L'ANALISI - L'assemblea degli ecologisti ha prodotto divergenze politiche e personali inconciliabili. La mediazione tra chi sta con Savoia e chi lo contesta, produrrebbe solo un pasticcio incomprensibile per gli elettori. Meglio dirsi addio

di Andrea Leoni
BELLINZONA - Un congresso così non lo avevamo mai visto. E nella vita ci è capitato di seguirne più di uno. Neppure ai tempi del disfacimento del PLR, quando quel partito si era trasformato in una guerra tra ali, si era mai prodotta una riunione pubblica in cui membri dello stesso gruppo politico si attaccavano come è accaduto sabato all'assemblea dei Verdi. È stato uno "spettacolo" quasi da non credere quello andato in scena nella sala della biblioteca cantonale di Bellinzona. Il risultato è che l'evidenza dei fatti ci dice che i Verdi oggi non sono più un partito. Forse sono due, ma uno no di sicuro. E di questo si deve prendere atto.
La strada maestra
Credere che vi sia spazio per mediare e ricucire gli strappi e le divergenze, politiche e personali, emerse così fragorosamente durante l'assemblea, è solo una pia illusione. E stamane nel faccia a faccia tra Sergio Savoia e Greta Gysin andato in onda sulla RSI a Modem, se ne avuta una riprova inequivocabile. Siccome crediamo nella serietà delle argomentazioni di chi sostiene Sergio Savoia e la sua linea politica e di chi vi si oppone, ebbene, tra queste due visioni non può esserci punto di incontro che produca un risultato credibile e forte da offrire all'elettorato. Per questo la strada maestra per i Verdi non può essere che quella della scissione.
Il progetto di Sergio Savoia
Il progetto politico con cui Sergio Savoia vuole trasformare il partito e portarlo alle elezioni, per essere efficace non può essere filtrato da mediazioni sostanziali. La ricetta del coordinatore è chiara: vuole un partito né di destra né di sinistra, o per meglio dire, di destra e di sinistra, con un'identità ecologica, ma capace di spaziare e di proporre su ogni tema, dal lavoro alla socialità, dalla sicurezza alla formazione. Nei Verdi di Savoia l'ecologia è uno dei valori fondamentali, dunque non negoziabili, ma non è l'unico. Non è quello che viene prima di tutti ma è accanto agli altri. E lo stesso vale per i temi e la loro priorità. L'ecologia secondo Savoia non è un vessillo da mostrare prima di ogni battaglia. È un dato di fatto e come tale esiste senza bisogno di sbandierarlo ogni tre per due. È come la vocazione a difesa al servizio pubblico del PS, per fare un paragone. Non c'è bisogno che Saverio Lurati la sottolinei o la rilanci in ogni intervento: l'elettore che vota socialista sa che il partito sarà sempre in prima linea su questo punto. Savoia ha inoltre dalla sua le vittoria elettorali: "Nessun presidente di partito, dopo aver vinto tutte le elezioni, riceverebbe mai il trattamento che ho riceuto io oggi", ha detto sabato ai suoi delegati. Aggiungendo: "L'unico modo per battere la Lega è convincere gli elettori a votare per noi. Non basta salire sul palco e dirsi anti leghisti".
La visione di chi si oppone a Savoia
Chi invece si oppone a Savoia, ed è stato ben spiegato negli interventi congressuali, chiede che l'ambiente non sia un tema ma il tema. E dunque l'ambito dove investire prioritariamente ogni energia. E le energie, si sa, specie in un partito piccolo, non sono infinite. Di più: si chiede che l'ecologia sia una sorta di sottolineatura ben visibile in ogni battaglia. Il punto di partenza e il punto di arrivo di ogni ragionamente. Un partito "ecologicocentrico". Una visione fortemente contrastata dal coordinatore e da chi lo sostiene: "Chi vuole occuparsi solo di ecologia può iscriversi a un'associazione come il WWF o Pro natura. Un partito deve occuparsi di tutto. I nostri avversari vorrebbero proprio che ci occupassimo solo di ecologia", ha detto il capogruppo in Gran Consiglio Francesco Maggi. Da un punto di vista politico c'è chi inoltre vorrebbe, ma qui la linea nell'opposizione non è unanime, un partito classicamente posizionato nella casa del centrosinistra. Se non in alleanza, in stretta collaborazione con il PS.
La leadership
Un altro punto altamente divisivo è quello legato alla leadership. Chi sostiene Savoia apprezza il suo stile da generale in prima linea che si batte con gli avversari senza esclusioni di colpi, con un linguaggio, talvolta sopra le righe, ma certamente efficace nella comprensione popolare, e con proposte tanto forti quanto provocatorie. Chi lo contrasta invece, lo accusa di populismo, di attacchi personali, di filoleghismo (anche lessicale), di spregiudicatezza, di essere un accentratore.
