Ecco il discorso che l'arcivescovo di Bologna ha pronunciato al funerale del grande cantautore

Una benedizione e una preghiera del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, hanno concluso le esequie private di Francesco Guccini, celebrate sabato nel giardino di casa sua a Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano. Il cardinale ha poi ricordato il grande cantautore in una sorta di omelia a lui dedicata, riprendendo alcuni versi del suo canzoniere. Ecco il testo integrale.
«Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo. Ma una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o non so dove, presenziare con il suo saluto.
Tocca a me. Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco. Non sappiamo con precisione – con una certa presunzione ci illudiamo di volere e, soprattutto, di capire tutto – che cosa vedi, quale sia la pienezza di quella luce che, in realtà, hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita.
Dicevi di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto i tuoi tantissimi amici – quanti ne avevi! –, che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza, ma anche presenza. Abbiamo letto tante riflessioni ed emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità.
Avviene sempre così con la poesia e con la musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti capaci di parlare all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore.
Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo dietro due sciocchezze quanto fossi commosso e, poi, in realtà, facendoci commuovere per il modo in cui ti raccontavi. Abbiamo capito anche quello che urlava dentro di te per uscire e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, senza arrivarci per contrarietà.
Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo. E tu non sopportavi i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti con il chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore; quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore; i manichei che gridano: o con noi o contro di noi.
Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. Servono giganti. E quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo, ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé.
Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza, ma anche radici di sapienza antica: eri “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”.
Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare. Parlavi e riparlavi del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che trova una spiegazione nei nostri legami d’amore, per cui è sempre vero, per tutti, che “io non sono quando non ci sei”. È la migliore definizione di Dio, perché Dio si comprende soltanto nell’amore.
Ti interrogavi su quale nuovo sapore avesse l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa: che l’oggi restasse senza domani o che il domani potesse tendere all’infinito? Non ti sei rassegnato a essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali.
Questa domanda, per Francesco e per tutti, è l’intuizione di una porta apertissima nel cuore: dev’esserci – lo sento – in terra o in cielo, un posto dove non soffriremo, dove tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre.
«E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto» (Vite).
In questi termini amavi parlare della tua vita. Ma non era retorica: era l’umiltà, il contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di credere di avere raggiunto ogni traguardo, ma si muove lungo le strade della vita come un pellegrino dall’andatura precaria.
Ci hai parlato dell’«eterno gocciolare del tempo», del «rintocco scaglioso dei momenti» (Vite), della «musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri» e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è «come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere» (Canzone per Anna).
Ti sei domandato – e tutti noi con te – «ma il tempo, il tempo chi me lo rende?» (Lettera), e anche come essere nel tempo: per esempio, quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare. Amarissima considerazione che, proprio in questi tempi, ha suscitato drammaticamente tante altre domande.
La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato: mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive. Ogni giorno,
«Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo. Ma una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o non so dove, presenziare con il suo saluto.
Tocca a me. Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco. Non sappiamo con precisione – con una certa presunzione ci illudiamo di volere e, soprattutto, di capire tutto – che cosa vedi, quale sia la pienezza di quella luce che, in realtà, hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita.
Dicevi di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto i tuoi tantissimi amici – quanti ne avevi! –, che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza, ma anche presenza. Abbiamo letto tante riflessioni ed emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità.
Avviene sempre così con la poesia e con la musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti capaci di parlare all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore.
Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo dietro due sciocchezze quanto fossi commosso e, poi, in realtà, facendoci commuovere per il modo in cui ti raccontavi. Abbiamo capito anche quello che urlava dentro di te per uscire e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, senza arrivarci per contrarietà.
Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo. E tu non sopportavi i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti con il chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore; quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore; i manichei che gridano: o con noi o contro di noi.
Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. Servono giganti. E quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo, ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé.
Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza, ma anche radici di sapienza antica: eri “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”.
Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare. Parlavi e riparlavi del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che trova una spiegazione nei nostri legami d’amore, per cui è sempre vero, per tutti, che “io non sono quando non ci sei”. È la migliore definizione di Dio, perché Dio si comprende soltanto nell’amore.
Ti interrogavi su quale nuovo sapore avesse l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa: che l’oggi restasse senza domani o che il domani potesse tendere all’infinito? Non ti sei rassegnato a essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali.
Questa domanda, per Francesco e per tutti, è l’intuizione di una porta apertissima nel cuore: dev’esserci – lo sento – in terra o in cielo, un posto dove non soffriremo, dove tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre.
«E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto» (Vite).
In questi termini amavi parlare della tua vita. Ma non era retorica: era l’umiltà, il contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di credere di avere raggiunto ogni traguardo, ma si muove lungo le strade della vita come un pellegrino dall’andatura precaria.
Ci hai parlato dell’«eterno gocciolare del tempo», del «rintocco scaglioso dei momenti» (Vite), della «musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri» e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è «come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere» (Canzone per Anna).
Ti sei domandato – e tutti noi con te – «ma il tempo, il tempo chi me lo rende?» (Lettera), e anche come essere nel tempo: per esempio, quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare. Amarissima considerazione che, proprio in questi tempi, ha suscitato drammaticamente tante altre domande.
La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato: mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive. Ogni giorno, dicevi, «son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male» (Canzone per Piero).
Ma non ti mancherà il controcanto ironico che ti è sempre appartenuto e che ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie. E sorriderai ricordando agli amici che ritroverai – e che ti faranno una gran festa – le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e, insieme, con garbo: «Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso
su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male». E che Dio «ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi» (Gli amici).
Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell: sono le voci che hai fatto tue, brusio e infinita eco di Dio. È la nostra realtà, sospesa nella notte che sta per finire: vegliare sempre, insistere, tornare a domandare, senza stancarci.
“Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah”.
Oggi incontri la risposta, che in realtà era già nella nostalgia, nella ricerca della luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il tuo modo di stare davanti alle cose senza barare, con integrità. Non hai mai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa propria la domanda dell’umano scopre sempre la presenza di Dio.
Traina, che so essere caro a Raffaella, agnostico, lasciò questa poesia postuma, che è anche una confessione di fede: “Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si è unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenza”.
“Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’è una risposta”, dicevi. “Starem a veddre”.
Mi aiutano queste parole: “Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta al caldo ed è probabilmente felice. Crede che quel breve spazio tiepido sia un universo, dove nulla gli manchi. Dell’universo che conosciamo noi, quale sospetto può avere? Nessuno. Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione con il bambino che ancora non è nato, quali nozioni potremmo dargli di ciò che sono un libro o una casa? Nemmeno la più piccola. Ci troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dell’aldilà, che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtà, anche noi ci troviamo dentro una cavità buia, dove ci parliamo
e non nasceremo che gridando, quando moriremo. Allora scopriremo un universo di una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astri”.
Ecco, la fede dà parole e certezza a quell’intuizione dell’amore e del cuore, tutt’altro che consolatorio palliativo, per cui “vogliamo ricordarti com’eri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che, come allora, sorridi”.
La risposta è Dio, che non soltanto è dentro di noi, ma anche fuori di noi: è un Tu, è l’amore senza il quale non siamo e che oggi, nel suo mistero, si rivela.
“Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo? In me ti rassomiglia ciò che vedo… Lasciamo creder dunque che sei qui. E quando verrà l’ora del timore, chiuderà questi miei occhi umani, aprimene, Signore, altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascere” (Eugenio Montale).»