POLITICA E POTERE
Gobbi agli ambasciatori riuniti al Festival: "Mentre vi godete la festa non dimenticate la realtà: a rischio la coesione nazionale"
Ecco l'intervento integrale che il presidente del Governo ha rivolto ai diplomatici svizzeri e non: "Il Ticino si sente la «zona sacrificale» della Svizzera; una parte di Paese che il Governo federale sembra aver scelto consapevolmente di abbandonare"

Signore e signori membri del corpo diplomatico

Signori Consiglieri di Stato,

Gentili ospiti, cari amici,

non credo di sbagliarmi se vi immagino come portatori di uno sguardo che supera i confini degli Stati nazionali, e abbraccia prospettive più ampie di quelle riservate a chi rimane in Patria, come la maggior parte di noi. La vostra funzione vi richiede di essere cittadini del mondo e interpreti dello spirito di comprensione e dialogo che deve animare le relazioni diplomatiche internazionali.

Questa ampiezza di vedute è certamente un privilegio, alimentato dalla vostra abilità nell’inserirvi e nel vivere in contesti spesso molto lontani dalle consuetudini della nostra Svizzera. Questa ampiezza di vedute, però, sarebbe un limite se non fosse sempre accompagnata anche dalla capacità di adattare rapidamente il vostro sguardo sulle cose che vi trovate di fronte.

Mentre visitate questo magnifico angolo della Svizzera – che molto spesso viene ricordato quasi esclusivamente per le ottime possibilità turistiche –, vi chiedo di tenere accesa e vigile la capacità di adattare il vostro sguardo. Sospendete per qualche istante le logiche internazionali che applicate nel vostro lavoro, e osservate il Ticino nella sua realtà specifica. Una delle maggiori ricchezze del nostro Paese è data dalla sua molteplicità, e dalla convivenza di sistemi sociali ed economici molto diversi fra loro. Mentre siete nostri ospiti, vi chiedo perciò l’attenzione e la curiosità per capire meglio quel che rende il nostro Cantone speciale, e diverso dal resto della Confederazione.

Anche durante giornate di festa come quelle del nostro amato Festival, il nostro ruolo non ci permette, infatti, di dimenticare la realtà. La bellezza naturale, esaltata dalla stagione estiva, non può mascherare il fatto che il Ticino nel quale siete stati accolti è una regione confrontata con molte difficoltà. Difficoltà che da anni erano ben visibili nei numeri, ma che sono state valutate a lungo – dagli analisti a Berna – come variazioni statisticamente poco significative rispetto alla situazione generale. La storia ha invece poi mostrato che quelle piccole variazioni – forse insignificanti per 25 Cantoni su 26 – hanno portato a risultati devastanti per un Cantone in particolare: il nostro.

Le difficoltà del Ticino sono quelle di un territorio che si sente la «zona sacrificale» della Confederazione; una parte di Paese che il Governo federale sembra aver scelto consapevolmente di abbandonare al proprio destino, mettendola nella condizione di pagare – da sola – il prezzo dell’interesse generale elvetico. «La Svizzera sta bene e si disinteressa di noi», pensano oggi molti dei miei concittadini.

Questa sensazione è diffusa e non si limita al risultato del voto del 9 febbraio 2014, che certamente conoscete. Quel 68% di cittadini che ha votato «sì» ai contingenti sull’immigrazione è solo la punta di un iceberg di malessere; un malessere che – se non dovesse essere riconosciuto e affrontato da parte dell’amministrazione e della politica federale – non potrà che crescere, fino a mettere a rischio la nostra stessa coesione nazionale.

Sono molti i segnali negativi che in questi mesi sono davanti agli occhi dei miei concittadini ticinesi, che cominciano davvero a chiedersi quale sia il posto del Ticino nella Svizzera del XXI secolo.

Cosa pensa il resto della Confederazione – al sicuro e al riparo, dietro la catena delle Alpi – della pressione quotidiana sulla nostra frontiera meridionale? I nostri concittadini confederati sanno che dal Ticino ormai passa la linea di tensione fra l’Europa continentale e i disperati che attraversano il Mediterraneo in cerca di una vita migliore? E se lo sanno, perché sembrano indifferenti?

E non c’è solo la politica estera.

Fra un anno e mezzo, con la messa in esercizio di AlpTransit, i tempi di percorrenza ridotti garantiranno l’intensificazione dei collegamenti con la Svizzera interna ed il Ticino si avvicinerà così al resto della Svizzera. Questo porterà con sé importanti sfide per il nostro Cantone, ma anche grandi opportunità per il rilancio della sua immagine e della sua economia. Il Ticino dovrà però riuscire a porsi come città policentrica, andando ad abbracciare la visione della “Città-Ticino” presente nel Piano Direttore cantonale. Ma ecco che dopo i passi avanti che saranno compiuti grazie ad AlpTransit, il Ticino potrebbe ritrovarsi, un’altra volta, geograficamente solo, a causa della chiusura del tunnel autostradale del San Gottardo. Con un atteggiamento più unico che raro nella storia della Svizzera moderna, una parte della politica federale sarebbe, infatti, pronta a accettare l’idea che un Cantone venga separato dal resto della Confederazione per quasi tre anni – e pazienza per le conseguenze economiche di questo isolamento.

E la cosa più grave la scopriamo se grattiamo via la patina di ecologismo con la quale viene verniciata questa scelta; a nord e a ovest delle Alpi, non sono pochi coloro che sognano di ottenere benefici concreti dalla scelta di «scollegare» il Ticino. «Non spendiamo al San Gottardo», si dicono queste persone, «perché quei soldi Berna li potrebbe spendere nel mio Cantone!».

Non c’è bisogno che vi spieghi cosa significherebbe se questo schema di pensiero scellerato attecchisse nel nostro Paese. Queste dinamiche sono certamente chiare a uomini di cultura diplomatica quali voi siete, così come chiari sono i pericoli che nascondono.

Se non riusciremo a ritrovare la capacità di considerare le caratteristiche uniche dei diversi contesti dei quali si compone il nostro Paese, allora a prevalere saranno gli egoismi e la ragione dei più forti, dei più ricchi o semplicemente dei più numerosi. L’esito finale sarebbe un «tutti contro tutti» nel Paese che giustamente si considera la culla della democrazia in Europa; e la Storia degli ultimi due decenni ci ha mostrato, a poca distanza dal nostro confine orientale, quali scenari di orrore possano scatenarsi quando in uno Stato vengono meno la solidarietà e la fratellanza.

Ecco quindi che concludo con la mia richiesta per voi, signori ambasciatori. Il Ticino vi chiede che, quando sarete chiamati a tradurre in pratica le linee guida della politica estera elvetica, vi ricordiate che le decisioni sulle quali influite hanno un impatto non solo sul sistema-Svizzera nel suo complesso, ma anche sulle sue componenti più piccole, come i Cantoni e i Comuni. Non dimenticatevi della dimensione locale quando svolgete le vostre riflessioni globali. Sapremo che non vi siete dimenticati di noi, e ve ne saremo grati.

Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato

 

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