La procuratrice generale del Vallese ha raccontato come sta vivendo queste settimane difficili. Mentre emerge un nuovo fronte polemico sulla sua presunta vicinanza con il sindaco di Crans

CRANS-MONTANA. «Sono la prima a sentire la pressione, mi pesa molto». Con queste parole Beatrice Pilloud ha descritto, in un’intervista concessa al Walliser Bote, il clima che accompagna da settimane l’inchiesta sulla tragedia di Crans-Montana. È uno dei rari interventi pubblici della procuratrice generale dall’inizio del procedimento, un racconto personale che mette al centro non tanto gli aspetti tecnici del dossier, quanto il peso umano e mediatico del suo ruolo.
Pilloud parla di attacchi costanti, di critiche talvolta difficili da comprendere, che arrivano persino a riguardare il suo abbigliamento o la sua acconciatura. Racconta di giornalisti appostati davanti a casa, di una pressione che coinvolge anche la sua famiglia e che, a suo dire, ha superato il limite del confronto legittimo. Nonostante questo, ribadisce la sua linea: il procedimento si conduce con rigore, in aula, non sui media. Comunicare di più, spiega, non è sempre possibile né opportuno quando la posta in gioco è così alta.
Nell’intervista, la procuratrice respinge l’idea di essere troppo vicina alle autorità politiche locali e insiste sulla necessità di proteggere il lavoro degli inquirenti da qualsiasi condizionamento esterno. La sua priorità, afferma, resta la gestione del caso insieme alla sua squadra, senza lasciarsi trascinare dalla pressione nazionale e internazionale che circonda l’inchiesta.
Il caso della confraternita
È in questo contesto già teso che si inserisce la vicenda della confraternita del vino. A sollevarla sono state inizialmente alcune rivelazioni di stampa, poi riprese da diversi giornali romandi e nazionali, secondo cui Beatrice Pilloud e il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, sarebbero entrambi membri della stessa associazione vinicola, l’Ordre de la Channe.
L’informazione, di per sé comune in un Cantone dove le confraternite del vino fanno parte della vita culturale e sociale, ha assunto immediatamente un significato diverso alla luce dell’inchiesta in corso. Féraud è una delle figure istituzionali potenzialmente toccate dal procedimento penale, mentre Pilloud ne è la massima responsabile sul piano giudiziario. Da qui, il sospetto — o quantomeno il dubbio — di un possibile conflitto di interessi, anche solo apparente.
Secondo quanto emerso finora, non esistono elementi che indichino un rapporto personale stretto tra i due. La confraternita conta circa 600 membri e gli eventi riuniscono in media un centinaio di persone. La stessa Pilloud ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’appartenenza del sindaco all’associazione e, una volta appreso il fatto, ha rinunciato a partecipare a un evento previsto. Anche Féraud ha annunciato che non prenderà parte agli incontri, precisando che tra lui e la procuratrice non esiste alcuna relazione particolare, né politica, né privata, né professionale, al di là di contatti istituzionali avuti nel tempo.
Le critiche degli avvocati delle vittime
Per gli avvocati che rappresentano alcune famiglie delle vittime, però, la questione non si esaurisce con queste precisazioni. A loro avviso, il problema non è tanto l’esistenza di una relazione personale dimostrata, quanto il contesto complessivo. Il fatto che un membro della Procura e un’autorità comunale potenzialmente coinvolta nel procedimento condividano l’appartenenza a un’associazione è già sufficiente, sul piano simbolico, a sollevare interrogativi sull’imparzialità dell’inchiesta.
Se tali legami dovessero rivelarsi più stretti di quanto descritto, sostengono, ciò metterebbe chiaramente in discussione la neutralità della Procura nello svolgimento del procedimento. È una posizione che insiste sul principio dell’apparenza di imparzialità, fondamentale in un caso così sensibile, dove la fiducia delle famiglie e dell’opinione pubblica è parte integrante del processo di giustizia.
La risposta della confraternita
Dal canto suo, l’Ordre de la Channe respinge con decisione ogni accusa di clientelismo o di rete d’influenza. Il presidente Patrick Bérod ha ricordato che la confraternita riunisce rappresentanti del mondo economico, culturale e sportivo, oltre a numerosi esponenti politici cantonali e federali, e che le sue attività sono esclusivamente dedicate alla promozione del vino vallesano, della gastronomia e dei prodotti locali.
Secondo Bérod, a differenza di altri club o associazioni, all’interno della confraternita non si discute di affari né di dossier politici o giudiziari. Anche un magistrato, sostiene, ha il diritto di partecipare alla vita associativa e di condividere un pasto o una degustazione. In un messaggio pubblicato sui social, l’associazione ha persino ironizzato sulle voci di clientelismo, ridicolizzando l’idea che una semplice appartenenza possa tradursi automaticamente in un’influenza indebita.
Un equilibrio fragile
Messe insieme, l’intervista della procuratrice e la vicenda della confraternita restituiscono l’immagine di un’inchiesta che si muove su un terreno estremamente delicato. Da un lato, una magistratura che rivendica il proprio lavoro nel rispetto delle regole e denuncia una pressione mediatica ritenuta eccessiva. Dall’altro, famiglie delle vittime e loro legali che chiedono garanzie assolute di imparzialità, anche sul piano simbolico, in un contesto dove ogni dettaglio viene amplificato.
In assenza di prove concrete di interferenze o favoritismi, il caso della confraternita resta sospeso tra normalità culturale e sensibilità istituzionale. È proprio questa zona grigia a renderlo così controverso: non per ciò che dimostra, ma per ciò che rischia di rappresentare in un procedimento che, più di altri, vive anche della fiducia di chi attende risposte.