). 

8. Il monopolio della violenza e l’illegalità come norma

E allora, senza troppo prenderla alla larga, alcune uscite ci appaiono davvero di un’ipocrisia e di una strumentalizzazione disarmante. Nel senso…, dobbiamo per forza ricordare il partito del sindaco? La sua violenza razzista? Dobbiamo davvero ricordarvi come, in qualità di sindaco di Lugano, Borradori sia stato uno dei primi al mondo a riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele? Dobbiamo ricordare la conciliante partecipazione dello stesso sindaco a incontri con assassini o simpatizzanti di estrema destra: dall’ambasciatore messicano del governo Peña Nieto durante Poestate in municipio, alla criminale di guerra israeliana Tzipi Livni all’Israel day a palazzo dei Congressi, fino all’ex missino Andrea Mascetti sotto braccio tra il Marcolino e il camerata Norman in Piazza Riforma?

E sempre a proposito di violenza e di pene ritenute non particolarmente severe: che dire delle condanne annullate in appello per vizi di forma e illegalità di procedure varie (senza dimenticare il lungo corollario di bugie e di testimonianze false e dubbiose dei vari poliziotti implicati) nel caso del processo per sommossa per i fatti dell’USI e della contestazione al procuratore Caselli? O della riapertura delle indagini da parte del tribunale federale di Losanna contro i due sbirri – ampiamente difesi e sostenuti dal sindaco di Lugano e dal capo della polizia comunale Torrente – autori del violento pestaggio e del furto di centinaia di franchi ai danni di un venditore di rose pakistano in stazione a Lugano?

E ancora perché non parlare di tutte quelle illegalità, ormai pratiche normate, di cui le istituzioni e i personaggi che le frequentano, si beano e si arricchiscono tra una riva di un lago privatizzato e le innumerevoli speculazioni edilizie? Niente, probabilmente sull’orlo della catastrofe bisognerà ancora ritrovarsi a giustificare la necessità della “violenza” per una scritta smollata su un muro di un palazzo contro chi continua a provare a schiacciarci la testa sott’acqua.  Capiamo certamente che, nel panorama attuale, la menzogna sia intrinseca all’esercizio e al consolidamento del potere ma pensiamo si possa concordare che il monopolio della violenza e dell’illegalità non è certo la pratica dell’autogestione che lo detiene – testata o non testata, scritte sui muri o graffiti sui palazzi. Insomma, come sempre, il peggiore degli esempi viene dall’alto.

9. Di sgomberi, old foxes e vicesceriffi in pensionamento anticipato.

L’avevamo definita “l’alba della vergogna”. Lo sgombero del 2001 avvenuto con più di 80 poliziotti, materiale bruciato, rubato, sequestrato e l’espulsione di una quarantina di famiglie ecuadoriane ospitate al Maglio. E anche in quel caso – sempre a proposito di ricatti e di pressioni – i mesi prima dello sgombero del Maglio, avevano prodotto una narrazione assai simile.

Se nel 2001 il ricatto era la rinuncia della attività, 19 anni dopo e un mondo quasi completamente cambiato (in peggio) è la rottura delle imposizioni a essere motivo di discordia. Con sempre lo stesso monito paternalista a pendere sul collo: state buoni e bravi e lì ci resterete ancora per almeno tre anni. Insomma… hai voglia di sentire ora dire al vicesceriffo che l’autogestione per esistere se lo deve meritare. E, a parte che in sti tempi infami di covid, è piuttosto vile e vigliacco entrare in questa dinamica, non ci stupiamo che la maggioranza municipale della città tra le più a destra in Europa promuova queste pratiche. Che si mettano allora la coscienza a posto le old foxes con le stellette: il Centro Sociale continuerà a far girare le pale, a permettere l’entrata (e l’uscita) a chi lo ritiene opportuno e a macinare rabbia, colori, conflitto e fantasie. Il Centro Sociale continuerà a sperimentare cultura e culture, forme d’arte e musicali, socialità e aggregazione. Le stesse che in tempi di Covid son state per prime penalizzate e ridotte, come si è visto ultimamente con l’assurda decisione (poi rivista) di portare a cinque il numero massimo di persone per cinema, teatri e musei.

E mentre altri – parabole effimere e decadenti – non lasceranno traccia alcuna nei ricordi della plebe, il Centro Sociale continuerà a r-esistere, a sbagliare anche, a portare la propria solidarietà alle prigioniere e ai prigionieri anarchici (e non) in Svizzera, in Italia e nel mondo, a dar spazio alle lotte, alle assemblee e ai gruppi che lo necessitano, senza per forza dover condividere tutto al 100%. Quello che invece sì condivide – e potrà darvi fastidio ma tant’è, non riuscirete a cambiarlo – è la lotta conflittuale con l’esistente, l’abbattimento di qualsivoglia gabbia e frontiera, la necessità di un cambio radicale e la costruzione di mondi altri. E continuerà a supportare a solidarizzare con tutte quelle lotte che questo cambio lo auspicano e lo praticano, al di là di ricatti, imposizioni e paternalismi.

10. O dell’ingovernabilità. Pratica inaccettabile nei centri dell’impero.

L’autogestione e l’autodeterminazione sono pratiche sperimentali in divenire – non esenti da errori e incompletezze certamente – che continueranno a inventarsi a marcare le inconformità del sistema e la ricerca vogliosa e costante di ritenere la venerata “normalità” pre e post covid, un luogo inabitabile, putrido, ingiusto, discriminatorio. Il nostro non venire a patti con il presente non è un vizio estetico di forma ma una scelta necessaria con l’inconciliabilità menzognera e inaffidabile di mondi e atteggiamenti incompatibili.

Allo stesso modo, in queste piazze e in questi quartieri – quelli definiti del disagio o dell’ingovernabilità – continueremo a esserci, a sperimentarli con le dovute attenzioni e a camminarli, forti del fatto che alla paura del contagio e alle sue strumentali (e antecedenti) regole di ordine, disciplina e decoro, si possa opporre la reciprocità responsabile e solidale e le necessità di una vita e di una salute finalmente olistica, libera da forme di solitudine e autoreclusione. Consapevoli che le libertà non sono mai state per tutti. Quello che rimane sensato invece, al posto di invocare più libertà, è come possiamo sovvertire la matrice delle nostre oppressioni. Consapevoli infine che le sere di una volta non ci sono più e che coloro che le abitavano, oltre ad essere arrabbiati, dovranno poter restituire la propria rabbia alla città nociva e asettica che produce catastrofi. Dovremo imparare a farlo in questa nuova situazione e poco male se sul percorso vi saranno colpi di testa o colpi di sole, se fioriranno rose, oppure cactus o giovani promesse del telegiornalismo.

Nel mentre qui siamo e qui rimaniamo e, in ogni caso, saranno gli dèi con i loro feticci a precipitare".

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