Intervista all'ex presidente di AET: "Dal punto di vista tecnico costruire e mettere in esercizio una nuova centrale oggi richiede circa 6-7 anni. Ma i tempi li detta la politica. E allora..."

a cura della redazione de ilfederalista.ch
Se uno dei primi contraccolpi della guerra in Medioriente si è fatto sentire alla pompa di benzina, sembra che, per contrasto, sarà il nucleare a beneficiarne in Europa, Svizzera compresa. Il perché è presto detto.
La politica ha ceduto, giusto 15 anni fa, alla paura suscitata irrazionalmente dall’incidente di Fukushima (causato in realtà da un maremoto); oggi, la politica torna sui suoi passi e, di fronte al rischio che si ripeta lo shock petrolifero innescato dalla rivoluzione iraniana del 1979, riapre le porte al nucleare (a scopi civili), fonte di energia “affidabile, economica e a basse emissioni” che permette di evitare dipendenze da un mercato incostante.
Non siamo noi a dirlo. “L’Unione europea dipende completamente da importazioni fossili costose e volatili (…) e l’attuale crisi in Medioriente ci ricorda in modo crudo le vulnerabilità che questo comporta” ha detto ieri la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen intervenendo al vertice mondiale sull’energia nucleare in corso a Parigi. Abbandonarla, ha aggiunto, è stato “un errore strategico”.
Ripensamenti elvetici
A Berna il Consiglio degli Stati, a larga maggioranza (26 voti contro 12), ha sostenuto il controprogetto indiretto del Governo elvetico all'iniziativa popolare "Stop al blackout" (agosto 2022) che afferma il principio dell’“apertura tecnologica” a tutte le fonti di produzione elettrica.
L’iniziativa, che sarà sottoposta al voto popolare, propone invece di inserire nella Costituzione il principio di un approvvigionamento elettrico sicuro tramite tutte le tecnologie “rispettose del clima”. Secondo un sondaggio Tamedia di fine 2025, il 56% degli intervistati è favorevole alla costruzione di nuove centrali nucleari.
In Parlamento i sostenitori (senatori di PLR, UDC, Centro) del controprogetto governativo hanno sottolineato la difficoltà di garantire la sicurezza energetica senza nucleare, richiamando tra l’altro le dichiarazioni sopra citate della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (menzionata dall'ex presidente del PLR Thierry Burkart, grande fautore dell’atomo, e dal consigliere federale Albert Rösti).
I contrari (PS e Verdi) ricordano invece che l’uscita dall’atomo è stata decisa dal popolo e temono che il ritorno al nucleare possa distrarre dall'esecuzione della svolta energetica.
Il nucleare civile svizzero a fini commerciali, avviato negli anni 60 sotto l’impulso del consigliere federale socialista Willy Spühler, aveva registrato una brusca battuta d’arresto dopo l’incidente di Fukushima. Il Consiglio federale decise allora la sospensione dei progetti di nuove centrali, scelta confermata nel 2017 dal voto popolare sulla Strategia energetica 2050, che conteneva il veto alla costruzione di nuovi reattori, consentendo a quelli esistenti – 5 allora, 4 oggi – di restare in funzione finché ritenuti sicuri.
Di questo clamoroso ritorno in scena dell’atomo parliamo con un noto esperto del settore, Giovanni Leonardi, già direttore di una centrale atomica e in seguito di una delle grandi aziende nazionali di produzione e distribuzione energetica (Alpiq), nonché ex presidente di Azienda Elettrica Ticinese.
Ingegnere, lei non ha mai fatto mistero di preferire un futuro in cui l’energia nucleare affianchi altre fonti. Quando era alla guida della grande utility svizzera Alpiq aveva anche promosso l’idea di costruire nuovi reattori in Svizzera. Come accoglie la notizia di un possibile “liberi tutti” della politica – manca ancora il Consiglio nazionale – riguardo la progettazione di nuove centrali?
"La notizia non mi sorprende, sebbene arrivi molto prima di quanto mi sarei aspettato. Quando ero in Alpiq presentammo una domanda preliminare per la costruzione di una nuova centrale nucleare moderna, di III generazione (Goesgen II). Dopo l’incidente di Fukushima, però, il Consiglio federale spinto dall’ allora “ministra” dell’energia Doris Leuthard (la quale si consultò in proposito con Angela Merkel), decise l’abbandono graduale del nucleare impedendo la costruzione di nuovi impianti.
