CRONACA
Crisi Credit Suisse, Alfonso Tuor: "Non credo al default, ma..."
Il giornalista economico: "Penso che se la crisi si aggravasse interverrebbero con iniezioni di capitali la Banca nazionale e gli altri grandi istituti per salvarlo"
TiPress/Gabriele Putzu

ZURIGO - Destano non poche preoccupazioni, nelle ultime settimane, le voci di un possibile fallimento che aleggiano intorno a Credit Suisse, la seconda banca svizzera, che sta affrontando un grave dissesto finanziario. Il titolo in borsa ha toccato il minimo storico, e i Credit default swap della banca (i premi per assicurarsi contro un possibile fallimento, ndr) sono schizzati alle stelle. È proprio quest’ultimo fattore, in particolare, ad alimentare dubbi e timori, in quanto indicatore del sentimento e della percezione dello stato di salute di una società, inclusa una banca di importanza sistemica quale è Credit Suisse. A preoccuparsi sono, oltre a dirigenti e dipendenti, anche e soprattutto i clienti, che hanno investito in titoli dell’istituto di credito o che vi hanno depositato i loro risparmi. Non stupisce dunque la spasmodica attesa di conoscerne le sorti.

 

Ma quanto è grave, effettivamente, il dissesto di Credit Suisse? Abbiamo chiesto un’opinione ad Alfonso Tuor. Secondo il giornalista economico, l’insolvibilità della banca è uno scenario sicuramente possibile, mentre non crede allo scenario del default. Credit Suisse fa parte delle cinque entità finanziarie ritenute, dalle autorità di vigilanza svizzere, a rischio sistemico. Insieme a Ubs, il Gruppo Raiffeisen, la Banca cantonale di Zurigo e Postfinance appartiene a quella categoria che si definisce “Too big to fail”, troppo grande per fallire.

Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, le banche riconosciute di rilevanza sistemica devono ottemperare a requisiti prudenziali più elevati e più severi rispetto agli altri istituti; vale a dire che devono disporre sia di un maggiore cuscinetto di capitale e di liquidità, sia di un’adeguata strategia di stabilizzazione in caso di emergenza.

 

“Credit Suisse ha subito una serie di rovesci in seguito ad operazioni finanziarie avventate che ha attuato utilizzando i soldi dei clienti - spiega Tuor -, per esempio le perdite miliardarie con i fondi d’investimento Archegos e Green Field, o gli investimenti in criptovalute con il fondo Citrix, o ancora il coinvolgimento in una grande operazione finanziaria in Mozambico, che doveva essere un sostegno per il paese e si è rivelato invece essere un sostegno alla dirigenza corrotta”.

C’è chi sostiene, annota Tuor, che l’istituto di credito necessiti oggi di almeno due o tre miliardi di liquidità. “Ma penso che se la crisi si aggravasse interverrebbero con iniezioni di capitali la Banca nazionale e gli altri grandi istituti per salvarlo. Non escludo che la situazione possa precipitare a causa di una fuga di clienti e di patrimoni alla luce delle continue notizie negative che vengono pubblicate”.

Per cercare di leggere la situazione non bisogna guardare tanto ai titoli azionari che sono scesi, prosegue il giornalista, ma ai cosiddetti credit default swap di Credit Suisse, che sono in pratica delle assicurazioni sulla solvibilità delle sue obbligazioni. “Il fatto che questi premi siano esplosi indica che il mercato non esclude la possibilità di un default. Ma, personalmente, non credo che una banca di importanza sistemica, non solo a livello svizzero ma mondiale, possa venir lasciata fallire. In ogni caso se lo Stato e la Banca Nazionale dovesse intervenire massicciamente per salvare il Credit Suisse sarebbe un duro colpo a livello internazionale per l’immagine della piazza finanziaria svizzera: dopo UBS sarebbe il secondo istituto ad essere salvata dallo Stato. Dirò di più, non escludo che la BNS stia già “aiutando” il colosso bancario fornendo liquidità a fronte di obbligazioni”.

E sulla sicurezza dei depositi dei risparmiatori, Tuor ricorda che la Confederazione garantisce una copertura fino a 100.000 franchi.

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