Riflessioni sulla velenosa intemerata della comica a Che tempo che fa contro la Svizzera. Ecco il testo e il video

Di Marco Bazzi
Cara Luciana Littizzetto, ho ascoltato e riascoltato - quasi incredulo - la letterina che hai letto l’altra sera a Che tempo che fa di fronte al perennemente sorridente Fabio Fazio. È una trasmissione, la vostra, seguita anche da molti ticinesi. Ticinesi sono (siamo) coloro (noi) che vivono (viviamo) nella Svizzera italiana, a sud del San Gottardo. Qualcuno, commentando il video della tua letterina su Youtube, si è chiesto se per caso la trasmissione si chiama “Propaganda”… Me lo sono chiesto anch’io.
Perdonami, cara Luciana Littizzetto, ma la tua letterina velenosa - che pubblico integralmente qui sotto insieme al video - mi è sembrata una pessima e triste performance, che nulla ha a che vedere con la comicità. Sarò forse poco incline all’ironia, ma a me non ha fatto proprio ridere. Anzi, mi ha amareggiato. Mi ha offeso. Mi ha profondamente offeso. E mi ha fatto anche incazzare!
Ho sentito uscire dalla tua bocca un miscuglio disordinato di luoghi comuni sulla Svizzera - i soldi, i cucù, le salsicce, le mucche, il cioccolato... - che si sono tradotti in un attacco pesante — ancora una volta politico, inteso in senso lato ma nemmeno tanto lato — al nostro Paese e a noi cittadini svizzeri, che nulla abbiamo a che fare con gli squallidi personaggi - tra l’altro francesi - che gestivano il Constellation di Crans-Montana. E con coloro che li hanno eventualmente coperti o favoriti. Come gli amici italiani non hanno nulla a che fare - perdonami il paragone forse eccessivo - con i mafiosi, con i terroristi, con gli stragisti, e con coloro che per decenni li hanno coperti.
Nelle tue parole, cara Luciana Littizzetto, ho colto non solo un attacco stupido e volgare alla Svizzera, ma anche una vena di velenoso sarcasmo, vale a dire quell’ironia caustica, quel compiacimento che affiora quando si presenta - e la si coglie - l’occasione di umiliare pubblicamente qualcun altro. In questo caso una Nazione e i suoi abitanti.
Io rifiuto in modo categorico questo concetto - purtroppo sdoganato dal vostro ambasciatore a Berna - di una presunta “colpa collettiva” svizzera legata alla tragedia di Capodanno. Non esistono le colpe nazionali, le colpe dei popoli. Esistono le colpe e le responsabilità degli individui, ed eventualmente le colpe collettive quando si tratta di associazioni o di istituzioni. Esiste, semmai, la stupidità dei popoli, emersa come sappiamo in alcuni tristi momenti della nostra storia.
Quella che hai letto l’altra sera in tivù, cara Luciana Littizzetto, non era una letterina comica: era un j’accuse. E da giornalista mi chiedo come la Nove, e chi conduce quel programma, vale a dire Fabio Fazio, si siano prestati a un’operazione del genere: un’operazione di sciacallaggio contro un Paese - il nostro - che, per quanto criticabile e imperfetto, okay, forse troppo regolamentato, troppo rigido, è un Paese dove le cose ancora, in generale, funzionano. E mi chiedo se dietro la tua apparentemente innocente letterina ci sia qualche ‘mandante’.
Ho detto e ripetuto più volte, fin da quando è iniziato il percorso giudiziario sul rogo di Capodanno, che il modo maldestro in cui le indagini sono state inizialmente condotte, così come le dichiarazioni pubbliche rese allora dalle autorità, avrebbero provocato un grave danno reputazionale al nostro Paese.
L’ho ribadito anche nei giorni scorsi quando è esploso, in modo chiassoso e scomposto, con la sbroccata della premier Giorgia Meloni, il caso delle fatture (copia di fatture, con l'indicazione non pagare) inviate per errore a tre famiglie italiane. Famiglie che, comunque, come detto, ripetuto e certificato urbi et orbi, non dovranno pagare nulla, così come nessuna famiglia delle vittime dovrà pagare nulla per le cure ospedaliere prestate dagli ospedali elvetici. Il tema è piuttosto, e soltanto, come verranno regolati, tra Italia e Svizzera, i costi ospedalieri. Un tema prettamente politico e burocratico che andrà risolto nelle sedi preposte, non strillando in tivù e sui giornali.
Lo ripeto: non chiarendo immediatamente come stanno le cose sul nascere della polemica, lasciandola montare sui media, non rispondendo, mantenendo la linea del silenzio — perché tanto a quelli che fanno casino non si risponde anche se sono ministri a noi pari — il risultato della linea politica del Consiglio federale è questo: un nuovo danno reputazionale al nostro Paese. Peccato.