Penso che oggi il ritorno del nucleare sia una scelta di realpolitik, quindi una scelta logica. Insieme all’idroelettrico, è la tecnologia che ancora oggi meglio risponde al cosiddetto “trilemma energetico”: sostenibilità, economicità e sicurezza dell’approvvigionamento, garantendo produzione continua 24 ore su 24 e 12 mesi all’anno. E va sottolineato -e risottolineato- un punto importante: tutto questo senza distorsioni di mercato, come quello creato dagli incentivi alle rinnovabili (solo in Svizzera quasi 1.5 Mrd. CHF/anno)".
Anche in Europa il tono del dibattito è cambiato, e di molto. Da dove nasce questo ripensamento?
In Europa la situazione è simile alla nostra. Anche il continente europeo deve risolvere al meglio il „trilemma energetico“.. Infatti, sotto la spinta della Germania, si era deciso incentivare le nuove energie rinnovabili, uscendo sia dal nucleare che dal carbone, ma mantenendo le centrali a gas come tecnologia di riserva e regolazione.
Poi arrivò il conflitto in Ucraina e anche l’approvvigionamento di gas diventò improvvisamente problematico…
"Infatti, proprio per questo l’Europa si è trovata improvvisamente in grande difficoltà nel gestire il trilemma energetico; soprattutto nel garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. Le tensioni geopolitiche legate alle forniture di petrolio e gas, simili a quelle che stiamo vivendo ora con la crisi iraniana, hanno dato la spinta finale a questo ripensamento. Certo, è curioso vedere come oggi sia proprio Ursula von Der Leyen, che appartiene allo stesso gruppo politico di Angela Merkel e Doris Leuthard, a fare… testa-coda, con toni quasi entusiastici a favore dell’atomo".
La decisione della Camera dei Cantoni nasce a suo avviso da questo ripensamento generale a livello europeo (e globale) oppure vi sono motivi specifici che spingono la Svizzera a rivedere la propria politica energetica?
"E’ -lo ripeto- solo realpolitik. Le strategie energetiche attuali sono basate su grandi visioni sostenute da miliardi di incentivi… Ciò che manca è un piano di implementazione chiaro: quali risorse, quali tecnologie e soprattutto con quali tempistiche. Il tutto per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento al Paese “Europa” e -mi ripeto- a condizioni economiche accettabili e concorrenziali".
Nel nostro Paese l’elettricità è diventata piuttosto cara per i consumatori, nonostante il nostro mix produttivo sia ancora composto soprattutto da idroelettrico e nucleare. Come si spiega?
"È la conseguenza dei prezzi elevati sul mercato europeo all‘ingrosso, in particolare i prezzi del mercato spot -ovvero a breve termine- e dell’energia di regolazione, che garantisce la stabilità delle reti. È un segnale chiaro che la stabilità è diminuita, i rischi sono aumentati e, nel complesso, il sistema elettrico è sempre più “stressato”.
Il controprogetto del Consiglio federale però non si concentra specificamente sul nucleare, ma punta su una completa neutralità tecnologica. Sembra quindi lasciare aperta anche la porta alla costruzione di centrali di riserva, per esempio a gas naturale. Qual è il suo giudizio?
"Considerando le tempistiche necessarie per progettare e costruire una nuova centrale nucleare, tenendo conto in particolare dell’intero processo politico svizzero (iniziative, referendum, votazioni popolari, ecc.), si rischia di andare per le lunghe. Per questo, se nei prossimi anni dovessero essere dismesse le attuali grandi centrali nucleari, nel breve periodo l’unica soluzione di transizione resterebbe probabilmente quella delle centrali a gas. Va però ribadito che oggi l’approvvigionamento di gas in Europa non è più così scontato".
Una delle principali critiche che emergono, anche in Parlamento, riguarda i tempi: si dice che potrebbero volerci 15 anni prima di avere una nuova centrale nucleare funzionante.
"Dal punto di vista tecnico, progettare, costruire e mettere in esercizio una centrale nucleare oggi richiede circa 6-7 anni. Lo vediamo osservando quanto accade in altri Paesi. Se però a livello politico si introducono ostacoli e procedure sempre più cervellotiche, allora i tempi possono allungarsi indefinitamente e si arriva facilmente a parlare di 15 o 20 anni. Il problema, quindi, non è tecnico ma politico. Basta pensare al parco eolico del San Gottardo promosso da AET: tra la presentazione del progetto e la messa in esercizio sono passati 19 anni, mentre la costruzione vera e propria è durata solo pochi mesi. Per il nucleare svizzero non sarà diverso; a meno che succeda un… blackout".