POLITICA E POTERE
Donne contro Più Donne. Ma non solo... La lettera aperta di 7 deputate
Le granconsigliere criticano gli attacchi rivolti a Marina Carobbio durante il dibattito sul caso Zali: “Addossare a una donna l’onere di riconoscere gli abusi commessi da un uomo significa spostare la responsabilità nella direzione sbagliata”

BELLINZONA - La seduta del Gran Consiglio di mercoledì 16 settembre, dedicata alle numerose interpellanze sul caso Claudio Zali, è stata caratterizzata da momenti di forte tensione, in particolare durante gli interventi rivolti alla presidente del Consiglio di Stato Marina Carobbio Guscetti.

A distanza di alcuni giorni, la polemica torna ad accendersi con una lettera pubblicata oggi dal Corriere del Ticino e firmata dalle deputate Giulia Petralli, Lisa Boscolo, Tessa Prati, Cristina Maderni, Alessandra Gianella, Natalia Ferrara e Simona Buri. Il titolo scelto è già una dichiarazione d’intenti: “Rispetto per le donne: cominciamo da noi”.

Le sette granconsigliere denunciano i toni, definiti “profondamente problematici e violenti”, utilizzati durante il dibattito nei confronti di Marina Carobbio e anche della presidente del Gran Consiglio Daria Lepori. E osservano che non si tratta della prima occasione in cui si manifesta un particolare accanimento verso donne che ricoprono ruoli istituzionali.

Il passaggio centrale della lettera riguarda le domande rivolte in aula a Carobbio dalla deputata di Più Donne Maura Mossi Nembrini. Quest’ultima aveva chiesto come fosse possibile che la presidente del Governo, pur lavorando a stretto contatto con Zali e avendo dedicato una parte importante della propria attività politica alla lotta contro la violenza di genere, non avesse mai colto atteggiamenti, frasi o modi di parlare delle donne capaci di accendere una spia d’allarme.

Secondo le firmatarie, interrogarsi sulle responsabilità delle istituzioni è legittimo e necessario. Diventa però inaccettabile attribuire a una donna l’onere di riconoscere eventuali comportamenti abusivi di un uomo. In questo modo, scrivono, si finisce per spostare il peso della responsabilità nella direzione sbagliata e per chiamare Carobbio a rispondere di una presunta incapacità di interpretare comportamenti che non erano i suoi.

Le deputate avvicinano questa impostazione alla cultura della colpevolizzazione della vittima: la stessa logica con cui una donna che subisce violenza viene giudicata per come era vestita, per quanto aveva bevuto o per un comportamento interpretato come provocatorio. Una dinamica ritenuta ancora più grave perché applicata a una consigliera di Stato impegnata da anni sui temi dei diritti, della parità e della violenza di genere.

“La violenza non si previene chiedendo alle donne di diventare sentinelle permanenti degli uomini”, sottolineano le firmatarie. Non si può affidare alle donne il compito di decifrare ogni frase e ogni gesto maschile per impedire ciò che potrebbe accadere. Occorre invece costruire una cultura della responsabilità, nella quale chi assume comportamenti abusivi risponda delle proprie azioni e le istituzioni dispongano di strumenti adeguati per prevenire, segnalare e affrontare gli abusi.

La lettera non nega la necessità di verificare che cosa le istituzioni sapessero, quali segnali siano eventualmente stati ignorati e quali meccanismi debbano essere corretti. Ma queste domande, sostengono le sette deputate, non possono trasformarsi in insinuazioni personali o in un processo pubblico contro una donna per ciò che non avrebbe saputo vedere.

Il richiamo conclusivo riguarda il linguaggio utilizzato in Parlamento. La critica politica, osservano le firmatarie, deve essere distinta dalla violenza verbale, così come la responsabilità istituzionale non può diventare colpevolizzazione personale. Una donna non può essere considerata responsabile di non avere interpretato o previsto i comportamenti abusivi di un uomo: “La responsabilità deve tornare a chi appartiene”.

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