ANALISI
Marco Bazzi: "La propaganda è finita: il tramonto della Lugano da bere, soffocata da un miliardo di debiti"
L'ANALISI - Giovedì prossimo il Municipio presenta il piano finanziario. Cifre da lacrime e sangue: gettito delle banche crollato in pochi anni da 55 a 13 milioni. La Città paga la politica della "grandeur"

di Marco Bazzi

I dati sono impietosi. E bastano due cifre per capire quanto la situazione a Lugano sia grave: 907 milioni di debito pubblico; gettito fiscale delle banche precipitato dai 55 milioni del 2007 ai 13 del 2011.

Commentando l’arresto dei due funzionari corrotti del Dicastero servizi urbani, giovedì scorso il sindaco di Lugano, Marco Borradori, ha detto che questo caso causa un grave danno di immagine alla Città.
Ma il danno con cui Lugano deve fare i conti è soprattutto finanziario, non a causa delle “creste” dei funzionari e di chi li ha “oliati” per ottenere lavori pubblici. Bensì di una politica di “grandeur” perseguita per anni e che oggi non si può non giudicare sciagurata.

Di questa politica sono ovviamente responsabili le personalità e i partiti che hanno governato Lugano. Non solo in Municipio ma anche in Consiglio comunale.

Anche chi non ha avuto il coraggio e la forza di opporsi dovrebbe fare mea culpa. Perché dall’Amministrazione, i segnali d’allarme erano arrivati eccome, e non solo il Municipio ne era informato.

Giovedì prossimo l’Esecutivo presenterà il preventivo e il piano finanziario, e allora sapremo con maggiore esattezza quanto è grave la situazione e quante lacrime e sangue bisognerà spremere e versare per rimettere in rotta la nave.

È chiaro che a questo punto non basteranno la chiusura dei gabinetti pubblici o il licenziamento di chi per anni ha beneficiato di “programmi occupazionali” come misure di risparmio. È chiaro che l’aliquota di imposta dovrà essere alzata e bisognerà far piazza pulita di tutti i proclami propagandistici che negli ultimi dieci anni hanno inquinato e occultato la realtà.

L’onda lunga della contrazione dei gettiti fiscali (in particolare di quelli delle banche) ha lambito le rive del Ceresio come un’onda nera e ha inesorabilmente ricoperto (è una metafora) le fertili pianure che avevano fatto di Lugano una città dorata, una sorta di Roma Imperiale.

Qualche mese fa, dopo che si è insediato il nuovo Municipio, Lugano si è risvegliata dal sogno di Grande Potenza che aveva cullato per anni. Si è scoperto che in cassa non c’erano più soldi e che, senza misure drastiche di contenimento della spesa e di aumento delle entrate, il debito pubblico varcherà presto la soglia (non solo psicologica) del miliardo di franchi! Così, la realtà ha preso la forma dell’incubo.

Sono lontani, eppure sembra ieri, i tempi delle “parate militari” (anche questa è una metafora), quando Lugano mostrava i muscoli e metteva in campo cannoni e carri armati. Ricordate i proclami sul Semicantone? Sul Principato di Lugano, tutto casinò, banche e bordelli? Le casse erano piene, i soldi piovevano dal cielo come manna, affluivano a palate come il limo del Nilo che rendeva fertili le pianure dell’antico Egitto.

Ma poi le cose sono cambiate e nessuno ha preso contromisure politiche, cullandosi nell’illusione che i soldi sarebbero continuati ad arrivare sotto forma di “sopravvenienze fiscali” o di incassi straordinari di imposta (maxi multe, nuovi contribuenti benestanti, globalisti, eccetera).

Così, invece di reagire e di dire come stavano davvero le cose, si è perseverato fino all’ultimo giorno nel negare la realtà, asserragliati dietro le palizzate di legno di Forte Apache, convinti che sarebbe stato possibile resistere, che prima o poi “i nostri” sarebbero arrivati.

C’è stata la crisi, la piazza finanziaria ha dovuto cedere alle pressioni internazionali, ci sono stati gli scudi fiscali, i licenziamenti, il dumping, ci sono state fusioni e chiusure di istituti bancari. E poi, sempre più persone in assistenza, che costano e non pagano imposte, riduzione dei redditi e di conseguenza del gettito fiscale e dei consumi. In più, nei prossimi anni ci sarà da pagare il costo di gestione del LAC, un’opera faraonica che rischia di dissanguare ulteriormente le casse pubbliche.

Qui servirebbe l’aiuto di una seria analisi economica per capire esattamente come e quanto abbiano inciso questi elementi. Ma sicuramente tutto ha contribuito a rendere Lugano più povera. Perfino il tanto decantato Casinò, che distribuiva a piene mani “dividendi” sotto varie forme, ha smesso di deporre uova d’oro.

Poi sono iniziate ad arrivare le fatture della politica espansionistica dell’ultimo decennio, che ha portato Lugano a estendere il suo dominio su una vasta regione con la convinzione che la ricchezza del “Governo centrale” avrebbe sorretto anche le periferie. Venite con noi che pagherete meno imposte e meno tasse, era la promessa.

Anche qui, i dati sono incontrovertibili: dal 2008 a oggi il moltiplicatore di imposta è stato abbassato di 5 punti percentuali, e l’anno scorso è stato portato dal 72,5 al 70 per cento. È un po’ come se uno che non ha i soldi per pagare l’affitto si comprasse una Porsche.

Tutto questo, nonostante già nel 2004 il moltiplicatore aritmetico medio dei comuni aggregati fosse dell’87 per cento. Ora, prudenza avrebbe voluto che questo dato fosse considerato un campanello d’allarme. Se venti nuovi comuni portano in dote un moltiplicatore del genere, come si può pensare di “mantenerli” con un moltiplicatore più basso di 13 punti percentuali?

Ma fino all’aprile dell’anno scorso l’aumento del moltiplicatore e l’introduzione della tassa sulla raccolta dei rifiuti (e della tassa sul sacco) sono stati dei granitici tabù. Parole che a Lugano non si potevano nemmeno pronunciare. E il moltiplicatore al 70 è stato uno dei cavalli di battaglia dell’ultima campagna elettorale. Giù le imposte, tanto siamo ricchi!
È andata come sappiamo e di colpo c’è stato il risveglio. La Lugano da bere è svanita di colpo, come un bel sogno che per troppi anni la propaganda ha diffuso e coltivato tra la gente.

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