POLITICA E POTERE
Suicidio assistito negli ospedali e nelle case per anziani. Non trasformiamo il dibattito nella solita, ottocentesca e un po' noiosetta baruffa tra credenti e no
L'ANALISI - La polemica, i retaggi e i pregiudizi degli uni verso gli altri, strozzano e spengono il respiro profondo e la viva curiosità, che argomenti di questa portata necessitano per essere realmente approfonditi e discussi

di Andrea Leoni

La questione sta scaldando gli animi. Accade spesso, sempre, quasi inevitabilmente, quando la politica si china su temi etici. È il bello e il brutto di questi dibattiti. Bello perché le persone partecipano con grande trasporto umano a riflessioni fondamentali: la fine della vita, ad esempio, come nel che andiamo a trattare. Discussioni che non rientrano nella comune agenda parlamentare. Brutto, invece, perché la polemica, i retaggi e i pregiudizi degli uni verso gli altri, strozzano e spengono il respiro profondo e la viva curiosità, che argomenti di questa portata necessitano per essere realmente approfonditi, compresi e dibattuti nelle loro variegate sfumature. 

I fatti, in soldoni. Per mezzo di un'iniziativa parlamentare Michela Delcò Petralli ha chiesto di pemettere ai malati degli ospedali pubblici e agli ospiti delle case per anziani di poter ricorrere al suicidio assistito. Questo, ha spiegato la coordinatrice dei Verdi, "per non essere obbligati, come avviene attualmente, ad uscire dalla struttura per poter accedere a questo diritto". 

"Molti degenti già gravemente ammalati – ha aggiunto Delcò Petralli - non hanno più una casa in cui tornare e devono quindi affittare un'anonima stanza d'albergo". Una situazione, secondo la deputata, "umiliante e degradante". 

La Commissione speciale sanitaria, all'unanimità, ha risposto picche alla Gran Consigliera ecologista. Le conclusioni del rapporto firmato da Simone Ghisla (PPD) e Sergio Morisoli (Arealiberale), si poggiano su questi argomenti: “Sul piano etico non sussiste un dovere di assecondare una persona, pur gravemente sofferente, nella sua decisione di porre fine alla propria vita. Tanto più che non esiste un diritto morale al suicidio, perché la vita non è un bene di cui disporre in modo incondizionato, nemmeno in situazioni estreme. In questo senso il principio fondamentale dell’autonomia della persona non è un principio assoluto e privo di limiti. Per contro esiste il dovere morale del rispetto assoluto della vita”. 

Non solo. Secondo la Commissione sanitaria la proposta di Delcò Petralli stravolgerebbe il senso stesso di una struttura ospedaliera. Ci sarebbero ricadute sul personale medico ed infermieristico (“chi sarebbe chiamato a realizzare il suicidio assistito?”, si chiedono gli estensori del rapporto). Si correrebbe infine il rischio di "emulazione" e della “normalizzazione” dell'atto estremo.

La deputata dei Verdi ha rilevato, a causa della fede dei due relatori, con "l'aggravante" di Comunione e Liberazione per Morisoli, uno stampo cattolico sul rapporto che sancisce la decisione commissionale. E si è chiesta dove fossero i rappresentanti di PLR e PS. In effetti a decidere questa posizione non è stato un Sinodo ma un gremio di deputati di tutte le aree politiche. All'unanimità. 

Occorre essere chiari: qui non si sta discutendo del diritto o meno al suicidio assistito, che in Svizzera è dato, e ci mancherebbe altro, secondo chi scrive. Ma del fatto che questo diritto possa essere esercitato all'interno degli ospedali e delle case per anziani. 

Il passo può sembrare piccolo ma non lo è. Perché un conto è garantire una possibilità, quella di porre fine alla propria vita, altra cosa è tramutare questa opzione in un servizio da garantire obbligatoriamente (per legge) all'interno di una struttura di cura e accoglienza. 

Anche per chi sostiene il diritto alla "dolce morte" e non è cattolico – siamo fra questi – è impossibile non avere dei dubbi (dubbi per dio!) se si china il pensiero con respiro profondo e viva curiosità nella faccenda. Riassumiamo in domande.  Esiste, ad esempio, il pericolo che l'istituzionalizzazione del suicidio assistito nelle strutture sanitarie porti negli anni a una sorta di pigrizia per quanto riguarda lo sviluppo e il finanziamento delle cure palliative? Vale a dire che un'uscita dignitosa e legittima venga trasformata – magari per una questioni di costi – in una scorciatoia verso cui indirizzare la massa? È giusto obbligare il personale medico e infermieristico a prestare questo servizio? Qual è il reale bisogno di questa legge rispetto alla casistica? Gli ospedali e le case per anziani hanno sin qui dimostrato lacune nella gestione di questa specifica problematica? Qualcuno se ne è lamentato? Serve una legge o il rapporto medico-paziente, le commissioni etiche delle varie strutture, il buon senso, sono sufficienti per affrontare e risolvere il problema caso per caso? Il diritto sacrosanto della persona del caso limite, l'esempio del paziente costretto a morire in albergo proposto da Delcò Petralli, è abbastanza per creare una giurisprudenza?  È giusto, infine, che lo Stato conceda un suo spazio all'interno di un ospedale per chi desidera suicidarsi?

Francamente, e ve lo diciamo senza imbarazzi, noi una risposta a tutte queste domande non l'abbiamo. Ma ci piacerebbe, quando ci sarà il dibattito in Gran Consiglio, e prima ancora altrove – al bar, sui giornali o sui social - ascoltare le riflessioni di favorevoli e contrari su questi punti. Siamo pronti ad ascoltare, a discutere e a farci convincere. Senza che tutto si riduca alla solita, ottocentesca e un po' noiosetta baruffa tra credenti e no. Non sprechiamo l'occasione.   

AELLE

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