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Ultimo aggiornamento: 14.10.2019 01:26
Analisi
20.03.2019 - 16:470
Aggiornamento : 25.03.2019 - 15:37

"Così Michael Jackson faceva sesso con noi quando eravamo bambini". Leaving Neverland: il potente e controverso atto d'accusa contro il Re del Pop

È andata in onda ieri sera la prima puntata (e stasera la seconda) del documentario shock che accusa apertamente di pedofilia la più grande popstar di tutti i tempi. La recensione

di Andrea Leoni

Dopo aver visto la prima parte del documentario Leaving Neverland - la seconda andrà in onda stasera, su Nove - si comprende perfettamente perché questo documentario abbia inferto un colpo mortale all’immagine di Michael Jackson.

Le accuse di pedofilia al Re del Pop non sono certo nuove - negli anni 2000 subì uno spettacolare processo, dal quale uscì assolto da tutti i capi d’imputazione - e anche dopo la morte, avvenuta nel giugno di 10 anni fa, le ombre infamanti non si sono mai diradate. Eppure fino a quest’opera di Dan Reed, presentata al Sundance Festival e poi diffusa in versione originale da HBO e Channel Four, il mito della più grande popstar di tutti i tempi è sempre riuscito a sopravvivere.


Ma questa volta no. La reazione del mercato è stata implacabile e coerente nelle sue varie declinazioni. Diverse radio e talent show hanno bandito le canzoni di Jacko dalle scalette musicali. Louis Vuitton ha ritirato dal mercato una linea d’abbigliamento che doveva celebrare il decimo anniversario della morte dell’artista. I creatori dei Simpson hanno cancellato un episodio della terza stagione, in cui Jackson figurava come personaggio e doppiatore. I tributi che erano stati immaginati per il giugno di quest’anno, resteranno pensieri non realizzati.

La potenza dirompente del racconto di Leaving Neverland sta nella scelta dell’autore, assai rischiosa e discutibile, di concedere la telecamera solo alle due presunte vittime degli abusi,  Wade Robson e James Safechuck, e alle rispettive famiglie, le madri in particolare. Un vero e proprio atto d’accusa unilaterale e post mortem. Non c’è - almeno non nella prima puntata - un narratore "indipendente" che mette in fila i fatti, non c’è contraddittorio tra colpevolisti e innocentisti, non ci sono documenti e neppure una contestualizzazione storica-processuale. C’è solo la storia di Wade e James - all’epoca dei fatti bambini minori di 10 anni - raccontata in prima persona e arricchita da un'infinita documentazione privata (foto, filmati, telefonate, fax) che scandisce il tempo della loro relazione con Jackson.

La narrazione delle due presunte vittime è scrupolosa, come se il regista volesse dirci di aver indagato anche il più piccolo ricordo, per stressare fino al limite la credibilità degli accusatori. Sarà vero? (fidatevi di me, la risposta implicita dell’autore). Ciò vale sia per le descrizioni più marginali (gli ambienti del ranch Neverland, le conversazioni con Michael) sia per le crudissime e dettagliate narrazioni dei continui rapporti sessuali, sempre più spinti con il passare del tempo.

Ma questa è solo una parte, quella più esplicita, a sostegno della tesi che Jackson fosse un pedofilo. Più interessanti, e psicologicamente raffinati, sono gli spezzoni del documentario dedicati all’adescamento dei bambini e delle loro famiglie. Parliamo di due nuclei famigliari del ceto medio, una americana, l’altra australiana, che per circostanze fortunose entrano in contatto con il mondo del Re del Pop. Da lì è come salire su una giostra incantata di Neverland, tra concerti in giro per il Mondo, soggiorni in lussuosi alberghi, ogni sorta di regalo possibile. Tutto, e soltanto, perché Michael li aveva scelti e fatti salire a bordo nel suo sogno americano.


Un incantesimo talmente magico da far assopire qualsiasi senso critico nei genitori, incapaci di cogliere anche i più elementari segnali d’allarme. Perché una popstar maggiorenne con il mondo ai suoi piedi passa settimane in compagnia di mio figlio e interminabili ore al telefono? Perché gli invia messaggi via fax tra l’affettuoso e l’amoroso? Perché dormono da soli nella stessa stanza?

I racconti di Wade, James e dei loro famigliari, combaciano perfettamente, come se fossero una storia unica in cui cambiano solo i nomi dei protagonisti, nella tecnica con cui vengono prima risucchiati e poi sputacchiati fuori dal mondo di Neverland. Ed è esattamente questo il punto a cui vuole arrivare il regista: esisteva uno schema, uno schema preciso, con cui il predatore Jackson agiva per soddisfare i suoi istinti di pedofilo incallito.


Questa, vale la pena ricordarlo, non è una verità processuale ma potrebbe diventare quella storica se, come sembra, questo documentario spalancherà le porte ad altre rivelazioni. Una verità che per il regista è già cristallina, acquisita, certa.

“Ho realizzato molti documentari sulla pedofilia - ha spiegato Dan Reed - dunque ho gli strumenti per valutare se Wade e James siano bugiardi patologici e opportunisti. L' artista aveva circuito i ragazzi e le famiglie mascherando il suo istinto predatorio con sentimenti di rispetto e amicizia. Probabilmente Wade, oggi 36 anni, non l' avrebbe mai tradito se non avesse avuto un figlio. A quel punto tutto è esploso come una bomba. La situazione è precipitata quando si è reso conto di aver salvato un criminale dalla galera con le testimonianze del 1995 e del 2005 (quando, sentito dalla polizia di Los Angeles, negò di aver subito molestie). Fino a quel momento l' idea di "tradire l' uomo che amava" non l' aveva mai sfiorato”.

“Michael Jackson - ha aggiunto Reed - era un predatore seriale e un pedofilo. Sono convinto che abbia circuito molte, molte famiglie e abusato di altrettanti bambini. L'ho capito da come sono andate le cose con Wade e James: non ha avuto esitazioni, sicuro di sé e della sua tattica; sempre lo stesso identico copione, era un espertissimo predatore pedofilo già negli anni Ottanta”.

Insomma, la tesi del regista è chiarissima: tutto quello che serve per condannare Michale Jackson è lì, sotto i nostri occhi, basta volerlo ascoltare e guardare. Poco importano le sentenze, il fatto che i due accusatori abbiano cambiato versione nel corso degli anni o che, solo dopo la morte del cantante, abbiano intentato causa agli eredi della popstar con richieste di risarcimento miliardarie. Ed è irrilevante ai fini del documentario il fatto che l'artista non possa difendersi per cause di forza maggiore. Anzi, questa è per lui una fortuna, perché se fosse vivo stavolta finirebbe finalmente in gattabuia. Una "verità" che sembra proprio aver fatto breccia. 

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