Il deputato UDC al Nazionale: "Questa segnalazione appare un tentativo politico di sabotare un’intesa con un partner fondamentale, per favorire l’Accordo di sottomissione all’UE"

Paolo Pamini, la sua collega al Nazionale Greta Gysin ritiene che il lingotto d’oro e il Rolex regalati a Donald Trump durante l’incontro con una delegazione di imprenditori svizzeri avvenuto il 4 novembre alla Casa Bianca potrebbero profilare il reato di corruzione di pubblici ufficiali stranieri. In questo senso ha segnalato il caso al Ministero pubblico della Confederazione. Lei cosa ne pensa?
"Le critiche dei Verdi su questo episodio sono del tutto strumentali e sembrano mirare non a richiamare l’attenzione su questioni di legalità, bensì a indebolire il fronte svizzero-americano che ha negoziato con successo una riduzione significativa dei dazi. Questa segnalazione appare un tentativo politico di sabotare un’intesa con un partner fondamentale, per favorire l’Accordo di sottomissione all’UE, che invece rappresenta un vero rischio istituzionale per la Svizzera. Perché la ritengo una mossa mediatica? Ricordo che il Ministero pubblico della Confederazione è già obbligato, d’ufficio, a indagare fatti come questi, certamente a lui noti considerata anche la massiccia copertura di queste settimane.
Pertanto, con la loro mossa mediatica, i Verdi mettono implicitamente in dubbio la serietà dell’autorità giudiziaria elvetica stessa. Un dono di CHF 100’000 è peraltro irrisorio se rapportato al patrimonio di Trump: non corrompe un miliardario, bensì è un gesto diplomatico ora inopportunamente strumentalizzato politicamente in Svizzera. In questo momento, tra l’altro, non sappiamo nemmeno cosa verrà fatto dei doni a Trump, ossia se davvero li terrà lui o se resteranno di proprietà dello Stato".
Da sinistra, ma anche da una parte del PLR, si sollevano forti dubbi su questa commistione tra politica ed economia nella conduzione di una trattativa tra Stati. Lei che idea si è fatto?
"La collaborazione tra governo, imprese e diplomazia è una prassi consolidata e necessaria per tutelare gli interessi economici svizzeri. È perfettamente coerente con la nostra cultura di uno Stato al servizio dei cittadini e di chi fa impresa, nonché con un sistema repubblicano di milizia. Ci sono peraltro episodi storici molto noti di casi simili, come quando nel 1917 l’imprenditore Sulzer – di fatto il monopolista mondiale dei motori diesel installati sulle navi passeggeri, mercantili e da guerra transoceaniche – corse a Washington per negoziare forniture alimentari alla Svizzera, dopo i grossolani passi falsi dell’allora ambasciatore elvetico filotedesco a guerra in corso.
Criticare questa sinergia indebolisce la nostra posizione internazionale. I Verdi e i liberali che ora attaccano l’incontro con Trump sono gli stessi che spingono per l’Accordo di sottomissione all’UE, rinunciando alla sovranità del popolo svizzero e dei Cantoni. Tra l’altro alcune voci autorevoli, come quella del giornalista Markus Somm del «Nebelspalter», ritengono che in primavera gli Stati Uniti avessero offerto alla Svizzera dazi minimi allineati con quelli verso il Regno Unito (10%), e che i Dipartimenti di Beat Jans e Ignazio Cassis abbiano rallentato le trattative per non compromettere le negoziazioni allora ancora in corso sull’Accordo di sottomissione all’UE, in vista del pacchetto messo in consultazione il famoso “venerdì nero” del 13 giugno 2025.
È paradossale: i turbo-europeisti contestano un gesto simbolico – irrisorio rispetto al patrimonio miliardario di Trump – che ha abbassato i dazi dal 39% al 15%, beneficiando migliaia di posti di lavoro, mentre minimizzano il vero rischio istituzionale dell’Accordo di sottomissione all’UE. Queste uscite pubbliche rischiano inoltre di diventare un boomerang: se Trump le venisse a sapere, potrebbero far risalire i dazi, danneggiando l’economia svizzera per pura ideologia".
Il patron di Swatch Nick Hayek ha duramente criticato l’operazione dicendo che dal Paese di Guglielmo Tell siamo diventati un Paese di vassalli, e che quell’immagine alla Casa Bianca la pagheremo cara anche con l’Europa, che potrebbe pretendere dalla Svizzera lo stesso atteggiamento riservato agli USA. È un rischio che vede anche lei?
Rispetto la posizione di Hayek come imprenditore e apprezzo le sue uscite pubbliche eterodosse, ma non condivido l’immagine di “vassalli”. Si tratta di pragmatismo diplomatico: un dono simbolico, irrisorio rispetto al patrimonio miliardario di Trump, ha sbloccato dazi punitivi, tutelando l’economia svizzera. Diversamente dall’Accordo di sottomissione all’UE, che ci imporrebbe giudici stranieri e la ripresa dinamica – ossia automatica – della regolamentazione europea.
Pertanto, tornando agli aspetti prettamente politici, le critiche dei Verdi sono davvero fuorvianti e dannose, minando la reputazione svizzera proprio quando sono in corso le trattative con gli USA. Se è vero che queste azioni potrebbero ragionevolmente ledere gli interessi della piazza economica svizzera – rischiando ritorsioni da Trump – ci si dovrebbe chiedere chi stia davvero tradendo la nostra indipendenza:
chi difende l’economia e i posti di lavoro o chi fa moralismo ideologico per acquisire un po’ di visibilità e cercare di sostenere un dossier – l’Accordo di sottomissione – che in ogni caso terrà banco sui media ancora per almeno un anno e mezzo?"