CRONACA
Valanga nei Grigioni, "lentezza fatale dei soccorsi"
La madre della vittima accusa la Svizzera: "Ha la morte di mio figlio sulla coscienza"

NAPOLI – L’ultimo messaggio è un pugno nello stomaco: “Cerco di non morire”. Poi il silenzio. Il corpo del 25enne napoletano disperso da giovedì sulle montagne sopra Pontresina è stato ritrovato domenica verso mezzogiorno, sotto una valanga. La famiglia della vittima punta il dito contro i soccorsi avviati troppo tardi e, a loro dire, con sufficienza.

L’allarme era scattato giovedì poco prima delle 10, quando la Polizia cantonale dei Grigioni aveva ricevuto la segnalazione della scomparsa del giovane sciatore italiano. Le ricerche sono proseguite per giorni, fino al ritrovamento senza vita. Ex paracadutista dell’esercito, alpinista esperto e – assicurano i familiari – adeguatamente equipaggiato, “non era uno sprovveduto”.

Sul Corriere della Sera, la madre punta il dito contro le autorità elvetiche: “La Svizzera ha la morte di mio figlio sulla coscienza”. Secondo il suo racconto, l’amico che era con lui avrebbe allertato subito i soccorsi dopo il peggioramento del meteo. Ma la famiglia sostiene di essere stata informata soltanto tre giorni più tardi. “Ci hanno chiamato dicendo che era partito tre giorni prima e non era rientrato”.

C’è di più. Il fratello ventunenne sarebbe riuscito a localizzarlo quasi subito tramite il dispositivo GPS: il segnale risultava fermo da giovedì alle 17.45. Le coordinate sarebbero state trasmesse immediatamente alle autorità. Dopo una telefonata, la risposta ricevuta – secondo il racconto dei parenti – sarebbe stata gelida: “Preparatevi a un funerale”.

Immediata la partenza del fratello per la Svizzera. La madre aveva offerto una ricompensa di 50mila euro a chiunque, con droni o squadre di ricerca, fosse riuscito a raggiungere la posizione indicata dal GPS.

Il legale invita però alla cautela: “In caso di valanga la morte può sopraggiungere in pochi minuti. Temo che nemmeno un intervento immediato avrebbe potuto cambiare l’esito”. Parole che, però, non placano l’ira dei familiari, decisi e intenzionati ad avviare azioni legali per quelle che definiscono “lentezze fatali”.

Luciano Capasso lavorava in un hotel in Svizzera per mantenersi gli studi in giurisprudenza. Tra pochi giorni avrebbe dovuto discutere la tesi. “Il suo sogno – dice la madre – era aprire un suo studio legale per aiutare le persone a basso reddito. Era bello come il sole”.

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