In effetti, da questo profilo, il parallelismo che spesso viene fatto con Giuliano Bignasca regge. Se ci sono enormi differenze nella storia personale e politica del Nano e quella di Savoia, è vero che anche al fondatore della Lega venivano rimproverati i toni e il fatto di essere un acentratore, o meglio, il lìder maximo, quello che comandava. La Lega è stata con enorme successo "bignascacentrica" come i Verdi sono "savoiacentrici", fino ad ora elettoralmente con successo. Il parallelo però, finisce qui: perché le critiche appena esposte Bignasca le riceveva dall'esterno, Savoia dall'interno. La Lega, al contrario dei Verdi, non ha mai conosciuto strutture come i comitati cantonali e i congressi. Bignasca non è mai stato eletto, ne ha dovuto mai farsi rieleggere, presidente. Lui lo era a vita e senza discussioni da parte degli altri aderenti al Movimento di via Monte Boglia. È una differenza sostanziale.
La sintesi impossibile e il rischio semolino
Trovare una sintesi tra le differenze politiche e di interpretazione della leadership appena elencate, è impossibile. Anche perché il risultato sarebbe un pasticcio annacquato e dal sapore incomprensibile per gli elettori. Una sorta di semolino "del vorrei ma non posso" e del "non mi piace ma lo devo digerire", almeno per ora. Intestardirsi nel proseguire insieme, magari siglando una sorta di tregua elettorale, sarebbe un suicidio. Il recente passato ci ha più volte dimostrato come questi armistizi, fondati sull'ipocrisia, sono destinati a sconfitta certa. Entrambe le linee politiche emerse sabato meritano di non essere mercanteggiate sull'altare delle trattative dell'unità di facciata ad ogni costo e del volemose bene. Quale elettore darebbe fiducia a un partito che ha una linea politica raffazzonata e che è pronto ad implodere da un momento all'altro?
Gysin tatticamente perfetta
Sergio Savoia, subito dopo la rielezione, ha ribadito con chiarezza di non essere intenzionato ad arretrare di un millimetro sulla sua linea politica e sul suo modo di interpretarla. Mentre l'opposizione gli ha subito chiesto di farlo, tenendo conto delle critiche emerse durante l'assemblea. Greta Gysin lo ha detto a chiare lettere anche questa mattina alla RSI: senza i cambiamenti da lei auspicati non è disponibile a ricandidarsi. A proposito di Gysin va evidenziato che la posizione con cui è uscita dall'assemblea è quella tatticamente perfetta. Senza candidarsi è diventata leader forte dell'opposizione, quella da cui bisognerà passare per ogni passaggio decisivo. E la sua opinione, o i suoi silenzi, dopo sabato, avranno una rilevanza politica enorme. Savoia questo tipo di antagonismo interno, semplicemente, non può permetterselo.
Opposizione allo sbaraglio
Il resto dell'opposizione invece ha fatto una figura da dilettanti allo sbaraglio. Alla legittima "caccia al coordinatore" non è seguita una candidatura da contrapporgli. Un nome su cui far convergere il dissenso e proporre un progetto politico alternativo. Hanno demolito e indebolito la figura del leader, senza tuttavia arrivare con il piano di ricostruzione e rilancio e con l'architetto chiamato a realizzarlo. In politica è una colpa grave. Primo perché dimostra che accanto al legittimo dissenso non ci sono idee e non c'è progetto. Facendo una battutaccia, riciclata da Giuliano Bignasca, si potrebbe dire che i Verdi sono cresciuti e non ci stanno più nella cabina del telefono, ma alcuni certamente non l'hanno persa la vocazione minoritaria alla cabina del telefono. Benché, nel frattempo, siano scomparse. Secondo perché lo scopo è poco nobile: non avendo qualcuno per battere l'avversario lo si delegittima in modo che perda e se ne vada da solo. Muoia Sansone e tutti i filistei. Rivolgersi al PLR per sapere poi come va a finire...
La palla a Savoia
Quanto a Savoia è inutile girarci intorno, all'interno del partito la sua posizione si è indebolita. Pur avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, una parte consistente del partito (35 su 82), non ha votato per lui. Di solito, questo genere di numeri, si verificano quando a sfidarsi sono due candidati. Se il candidato è uno solo, di regola, non si vota neppure. Il coordinatore, analizzando i numeri, ha parlato di truppe cammellate, ovvero di persone fatte iscrivere all'ultimo minuto dai suoi contestatori per votargli contro. Inoltre, ha aggiunto, qui dentro ci sono 80 persone che votano, fuori ce ne sono 8'000 che hanno votato per il partito sotto la mia guida. Queste obiezioni sono due ragioni in più per arrivare alla resa dei conti.
Detto questo, Sergio Savoia ha comunque ricevuto il mandato per guidare i Verdi i prossimi due anni. La maggioranza è dalla sua parte, che significa soprattutto sulla sua linea politica e sulla sua interpretazione della leadership. Tocca a lui ora, e a chi sta con lui, risolvere i grossi nodi che sono giunti al pettine. E deve farlo in fretta. Se non si arriverà a un chiarimento definitivo, che a nostro avviso passa inevitabilmente da una separazione, i Verdi, da forza con il vento in poppa, sono destinati alla sconfitta. E non è una possibilità ma una certezza.