SECONDO ME
Fabio Regazzi e il deepfake: "Se non possiamo più credere ai nostri occhi"
“Quando tutto può essere falso, anche ciò che è vero perde forza”. Con una mozione accolta dalle camere federali, il consigliere agli Stati richiama l'attenzione sui rischi di una tecnologia che mina fiducia, dignità e sicurezza
TiPress / Benedetto Galli

di Fabio Regazzi *

Negli ultimi anni abbiamo imparato a convivere con una parola che, fino a poco tempo fa, sembrava appartenere alla fantascienza: deepfake. Oggi, invece, è una realtà concreta, sempre più sofisticata. E soprattutto: sempre più difficile da riconoscere.

Per questo ho deciso di portare questo tema all’attenzione politica, con una mozione che è stata ora accolta da entrambe le Camere federali in occasione della sessione primaverile appena trascorsa. Non tanto perché questa decisione risolva il problema – non lo farà, almeno non da sola – ma perché finalmente lo riconosce per quello che è: una sfida sistemica, che tocca la fiducia, la sicurezza e, in fondo, la nostra stessa idea di realtà.

I deepfake, ossia la manipolazione di contenuti audio e video in modo ingannevolmente realistico, non sono solo un rischio tecnico. Sono un rischio umano. Possono colpire chiunque: una giovane donna la cui immagine viene manipolata e diffusa senza consenso; un imprenditore messo in difficoltà da un video falso; un politico screditato da dichiarazioni mai pronunciate; un bambino indifeso le cui immagini vengono alterate per produrre contenuti pedopornografici.

Ma ancora più insidioso è l’effetto collettivo: quando tutto può essere falso, anche ciò che è vero perde forza. È la cosiddetta “erosione della fiducia”. E una società senza fiducia è una società fragile. È proprio da questa consapevolezza che è nata la mia proposta: dalla convinzione che intervenire non sia un’opzione, ma una nostra precisa responsabilità. La mozione non si limita a reagire ai singoli casi, ma chiede di elaborare strumenti: giuridici, tecnici, educativi. È un approccio che riconosce la complessità del fenomeno. Non basta punire gli abusi, bisogna prevenirli, riconoscerli, comprenderli e soprattutto cercare di dare delle soluzioni. E bisogna farlo insieme: istituzioni, piattaforme, scuole, cittadini.

C’è però un aspetto che merita di essere sottolineato con particolare forza: la dimensione umana. Dietro ogni deepfake c’è una persona reale, con una reputazione, una dignità, una vita. Non stiamo parlando solo di “contenuti manipolati”, ma di identità – e quindi di vite – violate. In questo senso, la questione dei deepfake si avvicina più alla protezione della persona che alla semplice regolazione tecnologica.

Allo stesso tempo, non dobbiamo cadere nella tentazione di una risposta puramente difensiva. La tecnologia che rende possibili i deepfake è la stessa che apre opportunità straordinarie in ambito creativo, educativo e scientifico. La sfida, quindi, non è fermare l’innovazione, ma darle un quadro di regole e responsabilità che la renda compatibile con i nostri valori. Ed è qui che la politica ha un ruolo essenziale: non inseguire la tecnologia con ritardo, ma creare le condizioni perché essa si sviluppi senza erodere ciò che tiene insieme la nostra società. Ossia le persone, ma quelle reali.

 
* Consigliere agli Stati

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