Detto questo, cara Luciana Littizzetto, penso (ma magari sbaglio) che quel testo non l’abbia scritto tu, ma il fatto che tu ti sia prestata a leggerlo non ti assolve ai miei occhi. Questa non è comicità. Questo è dileggio. Un testo stupido, inutile, pensato per mietere quei quattro applausi delle solite claque che affollano gli studi televisivi italiani. E trovo vergognoso che in certe trasmissioni si continui a fare teatro e cabaret su una tragedia.
Cara Svizzera… la letterina di Luciana Littizzetto
Cara Svizzera, terra di montagne pettinate e di laghi stirati a mano, terra di Guglielmo Tell, di saucisson, di canton e di Grigion, dove anche i coltellini, essendo svizzeri, oltre che tagliare, tritano, stappano, limano, spelano e cacciavitano. Cara Svizzera, piccola nazione che pur essendo in mezzo all'Europa, la schifi. Paese neutrale, come il lucido da scarpe che si dà sui mocassini, paese perfetto, dove le galline fanno le uova già dentro i contenitori da 6, le trote rispettano i limiti di velocità e persino le mucche sono talmente svizzere che non hanno bisogno né di cani né di pastori, fanno da sole. Unica trasgressione, ti prendi a schiaffi sul sedere mentre canti lo yodel.
Tu, prima della classe, noi, casinisti dell'ultimo banco. Te la sei sempre tirata eh, dai, ammettilo. Guarda che le montagne le abbiamo anche noi, i laghi pure e persino il cioccolato ci viene bene, ti ricordi? Svizzero! No, Novi! Cos'altro fai, il formaggio coi buchi? Capirai, noi buchiamo i taralli e non rompiamo i maroni a nessuno. Ma tu soprattutto sei precisa, un orologio, la precisione svizzera. Ciò che è giusto è giusto, rispetto delle regole.
Quel però, qualche giorno fa, hai preso una cantonata, d'altronde sei divisa in cantoni, ci sta. Hai chiesto soldi per le cure e i ricoveri dei ragazzi ustionati a Crans-Montana. Ci hai spiegato, cara Svizzera, che il tuo sistema sanitario non ragiona come il nostro e che questa è la tua legge e in Svizzera la legge va rispettata sempre. Quindi bisogna pagare. Giusto?
Ma la legge dice anche che la sicurezza delle discoteche va controllata e voi svizzeri non l'avete fatto. La legge dice che va verificata la capienza dei locali e voi non l'avete fatto. La legge dice che le discoteche vanno costruite con materiali ignifughi e i vostri non lo erano. E infine la legge dice anche che l'uscita di sicurezza deve essere agibile e non sbarrata per non far entrare gli abusivi. E come facciamo allora? La legge è legge solo quando fa comodo a te? Essere i primi della classe significa esserlo sempre, non solo quando c'è da prendersi elogi, ma anche quando tocca assumersi delle responsabilità.
Qui non si parla di uno sciatore maldestro che dà una craniata a un abete e poi scopre che all'ospedale svizzero il cerotto costa un botto. Qui parliamo di giovani travolti da un incendio in un locale che stava lì, da te, sotto il tuo cielo ordinatissimo, dentro il tuo sistema di controlli che immaginavamo svizzero, appunto, rigoroso, minuzioso, ossessivo. Ci aspettavamo da te un gesto di pudore, pudore istituzionale, perfino di imbarazzo. E invece no, spuntano le fatture. Il dramma da te non fa in tempo a finire che entra in contabilità.
Cara Svizzera, ti abbiamo sempre guardata come si guarda la cugina figa e impeccabile, quella che non sbaglia mai un congiuntivo, che non parcheggia mai in doppia fila, che ha sempre l'IBAN emotivamente in ordine. Noi rumorosi, teatrali, approssimativi, tu precisa, discreta, irreprensibile! Ma ci siamo sbagliati, perché in queste tragedie immane che si vede la vera qualità di un Paese. Cara Svizzera, nessuno ti chiede di rinunciare alla tua natura. Tieniti pure i tuoi cucù, i tuoi cavò, i tuoi chalet con le tendine inamidate, ma almeno davanti a una strage, risparmiaci il modulo da compilare e il bollettino da saldare. Anche perché se a chiedere un risarcimento dovessero essere le famiglie di quei ragazzi ustionati o che non sono più tornati a casa, non basterebbero tutti i cazzo di soldi che hai e che conservi nelle tue banche. A sto giro, il tuo compito, cara Svizzera, è di non essere neutrale, almeno per una volta, ma di essere di parte, dalla parte di quei ragazzi e delle loro famiglie, perché ci sono momenti in cui un Paese, più che l'efficienza, deve avere la decenza.