Entrò nel Municipio di Lugano il 2 ottobre del 1978. Oggi lascia Palazzo civico. La carica del Viceré non si attagliava alla sua figura politica

di Marco Bazzi
LUGANO - Oggi, giovedì 3 ottobre 2013, si chiude la carriera politica di Giorgio Giudici. Una carriera iniziata il 2 ottobre del 1978, il giorno della sua entrata nel Municipio di Lugano. Come un campione giunto all’apice della sua carriera – e quando si è all’apice, e si ha nel sangue il sacro fuoco del combattimento, ci stanno anche le sconfitte – l’ex sindaco di Lugano si slaccerà le scarpe e le appenderà al chiodo.
Nel suo caso la metafora delle scarpe (di Bartali o di Maradona) ci sta quanto quella dei guantoni (di Tyson o di Monzon), o della spada.
Un Re che abdica è raro nella storia del potere e delle dinastie. E allora prendiamo un Re della letteratura, il Lear di Schakespeare, che depose lo scettro e disse: “Tu, tuono scotitore del mondo, disperdi tutto e tutti, insieme ai germi onde si genera, mostro d'ingratitudine, l'uomo”.
La figura di Giudici richiama personaggi omerici, piuttosto che re storici: Priamo, re di Troia, che resistette all’assedio e morì nella sua città in fiamme, Agamennone di Argo, che guidò gli achei alla guerra, Ulisse, Re di Itaca… Ognuno con la sua storia, ognuno amato e avversato dagli dei, amici e nemici.
In una delle ultime interviste, pochi giorni prima che si aprissero le urne per la “sfida finale”, l’11 aprile disse: “Più che un re, sono un guerriero”. La corona gliel'aveva messa per scherzo, molti anni fa, il vignettista Armando Boneff. E da allora, il sindaco divenne Re Giorgio.
Da cinque mesi Giudici non ha più la corona. Così hanno deciso gli elettori, perché qui non c’è la monarchia. Ma chi lo conosce sapeva benissimo che il ruolo del viceré gli sarebbe andato stretto. E così è stato.
Il viceré è una figura istituzionale di origine spagnola: esercitava il potere nelle colonie e nei protettorati, in nome del sovrano.
“Sono arroganti ed ignoranti, in passato sapevano al massimo fare la firma”, scriveva Federico De Roberto nel suo romanzo risorgimentale intitolato proprio "I Viceré". No, non è un ruolo che andava bene per Giorgio Giudici.
E c’è una frase del romanzo sotto la quale l’ex sindaco di Lugano metterebbe senza dubbio la firma: “Il Paese siamo io e voi, e l'usciere che sta in anticamera, e la signorina che ricopia lettere di là. Il Paese è tutti, il che vuol dire nessuno. E tanto valgono le nostre idee quanto quelle dei nostri avversari”.
Ha detto Giudici in una lunga intervista d’addio pubblicata oggi dalla Regione: “I partiti stanno perdendo progressivamente il ruolo di punto di riferimento, hanno perso la capacità di aggregare le persone attorno ai progetti. L’opinione pubblica si aggrappa a quella che pensa sia la soluzione migliore, la cui fattibilità è da verificare nella realtà”.
Con la sua uscita di scena dal palco della politica si chiude un lungo capitolo, un’epoca. Nel bene e nel male, con i suoi successi e i suoi errori, con le sue visioni e i suoi eccessi, è stato un grande re guerriero.
Gianni Rodari scrisse una brevissima storia dal titolo “Un re senza corona”. Racconta di una nota musicale che, sullo spartito, si trova, a un certo punto, senza quel segno che i musicisti chiamano “corona”.
“L'autore mi ha trascurato indegnamente – diceva la nota -. Darò le dimissioni -. Di fatti si dimise e se ne andò. Al suo posto, rimasto vuoto, il musicista dovette mettere il segno di pausa. Ora, quando suono quel pezzo sul mio violino, giunto in quel punto devo fare un attimo di silenzio in ricordo del re scontento".