Il caso di un medico ticinese che ha prescritto una lavapiatti a un'asilante affetta da dolori cronici. L'Ordine: "Era solo un suggerimento, ma andava comunicato in modo diverso"

BELLINZONA – È una ricetta bizzarra, talmente bizzarra da essere finita di fronte alla Commissione deontologica dell’Ordine dei medici. Una ricetta di un paio di righe, senza alcuna motivazione dettagliata, in cui il dottore prescrive a una paziente non un farmaco ma una lavastoviglie!
La signora soffre di dolori diffusi all’apparato locomotore, per cui “necessita di una lavastoviglie”: è la raccomandazione che figura sulla ricetta firmata nel novembre scorso da un medico ticinese.
La signora in questione è una asilante di 42 anni collocata in un appartamento sprovvisto di lavatrice per i piatti. È pacifico che la cassa malati non avrebbe mai pagato questa “prestazione”, in quanto la lavastoviglie non rientra nei “mezzi ausiliari” finanziari dalle assicurazioni. Perciò, la lavastoviglie avrebbe dovuto essere pagata dall’Ufficio sostegno sociale del Cantone. Ma il Cantone non ha dato seguito alla ricetta e ha segnalato il caso all’Ordine dei medici. Il presidente, Franco Denti, ha dirottato il caso alla Commissione deontologica che ha espresso il suo parere un paio di settimane fa.
Nella sua presa di posizione, sollecitato dalla Commissione dell’Ordine, il medico ha spiegato che la donna soffre da oltre 15 anni di dolori invalidanti, certificati anche dal suo precedente medico di famiglia, “dolori cronici di gestione quasi impossibile”. Mi cospargo il capo di cenere, scrive il dottore, “se ho avuto la supponenza di poter alleviare il lavoro quotidiano di questa paziente casalinga molto sofferente, proponendo come mezzo ausiliario una lavastoviglie, ottenibile già a partire da 463 franchi”.
Dopo aver rilevato il tono polemico del medico in questione, la Commissione deontologica dell’Ordine ha precisato che quella “ricetta” non è un certificato medico e nemmeno una vera e propria prescrizione come quelle di medicamenti o sedute di fisioterapia, a cui va dato seguito in modo incondizionato: “Si tratta piuttosto di un invito/suggerimento/consiglio proveniente dal medico curante, affinché nel quadro di prestazioni a sostegno della paziente, chi ne ha la competenza o la possibilità valuti positivamente la richiesta della stessa paziente, a supporto di una patologia”.
La prescrizione è del resto trasparente, annota la Commissione, anche se troppo diretta. L’Ordine ritiene in conclusione che il medico non abbia violato il Codice deontologico, “non abbia travalicato la sua competenza, né abusato della sua autorità”, in quanto ha formulato un suggerimento basato su motivi sanitari”.
Però, aggiunge la Commissione etica, avrebbe dovuto usare una modalità di comunicazione diversa da quella che appare, di fatto, una ricetta: meglio sarebbe stato motivare la raccomandazione o spiegarla telefonicamente a chi avrebbe poi dovuto occuparsene. In questo caso l’Ufficio del sostegno sociale.
Marco Bazzi