Beatrice Fasana, direttrice d’azienda e membro del consiglio dei Politecnici federali svizzeri: “In contrapposizione agli urlatori occupanti di cadreghini, c’è chi fa impresa e costruisce la ricchezza di questo Cantone. E i frontalieri sono una risorsa"

LUGANO – Continua a tenere banco lo studio dell’IRE e soprattutto la bagarre di reazioni e controreazioni scatenatasi attorno alle sue conclusioni. A prender posizione, in un commento su Opinione Liberale, è ora Beatrice Fasana, direttrice d’azienda e membro del consiglio dei Politecnici federali svizzeri.
E la verve, polemica, del suo intervento è chiara fin dalle prime righe. Ricordando e affiancandosi alle parole del presidente dell’USI Piero Martinoli e allo “sfogo” dell’ex presidente della camera di commercio ticinese Franco Ambrosetti, Fasana scrive: “Sono assolutamente sempre più dell’opinione che i modi e i toni utilizzati nell’iraconda reazione di esponenti di spicco della politica “champagne” di questo Cantone siano da totalitarismo non scevro di contenuti del lontano Fascio ma dai metodi piuttosto della STASI o dell’Oscurantismo”.
Un insorgere tale, aggiunge, “che si potrebbe anche dubitare della capacità di questi signori di leggere un rapporto scientifico”. Se, infatti, prosegue, il dissenso di certa sensibilità politica è comprensibile, “la richiesta di chiusura di un istituto accademico c’entra come i cavoli a merenda”.
Fasana porta quindi la sua esperienza a direzione di un’azienda, la Sandro Vanini SA, “che occupa da sempre quasi il 90% di manodopera frontaliera”. La ricerca del personale è dettata “unicamente da criteri di competenza”, aggiunge sottolineando di rispecchiarsi in questo completamente nello studio IRE. Fasana conferma, infatti, la difficoltà, soprattutto a livello di quadri, di reclutare specialisti qualificati svizzeri. “Il mercato è davvero “a secco” in taluni settori, sempre più numerosi secondo lo studio, di forza lavoro specialistica svizzera. E quindi ecco la necessità di aprire il ventaglio di candidature che fortunatamente (per noi) o purtroppo (per i politici insorti)ci “piovono” dal cielo dai paesi limitrofi”.
Fasana torna quindi alla politica e imbraccia il fucile. “La miopia dei signori che hanno firmato l’interrogazione e chiesto a gran voce la chiusura dell’IRE è tale che c’è da chiedersi davvero in che Cantone questi signori vivano o credano di vivere. Un Cantone che nonostante l’avvento ormai ventennale di “urlatori” paladini della chiusura, dell’erezione di muri alle frontiere e della lotta ai frontalieri si ritrova – come dice lo studio – a segnare un raddoppio da 2002 degli stessi”. “E la disoccupazione?” incalza. “Ah già, si situa poco al di sopra di quella Svizzera che è una mosca bianca in Europa per suo basso livello… ma guarda un po’”.
“In contrapposizione agli urlatori occupanti di cadreghini c’è chi fa impresa e costruisce la ricchezza di questo Cantone. Gli imprenditori ticinesi – aggiunge –, io per prima, senza la risorsa del frontalierato avrebbero enormi difficoltà a fare impresa. Ma quindi a che serve urlare così tanto? Ah già, a vincere le elezioni”.
Fasana conclude quindi con un appello: “Ai politici chiedo di restare tali e di voler continuare a fare il loro mestiere, quello cioè di legiferare per il bene del Paese e di voler lasciare ad altri il proprio, cioè quello di analisti e ricercatori anche se non in sintonia con le loro idee. E chiedo loro un esercizio davvero difficile, lo so, quello dell’umiltà e del riconoscimento dei propri limiti e della competenza altrui, soprattutto se si tratta di un istituto accademico”.