Sébastien Fanti, avvocato di diverse famiglie delle vittime: "Immaginate cosa succederebbe se lasciassero la Svizzera..."

CRANS-MONTANA – Le prime decisioni procedurali della Procura vallesana sull’inchiesta per la tragedia della notte di Capodanno al bar Le Constellation continuano a suscitare critiche e interrogativi tra i legali delle vittime e diversi esperti di diritto penale. Al centro delle polemiche, la scelta di lasciare in libertà i due gerenti del locale, i coniugi Moretti, attualmente indagati.
“Per me è un rischio averli lasciati in libertà”, ha dichiarato alla RTS Sébastien Fanti, che assiste diverse famiglie delle vittime. “Immaginate cosa succederebbe se lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie”, ha aggiunto, evocando il timore di una fuga che comprometterebbe l’accertamento delle responsabilità.
A tali rilievi ha risposto la procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, confermando la linea adottata dal Ministero pubblico. “In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o di recidiva”, ha affermato, precisando tuttavia che “la situazione viene valutata costantemente”.
Dubbi sono stati sollevati anche sulle modalità con cui vengono condotte le audizioni. Romain Jordan, altro legale che rappresenta alcune vittime, si dice “scioccato” per l’esclusione degli avvocati dalle audizioni degli indagati. Pilloud ha replicato che tale scelta risponde “all’interesse della rapidità del procedimento” e alla necessità di evitare fughe di notizie, considerato il forte impatto mediatico del dossier.
Ancora più critico è Alain Macaluso, avvocato e direttore del Centro di diritto penale dell’Università di Losanna. Secondo il penalista, la conduzione dell’inchiesta “è contraria al codice di procedura penale” e rischia di compromettere la validità degli atti: “Molto probabilmente sono audizioni che dovranno essere completamente rifatte”.
Macaluso contesta anche la decisione di non procedere con un arresto provvisorio dei gerenti. A suo avviso, un fermo di 24-48 ore avrebbe permesso di “mettere in sicurezza gli elementi di prova e prevenire eventuali occultamenti”, accompagnato da perquisizioni nelle abitazioni e nei locali degli interessati, così come negli uffici comunali. La Procura, dal canto suo, ribadisce che non sussistevano i presupposti legali per misure coercitive di questo tipo.