"Sul blocco dei ristorni mi auguro che questa volta il Governo abbia una strategia, che nel 2011 mancava totalmente"

Manuele Bertoli, lei era in Consiglio di Stato quando nel 2011 furono bloccati parzialmente i ristorni, con il suo voto contrario. Oggi il tema sembra riproporsi con forza, con il Governo ticinese che sembra pronto a una decurtazione del contributo. Cosa ne pensa? Il tutto avviene in un momento di alta tensione tra Italia e Svizzera a causa della tragedia di Crans-Montana. A questo proposito: come giudica le dure parole di Beat Jans contro Roma?
"Le parole di Beat Jans sono corrette, hanno reiterato quello che aveva già detto Guy Parmelin qualche tempo fa, aggiungendo l’insostenibilità del ritiro dell’ambasciatore, che è manifesta. Quanto al blocco dei ristorni, mi auguro che questa volta il Governo abbia una strategia, che nel 2011 mancava totalmente, tant’è che allora la maggioranza decise di bloccare i ristorni per un motivo per poi sbloccarli adducendone uno totalmente diverso. Avere una strategia significa sapere già in anticipo cosa fare e dire se Berna non approva e se l’Italia dovesse rincarare la dose, come si fa a scacchi quando si fa una mossa e al contempo già ci si prefigura le prossime. Confido che il Consiglio di Stato abbia fatto questo ragionamento, che ovviamente deve restare nella stanza del Governo".
Ora come allora il Governo sottolinea una difficoltà nel dialogo con Berna, denunciando il fatto che la Confederazione per mantenere buoni rapporti con l'Italia sacrifichi il Ticino. Un altro elemento di scontro è legato alla perequazione, un dossier di cui anche lei si è occupato a lungo quando era Consigliere di Stato. Siamo dei Calimero o abbiamo ragione a protestare ed eventualmente a mettere in atto degli strappi istituzionali?
"Abbiamo certamente delle ragioni da far valere su tutte e due i temi, ma poi decidere cosa davvero mettere in atto per sorreggere le nostre istanze, compresi gli eventuali strappi, è altra cosa. In politica non basta avere ragione, bisogna trovare il modo di arrivare al risultato. E qui si torna alla questione delle strategie.
Sulla compensazione intercantonale è fuor di dubbio che alla fine non si scappa dal cercare una maggioranza a nostro sostegno negli altri Cantoni, perché più soldi al Ticino significa sempre meno soldi ad altri. Nel confronto diretto con Berna sulle relazioni Svizzera-Italia l’unica via d’uscita ragionevole è invece una qualche forma di compensazione tra Confederazione e Cantone, che però deve essere politicamente e finanziariamente sostenibile per lo Stato federale.
Si ha la sensazione che questo cambio di tono da parte del Consiglio di Stato su perequazione e frontalieri possa essere in qualche modo legato all'urgenza di reperire fondi per finanziare le iniziative sulle casse malati approvate dal popolo. È una tesi che si sente di condividere?
No. I maggiori introiti reclamati in ambito di compensazione intercantonale sono una rivendicazione da molti anni, da ben prima delle due iniziative approvate, mentre la questione della “tassa sulla salute” in ogni caso finanziariamente non porterà nulla, perché anche se si bloccheranno i ristorni, prima o poi essi andranno restituiti.
Politicamente è comunque curiosa la difesa dei frontalieri contro lo Stato italiano, almeno da parte del centro-destra, perché la “tassa sulla salute” ha come effetto di disincentivare il lavoro dei “vecchi” frontalieri, proprio quelli che avevano un vantaggio anche fiscale a venire in Svizzera a lavorare prima che il nuovo accordo italo-svizzero sopprimesse questo privilegio, purtroppo solo per quelli “nuovi”. Il paradosso è che l’Italia sovranista vuole in qualche modo tenere a casa propria i suoi lavoratori, cosa che dovrebbe farci contenti, mentre chi in Ticino ha sempre demonizzato i frontalieri invece di prendersela con i datori di lavoro e con le loro paghe da fame, ora prende le loro parti. E’ proprio vero che le sorprese in politica non mancano mai".